Attacco Alla Difesa Individuale

UNDER 13 ARGENTA 2019

Quando si allenano ragazzi occorre un promemoria.

Avere per esempio questa immagine nel “desktop”, ogni volta che si accende il proprio PC.

L’interpretazione è personale.

Come li vogliamo, tecnicamente, dopo l’attività giovanile? E’ una delle possibili domande per la ricerca di vere soluzioni. Si raggiunge lo scopo scegliendo il modo d’interpretare il basket.

Tutti devono saper fare tutto, soprattutto tutti devono esercitarsi nel ruolo del playmaker, provando l’organizzazione del gioco.

La scelta del sistema di gioco diventa importante e avrà un riferimento tecnico (idea leader) che soddisfa le caratteristiche psicologiche, fisiche e tecniche dei ragazzi che devono essere rigorosamente migliorate.

Come già detto, per raggiungere questo scopo, pensiamo che tutti debbano giocare in un unico ruolo, quello del playmaker. Col loro talento a disposizione , buono o scarso che sia.

L’apprendimento

Giocare nella “cabina della regia”, non significa diventare “playmaker” , ma dare la possibilità di realizzare questa esperienza offre l’opportunità di migliorare l’interpretazione del gioco.

Come detto, lo faranno secondo le loro possibilità, buone o scarse che siano, seguendo un sistema di gioco che favorisca la loro esperienza.

Questa è la “chiave di volta”, ovvero l’aspetto fondamentale per riuscire a realizzare l’impresa.

NO AL “PENETRA-E-SCARICA”

L’attacco di squadra è una collaborazione di cinque attaccanti che si muovono senza palla, con palla, usando “passaggio e movimento” leggendo la difesa e andando sempre a rimbalzo dopo il tiro.

E’ la nostra proposta. Si muovono, consapevoli di raggiungere lo scopo, seguendo questa idea “leader”: “Attaccare 1c1 in palleggio la linea di fondo, ma come “finto attacco”.

ECCO I DETTAGLI

Schieramento “Croce” con inizio centrale e laterale


Non si può prescindere dal passaggio (Passing-Game) e Tiro-Rimbalzo. Il palleggio? Rigorosamente “protetto”. Niente Ball-Handling, per ora. Niente “penetra-e-scarica” per il tiro da 3Pt.
• La difesa è fatta col pressing tutto campo, usando il concetto che si difende contro una squadra e non contro un solo avversario. Va da sé che il “cambio” è una normalità tecnica e il raddoppio , pure.
Deve essere spiegato lo scopo , l’idea leader rappresentata dal “Finto Attacco”, attaccando il “fondo”. Ovvero essere pronti a fare quello che si finta, ma anche a fuggire in palleggio, se non si conquista il vantaggio di spazio.
• Quale sistema di gioco? Deve essere un attacco di squadra “valido sempre”, contro tutte le difese.
Lo schieramento è a “Croce” con la linea dei “Ragni”(Playmakers) e delle “Ali”, gli attaccanti della linea di fondo.


• Usando il passaggio, sia il movimento degli “esterni” che dei “ragni” , esprime l’idea del “passing-game”;
• Non ci sono ruoli fissi , ma interazione tra le due categorie “esterni-interni”, intercambiabili.
• Abbiamo “soluzioni” specifiche sia per i “ragni” che per gli “esterni”.
Significa che pur muovendosi insieme come un “corpo” unico, sulla linea centrale, perpendicolare della “croce”, i tre attaccanti possono collaborare escludendo i “laterali”. E viceversa.
• Alleniamo moltissimo la situazione di “sotto-numero” e “sopra-numero” fino a diventare specialisti. Lo saranno in futuro, naturalmente,
Il rientro difensivo deve essere molto allenato perché i ragazzi acquisiscono , con “tiro-rimbalzo”, la mentalità esagerata del rimbalzo , per conquistare cosi la possibilità di un secondo tiro.

LO SCOPO
Come già detto, abbiamo l’1c1 attaccando il “fondo” , anche dopo il primo passaggio, oppure facendo muovere la difesa, con palla che va da un lato all’altro, ovvero da “ alba-tramonto”, leggendo sempre la difesa.

Gli esercizi, dopo quelli a “secco”, sono rappresentati nei vari Diag. seguenti.


A- 1c1, Prendere il “vantaggio”, per tirare oppure fuggire

Scopo: Importante esercizio per far comprendere quando tirare o non farlo, per fuggire in palleggio, allargando il gioco. “A”, riceve palla e decide sul recupero del difensore.

Regola: “Mai fermare il palleggio: o tiro con vantaggio oppure fuga in palleggio”.

Descrizione: quando (1) con la palla passa, si comincia e il difensore (giallo) deve toccare la mano del Coach prima di rientrare.

B- 1c1, senza vantaggio, il difensore passa e difende. Il Coach in appoggio

Descrizione: prima si muove l’attaccante senza palla e si sposta.

Attaccare in palleggio la linea di fondo anche se il difensore non aggredisce.

Cercare il contatto e fuggire. Se il difensore non “abbocca all’esca”, si può passare al Coach. In questo caso, la difesa anticipa, per non far più ricevere.

C- 1c1 con appoggio

Descrizione: Trenino fondo campo. Il primo si esercita con l’auto-passaggio per ricevere e attaccare contro l’aggressività del secondo. Il terzo in appoggio.

Scopo: la realizzazione dell’idea “leader” che prevede la pratica dell’1c1, ma come finto attacco. Se non prende un vantaggio, non tira, ma mantiene il palleggio. Fugge , tornando in “ala” per giocare coi compasgni.

I Fondamentali “Concettuali”

Julius e la linea di fondo


Diciamo subito che è l’applicazione dei fondamentali che prende l’aspetto concettuale a seconda della situazione di gioco, ma allenando i giovani occorre lungimiranza perché l’allenatore crea delle abitudini.

Infatti, si possono allenare i fondamentali senza finalità precise, un specie di esecuzione ripetitiva, con certo un numero di tiri, passaggi , palleggi e movimenti difensivi senza punti di riferimento a nessuna idea di gioco.

Noi pensiamo che sia meglio “vestire” il fondamentale con un concetto, un’idea che sarà valida sempre.

Prendiamo per esempio il tiro. Noi lo abbiniamo al rimbalzo perché riteniamo sia un “concetto” importante, valido sempre.

Julius e la linea di fondo

I nostri Under13, avendo il sacco vuoto di abitudini pregresse lo riempiono, senza problemi, di fondamentali “concettuali”.

Se generalizziamo l’idea, ampliandola, possiamo dire che sono fondamentali che seguono determinate regole tecniche di gioco.

L’allenatore detta la regola che si applica quando , per loro esecuzione, i fondamentali si adattano a principi o idee guida.

Insegniamo questi fondamentali con insistenza , dopo aver fatto conoscere il gioco e le sue finalità o idee “leader”.

Fra queste c’è l’1c1 attaccando il fondo, ma come finto attacco. Ecco il concetto che rende diversa l’esecuzione.

Il “finto attacco” è una finta che definiremo ed è applicabile , come concetto, a tutti i fondamentali.

LA LINEA DI FONDO

Va da sé che, attaccare il “fondo” con le nostre regole, diventa un fondamentale “concettuale”.

Da apprendere con idee semplici e chiare, non infrangendo la linea alla “Julius Irving”, ma con accorgimenti adatti ai ragazzi Under13, per una sicura sopravvivenza.

Un’avventura che li aiuta ad essere pronti , adatti ad affrontare una zona del campo pericolosa. C’è poco spazio e spesso il tempo vantaggioso è limitato.

Va Attaccata, ma bisogna fare delle scelte, leggendo la difesa. Scelte concettuali. Applicare questo termine per gli Under.13 è molto difficile, ma è necessario apprenderlo.

Va da sé che ,soprattutto coi giovani, è fondamentale costruire abitudini giuste perché è facile trovare trappole della difesa, lungo la linea di fondo.

Per allenare certi fondamentali occorrono scelte che vanno studiate a priori, conoscendo non solo il proprio “giardino” di gioco, ma anche quelli di tutta la penisola. E non solo. Con le grandi possibilità dei mezzi audiovisivi e programmi vari, possiamo allargare il campo della conoscenza.

Anche se non si trovano trappole in questa prima fascia Under, dobbiamo pensare che i fondamentali, anche nella fase di primo apprendimento, devono essere validi sempre, quindi una base per il futuro.

Scelte che devono determinare delle abitudini positive, che i ragazzi non modificheranno più. Possono nascere abitudini negative insegnando i fondamentali? Sicuramente.

Come quella di fermarsi, lungo la linea di fondo, per fare comunque un tiro quando la difesa è in vantaggio.

Sottolineiamo , anche se scontato, che “fare un tiro” è diverso dal “farlo fare” e lo possiamo vedere quando si “penetra e scarica” la palla per un tiro da 3Pt..

UNDER.13, ATTACCARE LA LINEA DI FONDO

Come detto, è un esempio di apprendimento concettuale dei fondamentali. Che significa? Per attaccare la linea di fondo, ci vogliono semplicemente delle regole.

Se c’è una opportunità, un vantaggio per tirare deve essere fatto “rapidamente” perché statisticamente l’occasione capita di rado e a volte c’è solo un attimo da sfruttare”.

In caso contrario il palleggio non va interrotto.

Come detto, non si può dare certamente l’abitudine di fermarsi e tirare ugualmente, per esempio , col “movimento potente” verso la linea di fondo.

La scivolata classica verso il fondo che converge poi verso lo “smile”, proteggendo la palla e fintando il tiro.

La realizzazione dei tiri devono essere memorizzati tutti col “secondo tempo” in palleggio, leggendo la difesa. E’ solo il nostro consiglio.

Fermarsi per scaricare fuori la palla è diverso dal fare un tiro forzato, ma la nostra idea non è quella di giocare “penetra e scarica” per il tiro da 3Pt., che comunque realizziamo, ma solo quando si presenta l’opportunità. Non c’è bisogno di andare a cercarla forzatamente.

Ecco la nostra idea. Vogliamo penetrare lungo la linea di fondo , ma come finto attacco, leggendo la difesa.

Cosa significa farlo come finta? Vuol dire che “spendiamo” il tiro dal palleggio solo se si prende un vantaggio, altrimenti si gioca di squadra. Come? Fuggendo in palleggio dalla “zona calda” e pericolosa.

L’idea del “finto attacco” è un concetto generalizzato, indirizzato a tutto la nostra Pallacanestro per gli Under13. Significa che , ogni volta che si gioca 1c1 con palla, bisogna tenere ben presente questo concetto che parte dalla lettura difensiva.

Il “finto attacco”, leggendo la difesa, è una finta , quindi deve essere credibile. Va da sé bisogna essere pronti a fare quello che si fintava.

Occorre anche considerare che spesso vince la difesa e invece delle solite forzature disperate è meglio organizzare il gioco di squadra. Un concetto semplice, se c’è l’abitudine a non fermare il palleggio. 

Infatti occorre fuggire, in palleggio, dalla linea di fondo per spostarsi di lato ed organizzare il gioco.

Fondamentali? Come-Quando-Perchè

Tutti dicono “fondamentali”, lo dicono con forza, certi di risolvere il problema. Lo dicono tutti, vecchi e nuovi allenatori, ex giocatori e tifosi intenditori della domenica. Vanno sul sicuro, difficile smentirli, ma se chiedi: “Come , quando e perché” , ammutoliscono.

PREMESSA

Nell’esporre le nostre idee, ci riferiamo sempre ai giovani, precisamente alla categoria Under, prime fasce. Insegniamo loro il basket che è uno sport edificato sui fondamentali, quelle “pietre” con cui si costruisce la “casa” del Basket.

Ma “i mattoni” sono un particolare in confronto alla casa e alla sua funzionalità , soprattutto rispetto al progetto con cui è costruita. I fondamentali sono un dettaglio del “gioco 5c5” e la priorità rimane la sua conoscenza globale , non da parte di uno solo giocatore, ma di tutti, che devono saper fare tutto, secondo il loro talento , molto o poco che sia. 

Anche quando Cosic diceva: “Senza l’ingegnere che guida l’esecuzione, la casa crolla”, lui rimaneva un grande artista dell’assist, perché le idee “leader” erano sempre progettate dal Coach. La casa non crollava perché “faceva fare” un tiro a tutti e chi realizzava, aveva la sicurezza del prossimo passaggio.

Era il più bravo ad interpretarle perché sapeva “fare tutto” e aveva l’idea di “far fare un tiro” e non scoccarlo personalmente, perché questa esecuzione, dipendeva dalla situazione di gara.

Va da sé che è facile dire fondamentali, tanto male non fanno. Come farli eseguire? Con riferimento al gioco diciamo Noi, poi devono essere validi sempre e mettere disagio alla difesa avversaria. Tre riferimenti notevoli.

Fondamentali validi sempre come: “Difesa-Aggressiva, Tiro-Rimbalzo, Finta-Passaggio, Palleggio-Protetto, Finto-Attacco”. L’avversario non sarà sicuramente agevolato, anzi.

Tutto questo dentro l’idea principale di gioco, vale a dire, attaccare con palla, senza la stessa e a rimbalzo , ma soprattutto attaccare la linea di fondo. Attaccare, ma come finto attacco, un concetto ignorato dagli allenatori che vuol dire “leggere la difesa” ed essere pronti a fare quello che si fintava, ma anche “fuggire” in palleggio dalla situazione “pericolosa”.

LA LINEA DI FONDO

Una situazione particolare per la sua difficoltà, un “fondamentale” da conoscere fin dalle prime fasce Under. L’abilità del “finto-attacco” si nota soprattutto profanando la linea di fondo in palleggio, quando si comprende, leggendo la difesa, di non interrompere il palleggio per “fuggire” dalla zona calda, trovando difficoltà.

Il nostro è un bel programma, ma come procediamo? Partendo dal fatto che i giovani hanno bisogno di punti di riferimento per applicare i fondamentali . Hanno bisogno sicuramente del gioco, della sua conoscenza globale e di tutti gli errori che accadono nell’eseguirli.

Sembra un paradosso, ma l’errore è importante. Avrete compreso che Noi insegniamo il gioco , una priorità rispetto i fondamentali, dettagli importanti che lo miglioreranno. Ci sono altri riferimenti da sottolineare nell’insegnamento?

E’ rilevante apprenderli dai propri errori. Una fase didattica importante che si sviluppa proprio dal gioco 5c5, leggendo la difesa . Il gioco ha quindi la priorità, insieme agli errori che si commettono.

I fondamentali servono a migliorare anche  il frutto della loro esperienza, quello che hanno imparato al campetto da soli.

Sono dettagli determinanti che fanno parte del gioco, appresi insieme a tanti altri particolari individuali e di squadra, appartenenti al gioco stesso, inteso come unità delle diversità.

Giocando anche senza la presenza dell’istruttore,  da soli? Certamente, perché la loro esperienza consapevole è importante, esperienza che verrà eventualmente corretta a voce e coi fondamentali.

Noi spendiamo tempo per questa pratica, incoraggiamo che vadano al campetto , quando possono.

In questo periodo storico, di solito, s’ insegnano prima i fondamentali , poi il gioco, ma sempre con l’allenatore, mai da soli.

La progressione didattica è un mezzo rapido che evita molti errori. Siamo sicuri che sia l’indirizzo giusto? Si può giocare con conoscenza approssimativa dei fondamentali? Sicuramente, ma solo per cominciare.

Li alleniamo in affollamento, che significa non avere uno spazio comodo e i loro errori non ci preoccupano.

Li devono fare, sono un punto di riferimento per l’autonomia poichè devono apprendere l’auto correzione.

Se in questa iniziale condizione tecnica approssimativa riescono a tenere il campo contro chiunque , significa che siamo sulla strada giusta. La continuità del lavoro sui fondamentali sistemerà tutto con la correzione, fatta non solo dall’alòlenatore.

Magari non vincono subito, ma vinceranno proprio grazie alla spinta della conoscenza dei fondamentali appresa in modo consapevole,  applicati al gioco, senza la “gabbia” dei ruoli e conseguente  specializzazione. 

COME ,QUANDO E PERCHE’

Diventa interessante il modo di procedere che tiene conto anche del tipo di giocatore che si pensa di formare.

Ripetiamo. La nostra idea consiste nell’abolizione dei ruoli e vogliamo che tutti sappiano fare tutto, soprattutto che ogni ragazzo apprenda la “costruzione del gioco”, quella gestita dal playmaker.

Tutti provano il gioco del playmaker, con il loro mezzi, molti o pochi che siano. Questa è la prima meta. Ormai sono 8-10 anni che seguiamo questa strada.

Come seconda meta miriamo all’interpretazione del gioco che deve essere fatta attaccando sempre, anche durante la fase difensiva, con velocità massima nel passaggio o transizione difesa-attacco e abituarsi al tiro-rimbalzo.

Ecco come spuntano, dal gioco, l’esigenza dei fondamentali a cui sono riferiti, evidenziati per necessità.

Quello che conta è il gioco e i ragazzi devono giocare ogni giorno almeno la metà del tempo a disposizione pensando che il Basket è un gioco con tante componenti (psicologiche, fisiche e tecniche) , ma vissute come una “unità” rappresentate , appunto, dal gioco.

Come devono giocare l’abbiamo appena detto, a grandi linee, ma come insegniamo i fondamentali? Con progressione didattica, ma dopo che hanno fatto la loro esperienza nel gioco, per  poi avere il confronto col nostro insegnamento. La loro conoscenza diventa un punto di riferimento importante.

Quando li alleniamo? Lo ripetiamo. Dopo la conoscenza del gioco, fatto col pressing tutto campo, contropiede e Tiro-Rimbalzo. Quando non si riesce a giocare in velocità assumono uno schieramento a “croce” senza posizioni fisse, con l’asse verticale dei playmakers che si alternano alla guida. Tutti, in questo modo, si troveranno  a guidare la squadra. Col movimento verticale dei attaccanti, l’alternanza è facile.

IL BASKET E IL CORPO UMANO

La metafora del corpo spiega meglio il rapporto tra fondamentale e gioco, più soddisfacente di quella che coinvolge la “casa e i suoi mattoni”.

Il Basket è come il corpo umano che, per funzionare bene, ha bisogno della salute presente in tutti i suoi apparati che lo compongono.

Curare le cellule dell’apparato ammalato con una medicina “parziale”, anche se male non fa, non serve.

“Va da sé che il corpo è una unità psico-fisica, non una divisione di apparati a guida gerarchica. Il cervello è importante esattamente come cuore e circolazione sanguigna, come l’apparato digerente e quello respiratorio.”

Allo stesso modo deve essere considerato l’apprendimento del Basket, realizzato da tutti nella sua forma globale, col gioco, senza specializzazioni, eseguito secondo il proprio talento poco e molto che sia, ma comprendendo come si gioca, ovvero assimilando il suo spirito.

Si gioca per “far fare” un tiro e non per farlo. Quindi tutti devono saper fare tutto, in modo differente e specifico. Il modello di giocatore di riferimento per il futuro è Kresimir Cosic.

Spesso la parola “Fondamentali” viene usata per risolvere  tutte le anomalie sportive, ma è il gioco , che li comprende , che conta.

Si gioca male? Si perde spesso? La maggioranza dei tecnici tira fuori la parola sacra “fondamentali”, siete d’accordo? Dopo il termine “fondamentali”, la parola più usata è “preparazione fisica”.

Ultimamente è di moda “la preparazione psicologica”. Va da sé che conosciamo benissimo il loro valore individuale, separato, delle varie componenti.

I “sacri fondamentali” , la “preparazione fisica” e “psicologica” guariscono tutto? Rispondo , scuotendo la testa.

Se si gioca male è il gioco che va modificato, inteso nella sua globalità con le sue idee leader, magari non adatte alle capacità psicologiche , fisiche e tecniche dei giocatori.

Si parla sempre di fondamentali , ma è il gioco che conta in modo prioritario, proprio perché è fondamentale giocare, non da soli, insieme agli altri per soddisfare un bisogno di vittoria della squadra, anche se il singolo giocatore è ammalato di egoismo, come retaggio naturale.

Un paradosso di termini pensare che il miglioramento individuale , fatto attraverso i fondamentali, proprio per la capacità di battere l’avversario diretto, debba essere poi offerto alla squadra per aumentare il suo valore.  L’abitudine a giocare con la squadra deve essere la prima da curare , in modo culturale fino ad affondare le radici nelle abitudini degli Under.

La socializzazione avviene attraverso l’amicizia, ma tecnicamente la squadra non può essere a conduzione gerarchica col N°1 che sa fare tutto e il N°5 alla dipendenza di tutti.

Rovesciare la tendenza è la nuova via. Va da sé che va molto limitato il “penetra e scarica” per il tiro da 3Pt., seguito dall’equilibrio difensivo, e ripristinato coi giovani il Tiro-Rimbalzo.

Si può guidare una squadra in tanti modi, giocando. Infatti, s i può giocare come Playmaker, ricevendo il possesso di palla che viene dal movimento senza la stessa per andare in mezzo al gioco.

Così, il Playmaker N°5, si muove come un “Ragno” che va in mezzo alla ragnatela dei passaggi per ricevere e donare l’assist.

Va da sé che il passaggio e non il tiro diventa di nuovo il principe dei fondamentali e il gioco va realizzato col “Passing-Game”.

La divisione dei compiti coi ruoli non è più sufficiente e il miglioramento consiste nel “Tutti che sanno fare tutto”. Cambia tecnicamente il modo di giocare perché l’ostacolo attuale è la mancata conoscenza totale del gioco, da parte di tutti, allo stesso modo.

La conduzione gerarchica con specializzazione in un solo ruolo è negativa, eccetto per il N°1, valida per il suo futuro, non della squadra. E’ un retaggio del tempo passato, fino a quando è sceso sui campi da gioco Kresimir Cosic, il grande “ragno”, il Playmaker di 211 Cm.

Sono però passati 35 anni e il suo messaggio non ha lasciato tracce. Giocare per “far fare” un tiro e assumersi tutte le responsabilità nelle situazioni speciali.

Tutto questo sottolinea ancora di più la priorità del “Gioco” sui “Fondamentali” che rimangono la base angolare per migliorarlo. Sono un aspetto parziale, che aiuta l’insieme, il gioco, ad esprimersi al meglio.

Gioco fatto di difesa con aggressività estrema, insieme alla esecuzione di passaggio e movimento, tiro-rimbalzo. Gioco, la cui efficienza massima diventerà fondamentale se tutti sapranno fare tutto, secondo il loro talento, poco o molto che sia.

Under.13, Prepararsi Per La Gara

Allenando la crescita (psicologica , fisica e tecnica) degli Under13, ci chiediamo a cosa pensano e sperano prima di giocare. Probabilmente a nulla di particolare, qualcosa di assolutamente naturale, fare cioè un tiro.

Da come interpretano la gara, lo si può subito notare. Giocano cercando di fare un tiro perché hanno la quasi certezza di poter eventualmente correggerlo, cercando di recuperare il rimbalzo.

Eccesso di fiducia procurata dall’esecuzione di Tiro-Rimbalzo, ovvero “seguire” sempre la parabola del proprio tiro . Attuato senza rendersi conto del “come , quando e perché” si tira. Basta essere liberi per farlo, quindi quasi sempre.

Va da sé che il risultato delle  azioni non dipende solo da loro , ma soprattutto dagli avversari. Di solito, in campo, si trovano allo stesso livello degli avversari, ma cosa succede contro squadre più forti? La situazione cambia in modo totale e , per vincere, occorre sviluppare la consapevolezza delle loro azioni.

Cosa voglio dire? Il miglioramento è necessario.

Se con la loro scarsità tecnica e fisica hanno risultati positivi, possiamo procedere senza fretta, altrimenti va fatto un deciso passo avanti. Dobbiamo approfondire tutto, cominciando a migliorare la consapevolezza, partendo dalla preparazione psicologica alla partita, per un miglioramento più rapido.

Va da sé che li alleniamo su tutto, durante la settimana, ma la gara è un’altra cosa. La consapevolezza con cui hanno appreso lo spirito del basket si misura in partita cominciando dall’osservazione della loro prestazione. Di solito si comportano come se fossero stati preparati da altri allenatori.

Infatti, istintivamente, ognuno è allenatore di se stesso perché segue i propri desideri determinati dai sogni.  Come già detto, ogni ragazzo che va in campo pensa a fare un tiro, non importa come , quando e perché.

I nostri Under13 lo fanno con una fiducia smisurata per la loro abitudine di catturare ogni volta l’eventuale rimbalzo. Un comportamento sufficiente gareggiando contro avversari di pari livello, ma con squadre più forti occorre, come detto, fare un deciso passo avanti nella preparazione.

Cominciando a prepararsi mentalmente prima di giocare. I ragazzi devono andare in campo con un pensiero, una luce, che li possa guidare per iniziare bene la gara, perché chi ben comincia…

Non cambia il nostro apporto alla pratica settimanale, ma cureremo particolarmente il dettaglio tecnico del gioco, per la loro coerenza alla preparazione mentale, favorendo il risultato dell’incontro di campionato. Gestiranno meglio i  loro  “pensieri” per affrontare la gara.

Va da sé che terremo ben presente il lavoro precedentemente fatto.

• Tecnicamente, con gli allenamenti fondamentali per attacco, difesa e gioco;
• Fisicamente e mentalmente, facendoli giocare pressing tutto campo.
• Psicologicamente, mirando alla consapevolezza col “Quaderno del Basket” ;
• Agonisticamente insegnando la gestione dei comportamenti perché sappiamo in anticipo che NON agiranno come in allenamento. Per superare la tempesta delle loro tensioni abbiamo deciso che hanno bisogno della “luce”.

I GUERRIERI DELLA LUCE

Gli allenatori prima o poi cercano di trasmettere come si affronta la gara. Come? Parlandone. Proveranno con un consiglio che abbia l’effetto di una “luce”, che illumini la strada per affrontare il gioco, nella partita di campionato. Meno parole usano e meglio le ricorderanno.

Siamo soddisfatti per l’impegno, hanno lavorato bene tecnicamente (attacco e difesa), ma non diamo per scontato che abbiano compreso, interiorizzato, assorbito consapevolmente il lavoro fatto. Non è così.

Ripetiamo per sottolineare. Cosa possono pensare ragazzi Under 13 prima di giocare una partita? Come detto, realizzare dei canestri, quindi a fare un tiro , senza alcun dubbio. Ma sanno, “come-quando-perché” farlo?”

Assolutamente, no. Di solito dipende dal loro livello tecnico raggiunto e , il risultato della gara sicuramente è determinato dalla forza degli avversari.  I nostri Under.13 sono i “guerrieri della luce” per l’impegno profuso, ma il consiglio per l’attacco va dato. E la difesa? Tendenzialmente è più facile conoscere come agire in difesa, perché la palla da “maneggiare” per fare canestro ha le sue problematiche.

La preparazione mentale alla gara deve lasciare una traccia consapevole, ma sarà poco incisiva perché la “tempesta” è molto forte per credere che i ragazzi  ascolteranno tutti i consigli “pre-gara”. Ne basta però uno solo.

Prepararsi quindi ricordandolo, prima di entrare in campo e farlo sempre. Cominciamo con un concetto giusto, a cui inizieranno a pensarci mentre si allacciano le scarpe.

Farlo sempre prima della gara perché “sacco vuoto non sta in piedi” e la sicurezza contro le squadre forti traballa.

Ecco la “luce”. Si comincia a giocare con una idea, si entra in campo per far fare un tiro al compagno. Facile se ci si trova in CP e in soprannumero.

Diversamente facile se tutta la difesa è rientrata. Quindi bisogna saper organizzare e passare bene la palla. I compagni dovranno muoversi come sanno.

Ci basta il primo passaggio per dare la possibilità di ripassare la palla al “Santo”.

Il “passaggio” è il fondamentale più importante perché il basket è un gioco di squadra. Crea una amicizia, viene premiato con un sorriso, con un “cinque” oppure con un abbraccio.

La preparazione mentale “agonistica”, per l’approccio alla gara, è un “fondamentale” che non viene di solito insegnato fin dalle prime gare, perché riassumerlo in “uno solo” non è facile. Inutile fare tanti discorsi, sono loro che devono prepararsi per affrontare bene la gara e concentrarsi nella “luce” da energia a tutto il corpo. E’ un bel modo d’iniziare.

L’allenatore offre la sua idea: “entrare in campo per far fare un tiro al compagno”. Se tutti sfrutteranno questa “luce”, con consapevolezza, avremo il gioco di squadra.

Cercheranno di organizzare il gioco per fare un passaggio , invece di giocare “Uno-contro-tutti” alla Tex Willer, per fare un tiro. Questo concetto per iniziare la gara darà molte possibilità per cominciare bene e preparerà  i ragazzi per la “ricostruzione della casa del gioco”, quando gli avversari la distruggono.

PASSARE LA PALLA

Descrizione del Diag. Tutti si muovono prima del primo passaggio e il Playmaker di turno ha tre possibilità.
Deve poi tagliare a canestro fin sotto il cerchio, come se fosse un “santo”. Chi riceve guarda se è libero il compagno che taglia, poi può giocare 1c1, ma come finto attacco.

Ecco come in campo si mette in pratica la “Luce”, il consiglio del proprio allenatore.

Come detto , spesso si tralascia questo momento relativo all’approccio con la gara, oppure si riempie la testa ai ragazzi con tanti discorsi. Se invece non si dice nulla si pensa che saranno più tranquilli.

Va da se che l’allenatore può essere tranquillo per la certezza  che il lavoro fatto settimanalmente è stato appreso nel modo giusto, avendo dato “tutte” le indicazioni tecniche possibili.

Se è normale non pensarci da parte dell’istruttore, scontato sarà il risultato essendo la natura del giovane, del ragazzo, del bambino, naturalmente egoista e la personalità insicura.

“Giocano diversamente da come si sono allenati, dice subito l’istruttore”. Quante volte abbiamo detto o pensato questa frase alla fine di una gara? Quasi sempre. Si può darlo per scontato.

Tre sono le forze naturali che spingono il ragazzo ad una prestazione personale nella gara di campionato. L’affermazione di se stessi, il desiderio di fare canestro, l’egoismo… che regge le altre due spinte.

Questo vale soprattutto per i più bravi, naturalmente, quelli che ostentano sicurezza.

L’allenatore deve avere un piano per queste situazioni. Intanto se non giocano secondo le aspettative, vengono a sedere.

La durezza della panchina ha un collegamento diretto con la loro mente. Ci penseranno? Quasi certamente non capiranno il perché vengono tolti e vanno informati .

Questo aspetto psicologico relativo all’allenarsi in un modo e giocare diversamente, va però corretto trasmettendo cultura e disciplina.

I ragazzi vanno aiutati a comprendere le loro spinte mentali, ma bisogna poi essere implacabili sulla decisione di toglierli dal campo di fronte a loro perseverare negativo. Come e quando apprenderanno un giusto comportamento? Solo se comprenderanno la “luce” cercando di realizzarla, con i loro tempi, corti o lunghi che siano.

 

Poi, usando anche le “regole tecniche” perché il basket ha questa caratteristica, quella di essere uno sport di regole e fondamentali dove le regole hanno la priorità. Si può punire per il mancato rispetto della regola, come avviene con l’arbitro, per l’errato uso del piede perno.

L’allenatore inserisce “regole tecniche” per l’apprendimento del gioco, regole che creano conflitti di interesse. “Gioco e tiro per la mia soddisfazione ,oppure creo una situazione per il tiro del mio compagno?” Una “luce” stupenda da interiorizzare perché il basket è un gioco di squadra. Devono entrare in campo con questa idea.

Diventerà una regola? Le regole che vanno usate per la loro educazione tecnica e sportiva. L’ allenamento è la sede dell’educazione, della disciplina, per essere pronti ad affrontare la gara.

Le idee trasmesse dall’allenatore devono prendere il sopravvento sulle loro. “Bisogna giocare pensando di far fare un tiro, non di farlo personalmente.” Lo capiranno  se conoscono l’organizzazione del gioco, ma non solo il più bravo. Tutti devono sapere fare tutto.

Si Vince e Si Perde, Si Cade e Ci Si Rialza

By Stefano Panizza e Ettore Zuccheri

Nel settore giovanile è importante avere fatto tanta esperienza pregressa, ma anche saperla trasmettere. Allo scopo è indispensabile conoscere gli argomenti tecnici su cui lavorare , per migliorare sotto tutti gli aspetti, perché “tutti devono saper fare tutto”. Poiché i temi da considerare sono molti, non si può allenare da soli.

Per cominciare, ma non è la situazione ottimale, un allenatore può pensare al gioco e l’altro ai fondamentali. Almeno due allenatori, per far crescere bene i giovani, sono necessari. Tre sarebbe il numero perfetto perché altrettanti sono gli argomenti importanti. Attacco, difesa, fondamentali.

Non importa che ognuno dei tre collaboratori esponga oralmente , al capo allenatore, il suo programma perché solo eseguendo il lavoro in palestra si rende l’idea di quello che si vuole insegnare e far  comprendere che la strada esposta è quella giusta.

I benefici di un lavoro didattico non vanno solo dall’insegnante verso l’allievo , ma l’aspetto vantaggioso è reciproco. Anche dai ragazzi , dalle loro istintività manifestate nel gioco libero in palestra, si possono far propri movimenti speciali, da utilizzare per costruire una nuova identità.

Va da sé che occorrono idee personali da esporre ed utilizzarle per far crescere i propri giocatori.

Non si può allenare sempre copiando dagli altri perché i propri ragazzi sono diversamente speciali. Intanto, occorre pensare come devono essere alla fine di un percorso. Li vogliamo in grado si saper far tutto, secondo il loro talento , poco o molto che sia.

E’ fondamentale, che siano autonomi ed apprendano lo spirito del gioco.

Lo possono fare solo giocando per creare l’organizzazione del gioco. Devono andare in campo con l’idea di far fare un tiro, un assist al compagno e non per realizzare dei punti.

Ecco la grande meta , come  programma da sviluppare , andando ovviamente controcorrente.

Usiamo questo termine perchè conosciamo benissimo l’altro indirizzo, quello delle specializzazioni per la crescita di un gruppo a conduzione gerarchica dove il N°1 è il punto di riferimento assoluto. Il principio di Peter attende tutti alla fine dell’attività giovanile.

LA DIFESA E L’ATTACCO

Per noi la difesa deve essere assolutamente aggressiva. In attacco tutti devono conoscere l’organizzazione, il gioco del playmaker. Tutti devono saper fare tutto, quindi saper giocare anche “schiena a canestro”, ovvero il gioco del Post.

I fondamentali per esprimere e migliorare il gioco devono soddisfare soprattutto il “finale di ogni attacco”, ovvero Tiro-Rimbalzo.

La difesa deve utilizzare il pressing tutto campo con l’idea che non si difende contro un solo avversario ma bisogna ostacolare l’intera squadra. Il “cambio” difensivo è un’azione scontata.

Non dobbiamo pensare subito alla tecnica, ma alle abitudini da fare acquisire ai “Guerrieri della Luce” perchè la combattività è indispensabile. E’ la nostra prima meta.

“Ogni anno l’allenatore impara nuove cose dagli allievi avuti a disposizione. Una esperienza che viene trasmessa ai futuri ragazzi che ne beneficiano. Cosa voglio dire? Si può utilizzare una esperienza pregressa del Coach per aiutare, adattandola, i nuovi allievi, affinché sfruttino al massimo il loro talento.”

Va da sé che occorre fare una verifica iniziale , sul livello mentale, fisico e tecnico di partenza dei nuovi allievi, tenendo conto che la propria filosofia di insegnante non deve cambiare. Sappiamo in partenza che “si vince e si perde, si cade e ci si rialza”.

SI COMINCIA GIOCANDO

La prima considerazione da fare è che il lavoro fatto in palestra deve compensare la negatività scontata del periodo storico nei confronti delle abilità motorie. Cosa voglio dire?

Si gioca poco rispetto al passato e, visto la diversità e vastità dell’impegno tecnico da svolgere , non si può fare a meno di avere collaboratori fidati per un lavoro di equipe.

Va da sé che si deve portare avanti il gioco, senza pensare all’esecuzione che dipenderà anche dal livello raggiunto con la perfezione dei fondamentali. Come giocare? Noi lo chiamiamo “Gioco a ruota libera”, tutto campo, basato sulla velocità e destrezza, con possibilità di intervento  successivo dei compagni , partendo dal “2c2” con rientro difensivo. Una vecchia idea.

Ci alleniamo sempre in “affollamento” perchè pensiamo che abituarsi al caos sia meglio che avere le spaziature chiare.

Il pressing e la lotta ai rimbalzi deve dare l’idea dell’atteggiamento combattivo che devono avere i ragazzi. Pressing, gioco a “ruotas libera” e Tiro-Rimbalzo.

“Ci possono essere “assistenti” che vogliono apprendere il lavoro da svolgere, ma soprattutto occorrono “tecnici”, colleghi a cui affidare compiti ben precisi. Il Capo-Allenatore lascerà la libertà assoluta sul loro intervento sapendo che sarà collaborativo e di compenso sul lavoro svolto dagli altri.”

“Per migliorare gli aspetti tecnici con Ettore abbiamo trovato una simbiosi che ci pare, in questo momento, la migliore in assoluto. Sapendo che ciò che facciamo ora è frutto delle esperienze passate. Scontatamente, ciò che faremo a fine stagione sarà evidenziare l’evoluzione di quanto ora stiamo mettendo in campo (always moving forward)” .

IL RAPPORTO CON I GIOVANI

A nostro avviso i ragazzi devono essere disponibili sotto ogni aspetto che noi proponiamo, sia questo didattico oppure disciplinare. Non sono ammesse divagazioni o cadute di concentrazione, perché il tempo trascorso in palestra e sempre scarso, ma soprattutto didatticamente devono essere disponibili a fare un lavoro “casalingo”, per incamminarsi verso l’autonomia.Il fatto di alternarsi in campo degli istruttori , mantiene il livello alto di concentrazione.

Un canestro per ogni casa degli allievi è la chiave per risolvere il problema “tiro-rimbalzo”. Vogliamo sottolineare che l’idea di questo lavoro sul tiro fa aumentare la fiducia nel ragazzo che si rende molto disponibile all’esecuzione in gara quando, leggendo la difesa, si appresta al tiro che sarà sempre seguito dal movimento per catturare il suo rimbalzo.

“Rispettando la personalità del ragazzo, non si può pensare che il rapporto non vada sulla strada giusta se si cerca di ottenere il massimo impegno con metodi “sbrigativi”.  Per migliorare questo aspetto mentale (concentrazione-impegno) stiamo facendo un lavoro insieme dove, come al solito, Ettore fa il buono ed io faccio il cattivo (meglio il “severo”). La punizione (piegamenti sulle braccia) è la medicina giusta… che Ettore non usa mai.”

COMPENSARE E’ LA CHIAVE

Il rapporto con i collaboratori deve essere compensativo anche dal p.d.v dell’atteggiamento nel rapporto umano coi ragazzi. Non si può essere tutti intransigenti, anche i toni della voce devono essere diversamente collaborativi . Il ragazzo deve uscire dall’allenamento o gara soddisfatto per il rispetto ottenuto dal suo impegno.

“Ettore scherza e racconta le favole, per compensare i miei richiami severi. Per età siamo entrambi diversamente “nonni” . Il sottoscritto, coi nipoti naturali, lui lo diventa improvvisando “sceneggiate teatrali” coi ragazzi in palestra.

Poi li vizia, con una “ pacca” sulla spalla e gli racconta metafore vissute del “Jungle Team”, gli animali della foresta. Spesso compra la coca cola da vincere nelle partitelle.”

I ragazzi amano le favole e la comunicazione verbale che le ricorda è sempre ben accettata. Va da sé che, allenare è comunicare e con la favola si facilita il compito, in modo che ci sia la comprensione che favorisca l’accettazione del messaggio.

Nel sito www.videobasketballnet.com abbiamo un “blocco di articoli” dedicato a favole “tecniche”. Trattasi, il nostro, di una forma di collaborazione fra allenatori esperti che non ha bisogno di accordi preparatori. Lavoriamo sul campo regolando i nostri interventi tecnici compensativi. Un preparatore lavora per l’attacco e l’altro per la difesa. Entrambi sui fondamentali.

Il grande Dan Peterson agiva in questo modo coi suoi collaboratori. Chiedeva loro come intendevano agire. Tra persone esperte meno si parla, più si pratica la propria idea in campo e migliore sarà il risultato.

“In pratica, quando Ettore finisce la sua ora di allenamento piacevole , i ragazzi si ritrovano ad affrontare il “ brusco risveglio” per vedersela con un rapporto diverso.

Devono immergersi nella realtà dove il “lavoro di braccia”, se sbagliano, insieme alle “lavate di capo”, per i mancati interventi tecnici, li riportano a livello con la realtà della vita. La punizione è accettata, ma è come una spada di Damocle che controlla la concentrazione.”

Infatti devono essere educati a non sbagliare le cose semplici perché gli avversari, non regalano nulla.

La competizione richiede di essere sempre pronti a rialzarsi dopo ogni scivolone tecnico o psicologico derivante dalla supremazia avversaria o dall’atteggiamento “tosto” di chi ti ritrovi di fronte durante il match.

L’IDENTITA’

“Tuttavia, ogni gruppo ha la sua caratteristica da evidenziare e i nostri ragazzi sono caratterizzati dalla mancanza di quella fisica e maggiormente da quella tecnica.

Siamo però contenti che abbiano quella psicologica, la qualità dei veri lottatori senza paura.

Per questo qualcuno li ha nominati “Combattenti della luce”. Ovvero combattenti per la vittoria che illumina il loro volto stanco, ma soddisfatto, alla fine di ogni gara. Non capita spesso di essere soddisfatti per la vittoria, ci si trova spesso a dover fare i conti con sonore sconfitte.”

“Come quest’anno (2018-19) dopo tre partite vinte con un crescendo emotivo forte, ci hanno “stesi” con un sonoro -35.”

Ci sono sempre lati positivi da sottolineare. Perdere una gara combattendo senza subire né il loro ritmo né la loro fisicità , ma solo quella dell’aspetto tecnico, ci fa pensare bene per il futuro.

Abbiamo infatti un punto di riferimento per i nostri futuri progressi individuali e di squadra, sapendo dove , quando e perché lavorare. Sceglieremo senza indugi un aspetto tecnico piuttosto che un altro.

“Dovendoci dividere i compiti,  anche sui commenti da offrire ai ragazzi, le nostre disanime sulla prestazione della squadra, dopo la sconfitta, sono state uguali e contrarie ed i ragazzi sono rimasti allibiti da come ci troviamo sempre d’accordo anche quando offriamo due commenti diversi.

Sicuramente daremo loro tutto ciò che occorre per migliorare anche se Ettore si è mostrato soddisfatto e il sottoscritto non li ha “risparmiati”, perdonati per la loro prestazione “di….m”.”

“Partiremo dall’insegnamento che ci hanno regalato i precedenti gruppi allenati, perché la nostra filosofia è rimasta la stessa.”

Non vogliamo, non rincorriamo le specializzazioni perché pensiamo al loro futuro. Significa che tutti apprendano lo spirito del basket che si raggiunge nel saper “organizzare” e , nel tempo, apprendano il gioco “spalle a canestro”.

Il “sistema grafico” è ricordato nel Diag. dove abbiamo, nell’attacco  “ABI” , la linea “mediana verde” formata dai Playmaker che si alternano con gli esterni, pensando che “tutti dovranno essere in grado di fare tutto”.

Si attacca con la palla, senza la stessa e a rimbalzo, ma l’1c1 è fatto come “finto attacco” leggendo la difesa. Se ci pensate bene, tutta la pallacanestro giocata dovrebbe avere questo principio. Si può fnire un attacco individuale se si prende un vantaggio, ma non capita sempre… Riconoscerlo è importante per stabilire di giocare coi compagni.

Nel secondo Diag. vedete l’esecuzione di un blocco. Va da se che c’è un tempo per ogni fondamentale…che verrà insegnato a suo tempo.

L’aspetto psicologico di tutti i nostri ragazzi, giustamente soprannominati “Combattenti della luce”, è una qualità non sempre riscontrabile in una squadra. Di solito uno o due per squadra si distinguono, ma i nostri sembrano selezionati da un reclutatore illuminato che li ha scelti per il carattere.

Tutti Cercano Il Playmaker

Il motivo? Semplicemente per demandare al N°1, il migliore, la responsabilità dell’organizzazione del gioco. Una prassi con radici profonde.

Gestire le rimesse, organizzare il 5c5 leggendo la difesa e la partita, portare avanti la palla in palleggio contro il pressing ,fornire assist, cambi di ritmo al gioco e quant’altro.

Tutto in mano ad un solo giocatore, il migliore, chiamato per questo, nella organizzazione di tipo gerarchico, il Playmaker, l’allenatore in campo.

Questo tipo di impostazione sportiva sembra non avere alternative. Infatti, a livello nazionale, europeo e mondiale, da sempre, tutti cercano di fare la stessa cosa col playmaker, grazie al suo impegno e capacità eccellenti. Risultato? Gli Under 12-13 giocano come i professionisti e questo è un dramma.

Ecco come si arriva rapidamente alla specializzazione. Perché aspettare? Ve lo siete mai chiesto?

Va da se che tutti gli allenatori cercano il playmaker e quando lo trovano sono felici. Se si tratta di una squadra professionista, nulla da ridire, ma non possono cercarlo allo stesso modo allenando i giovani.

Sembra cosi logico e scontatamente facile che pensare contro corrente da l’impressione di andare anche contro natura, al punto da far nascere ai più ragionamenti pieni di pregiudizi e diffidenza: “Why?”, chi te lo fa fare?

Le mete giovanili non possono dipendere dalla ricerca del playmaker, perché tutti lo devono diventare. Non ci possono essere Coach, ma educatori, maestri per insegnare lo spirito del gioco. A nostro avviso, tutti devono organizzare il gioco, tutti saper giocare con spalle a canestro. Tutti, tirare e andare a rimbalzo.

Why? Perché quando tutti diventano bravi, al massimo delle loro possibilità, si vincerà di più. Scontato. Al punto che quando si inizia questo camino gli avversari vengono spazzati via. Va da sè che l’allenatore-istruttore anche quando lavora per i suoi ragazzi, lo fa per se stesso.

Si possono realizzare, tradurre queste mete in un sistema di gioco? Questo è il problema. Si può, ma non bisogna scimmiottare nessuno, non può essere copiato quello (sistema) usato dai professionisti.

La conoscenza delle mete giovanili è un punto di partenza. Tutti devono apprendere il gioco. Lo spirito del basket risiede nella sua comprensione e tutti lo devono fare, organizzare per assimilare questo tipo di esperienza. Ognuno coi suoi mezzi, poco o molto che siano.

L’allenatore, facendo fare “tutto a tutti” cerca una strada nuova , adatta all’età , perché per ogni livello , per ogni fascia si sceglie l’educazione tecnica adatta. Non si passa dalla scuola elementare direttamente all’università. Fino a prova contraria , naturalmente. Non si riempe un sacco vuoto con una montagna.

Come costruire un nuovo sistema di gioco? Basta sostituire il concetto del playmaker “che-fa-tutto”, con quello della squadra, che risolve ogni problema, impegnata totalmente in ogni situazione di gioco. Semplicemente perché il basket è uno sport di situazioni.

Va da sé che l’individualità eccessiva, specialistica,  lascia il posto, nelle giovanili, al lavoro di squadra. Tutti insieme in ogni momento del gioco. Tranquilli, non mancherà il momento dell’1c1, con palla , senza la stessa e a rimbalzo, arriva senza fretta, ma dopo aver coinvolto tutta la squadra. Non va rallentato il lavoro sui fondamentali , ma tutto va fatto con la giusta priorità.

Tutti i componenti della squadra agiscono, insieme , in ogni situazioni di gioco, senza specializzazione individuale, in modo tale che “nessuno” sappia chi è il predestinato nel “gioco del playmaker”. Ci sono i mezzi, le idee tecniche, prese dal cimitero dei fondamentali dimenticati. Noi usiamo il “ragno” che è il giocatore più lontano dalla palla che si muove per riceverla in mezzo alla ragnatela dei passaggi. Alleniamo al movimento “Chicken”, il modo per sentire l’avversario giocando spalle a ceanestro. Fondamentali e abitudini conosciuti da sempre.

Trattasi solamente di un problema organizzativo che va contro corrente rispetto quello che si è sempre fatto con l’aiuto “specializzato” del giocatore migliore. Questo non toglie nulla al più bravo che si realizzerà ugualmente.

Il vantaggio lo avrà però l’intera squadra che , col tempo , migliorerà nel rendimento, soprattutto individuale. Non è un controsenso, basta pensarci un attimo.

Tutti playmaker vuol dire inseguire una capacità di gioco per raggiungere un livello tecnico più alto. Il più bravo lo farà meglio, ma tutti sono chiamati , usando la semplicità tecnica, ad esibirsi. E’ l’evoluzione del basket che parte dagli Under13.

L’Avv.Porelli Chiama, Domani Alleno

E’ capitato a me, poi a Dan Peterson, quindi a Terry Driscoll in mia compagnia, di nuovo al sottoscritto con  Asa Nicolic, a Kresimir Cosic , ad Alberto Bucci ed infine ad Ettore Messina.

L’ombra del “Boss” sulla vita di molti personaggi che interpretano in modo diverso la stessa scena del film, che inizia col telefono che suona. Tutti possono raccontare la “storia” durante la loro proiezione del film, tutti con lo stesso regista.

La mia filosofia di allenatore è tutta rinchiusa in questo articolo che cerca di descriverla.

Prima di addentrarci, devo dire che non sono mai stato un allenatore, ma solamente un giocatore che ha fatto un tentativo.

Non sono nemmeno una persona adulta di 75 anni, perché sono ancora un bambino con un entusiasmo infinito che contempla la decadenza del proprio fisico.

ENTUSIASMO?

Una caratteristica psicologica che non appartiene ai vecchi, ma solo ai bambini. E’ l’incontenibile spinta ad agire e operare dando tutto sé stesso. Si può trasmettere applicata alla tecnica.

L’entusiasmo è contagioso e l’aveva compreso soprattutto l’Avv. Porelli. Correva l’anno 1972 quando mi chiamò. La squadra Juniores (Under18) è tua, mi disse.

I ragazzi provarono l’entusiasmo applicato alla difesa che è qualcosa di coinvolgente per i giocatori e sconvolgente per gli avversari. Col loro impegno, gli Under18 della Virtus vinsero subito il titolo. Correva l’anno 1972, a Castelfranco Veneto.

L’entusiasmo ? E’ il risvegliarsi di una forza che ci invade, tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano.

Per questo motivo ragazzi giovani, ma anche i giocatori seniores stavano volentieri con me , perché ho sempre comunicato concetti importanti, destando l’entusiasmo, con la metafora. Ovvero, il mio linguaggio per comunicare è preso dalle favole e questo contribuisce a caricare l’ambiente d’entusiasmo.

Mi venivano fuori istintivamente, quando trovavo uno ostacolo alla comprensione nel trasmettere la tecnica. Una spontaneità che veniva dall’insegnamento alle elementari dove sono approdato a 20-40-60 anni.

Con questo tipo di comunicazione i ragazzi si entusiasmano , gli uomini mi guardano con occhi “basiti”, increduli ma soddisfatti perché tutti sono stati bambini. Correva l’anno 1972, ma non solo.

Tutti ragazzi “correvano” in quell’anno perché l’entusiasmo applicato alla tecnica motivava allora, ma incentiva ora e sempre tantissimo. Difesa pressing e 1c1 in attacco, con palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Come già detto , l’avv. Porelli mi telefonò. Domani alleni, mi disse. Domani?

Ripensandoci, oltre alla specialità dell’anno e il “correre” dei ragazzi, “corre” anche una verità assoluta. La vita dipende dagli incontri che si fanno. Non avrei mai allenato se non ci fosse stato Porelli, a me piaceva giocare.  Tuttavia, pensavo che avrei potuto anche allenare , perché già lo facevo alle scuole elementari e reclutavo giovani per il Basket Budrio “desaparicido”.

Attenzione però, l’entusiasmo non basta, perché non c’è solo la tecnica. Nella gestione di un gruppo , la tecnica è l’ultima ruota del carro.

Va da sé che bisogna comprendere quando arriva il proprio livello di incompetenza. Prima o poi arriva. Per allenare bisogna avere la consapevolezza della gestione di tutte le problematiche del coaching …e la tecnica ha un valore marginale.

Così, pur vincendo, ho capito che allenare è gestire gli uomini. Non fa per me, ho pensato.

Ci vuole molto più della tecnica e ,queste cose, ho pensato che fosse meglio lasciarle a Dan Peterson, col quale sono stato molto tempo, oppure ad Alberto Bucci che ha un approccio psicologico da leader per le persone.

Il mio entusiasmo si scatenava solo durante il gioco. Io amavo e amo la tecnica e le favole. E, ancora di più, la mia famiglia. Dan e Alberto, pensateci voi, ho esclamato, quando la sentenza di Peter mi ha chiamato.

Solo per dare due grandi esempi. Esempi per coloro che hanno veramente le capacità di guidare gli uomini, gestendo le loro motivazioni positive e gli atteggiamenti negativi. Non basta saper giocare a basket, per vivere dentro una squadra, e non basta conoscere la tecnica per allenarla.

Il basket, il gioco e l’entusiasmo per la tecnica. Ecco la mia filosofia, ma soprattutto amo la famiglia e, quando si allena, la propria famiglia non può essere nessuna “prima squadra” sportiva. A mio avviso, naturalmente…

Un conflitto che ho risolto andando via, fuggendo dalla strada maestra, quella del Coach professionista.

Sono rimasto però con i giovani perchè ho sempre pensato che, allenandoli, occorre guardare oltre il presente e “vedere” il loro futuro. Sarà frustrante se si fanno crescere tecnicamente dentro le “gabbie” della specializzazione.

IL FUTURO DEI RAGAZZI

Nel mio modo di allenare non c’è il riferimento per nessuno allenatore, perché istintivamente è sempre prevalsa la mia mentalità di giocatore.

Sono quindi un “giocatore” che ha anche allenato, dalla scuola elementare alla serie A, ma Dan Peterson è il Coach di riferimento. Sogno ancora di giocare, nessuno sogno come allenatore. Eppure ho vinto, anche molto.

Quando allenavo , istintivamente, non lo facevo per il presente del giocatore ma per il suo futuro. Scontato? Non so da dove venga questo pensiero, forse dalla negatività intrinseca dei “ruoli” e dalle relative “gabbie tecniche”, dalle quali bisogna fuggire. Penso che tutti gli istruttori dovrebbero contribuire.

Alla fine del mini-basket si gioca col “penetra-e-scarica”, come i professionisti, quindi un gioco specialistico.

I bambini già indirizzati verso la specializzazione? Non va. Cresceranno dentro una costruzione tecnica di tipo gerarchico e i ragazzi più “alti” arriveranno presto al loro livello di incompetenza. Il loro futuro sarà molto compromesso.

Dal 1972, anno di inizio dell’esperienza di Coach, tutti i miei giocatori hanno provato la strada del Playmaker. Non ho mai guardato alla loro altezza, una caratteristica che spedisce il giocatore dentro la gabbia tecnica del Pivot.

Nella “favola”, l’altezza appartiene alla “Giraffa” che non si presentava agli allenamenti del “Jungle Team” perché consapevole di essere in possesso di una falsa capacità fisica.

Trattasi di una caratteristica morfologica, descrittiva. Per questo motivo la “Giraffa” comprendeva che non sarebbe riuscita a giocare.

Con la sola altezza non si va da nessuna parte, pensava. Allo stesso modo non può essere un motivo di scelta principale per il ruolo tecnico. Al massimo si può tollerare come “contorno”, qualcosa in più, rispetto le altre caratteristiche fisiche. Solo così sarebbe utile.

Quando penso che il metodo di attribuzione dei ruoli si basa proprio da scelte derivanti solo dall’altezza, urlo di rabbia. Va da se che per il futuro dei giovani, tutti dovrebbero fare esperienza come playmaker, ma non perché sia la strada per diventare organizzatori, ma provarci è propedeutico per migliorare .

Il playmaker è una creatura divina che solo Dio può creare. Però è l’unico ruolo per poter comprendere lo spirito del basket, ovvero giocare acquisendo la conoscenza del tutto, ma non solo.

Sposta in avanti il momento della incompatibilità, i limiti di gioco rilevati dalla legge di Peter. “Tutti giocano playmaker”, non toglie nulla ai più bravi, ma il gioco di supporto non può essere “penetra e scarica”.

I miei ragazzi mi ricordano per questo motivo. Nessuno ha mai giocato nel ruolo del pivot, prima di aver provato quello del Playmaker. La maggioranza degli allenatori della prima fascia Under gioca già coi ruoli e quelli “alti” sono sacrificati.

Andare controcorrente si prende il raffreddore, come allenatore, ma anche tanti sorrisi dai propri allievi che, giocando, apprendono lo spirito del basket, nel ruolo del playmaker. Molti complimenti dai presidenti, “competenti”, che vedono le loro speranze soddisfatte per i giocatori “fatti in casa”.

Dopo i l periodo col Fernet Tonic, mi richiama l’Avvocato Porelli per allenare insieme a Discoll che ha appeso le scarpe al chiodo. Vuole accontentare i tifosi facendo allenare il loro prediletto.

Nel Fernet Tonic c’erano stati ragazzi stupendi, dei veri professionisti, facili da gestire. Tuttavia la tecnica ci aiutò moltissimo perché non giocavamo secondo la “gerarchia” dei ruoli, bensì sul disagio tecnico sviluppato dalla fisicità. Sempre contro corrente.

Meo Sacchetti , arrivato come Pivot, diventò Guardia-Play e voi potete immaginare la fisicità espressa da Masini (2,08m), Ghiacci (2,04m), Canciani (2,02m), insieme a Romeo?

Ecco che arriva la seconda telefonata “a las cinco de la tarde”. L’avvocato è, in un certo senso, come il “postino” che suona sempre due volte.

LA RIVOLUZIONE TECNICA

Correva l’anno 1979, ma stavolta non dovevo fare molto perché il playmaker era li, alto 2,11m. Il più grande giocatore della storia della Virtus.

Non un playmaker tradizionale alla Caglieris, ma organizzava prendendo sempre il primo passaggio, andando in mezzo alla “ragnatela dei passaggi”,col movimento senza la palla.

La “praxis” si rovescia, come nelle grandi rivoluzioni. Le gerarchie non sono più rispettate perché chi comanda in campo è il N°5, di solito dipendente degli esterni.

Sono passati quasi quarant’anni, ma non si può dimenticare Kresimir Cosic. Giocava insieme a Caglieris, ma era lui che forniva assist per tutti.

Usava i fondamentali, tutti , a seconda delle necessità della squadra, ma soprattutto pensava che era meglio far fare un passaggio , piuttosto che un tiro. Giocava per gli altri, ma le situazioni difficili erano tutte sue, come fanno i grandi giocatori. Risolveva così tutte le necessità della squadra.

Quando cominciava la partita, serviva il passaggio a tutti, ma si ripeteva solo con chi aveva realizzato il canestro, continuando poi fino a quando sbagliava. Così, fece fare 26Pt. in un tempo a Jim McMillian, a Belgrado (1980).

Immaginate la situazione? Dopo il primo canestro, si muovevano tutti , ma tirava solo Jim.

Pochi sanno che era stato scartato dai Boston Celtics perché lo consideravano un pivot senza peso. A Varese e Milano, non lo vogliono, mi disse l’avv.Porelli. Noi che facciamo?

Da noi ,nessuno giocava Pivot. Era il tempo della Sinudyne-Virtus 1980-81. Villalta partiva interno , ma era un “finto attacco”.

La storia si ripete, simile a quella del Fernet Tonic. In campo dominava ancora la “fisicità”, giocando con un attacco adatto alle loro caratteristiche, un “gioco” fuori dalla moda, non allineato con le abitudini del periodo storico. Una vera sorpresa.

Il “finto attacco” è la base di ogni attacco di squadra . Trattasi di una finta, ma non fine a se stessa.  quindi occorre essere sempre pronti a fare quello che si finta.

Kresimir Cosic, giocando come esterno avrebbe preoccupato seriamente Meneghin, la sua bestia nera. Kreso era felice per questo.

La chiave è sempre stata la fisicità. Ho sempre vinto, per questa idea, eppure nessuno si è mai accorto della sua importanza. Con i “ruoli” si sfuttano soprattutto le capacità tecniche.

La fisicità domina anche contro la filosofia dei “ruoli”. Con quattro lunghi in campo ci vuole sempre un “piccolo” veloce, ma non  è detto che sia il giocatore più importante del gruppo. Non si può giocare tutta la gara, ma la sorpresa e sempre stata devastante.

Va da sé che le caratteristiche dei giocatori vanno utilizzate per quello che ognuno sa fare, senza copiare necessariamente il sistema vincente . E’ legittimo farlo, ma chi copia quelli più forti può solo fare delle belle prestazioni, senza vincere mai.

Val la pena dire che non bisogna giocare come fanno tutti, la fisicità potrebbe essere più redditizia del gioco “gerarchico” fatto coi ruoli, dove il Playmaker e gli esterni guidano i “lunghi”, che collaborano come “dipendenti”. E’ solo la mia opinione.

Torniamo nell’estate del 1979. L’avv. Porelli mi chiama per “assistere” Driscoll, responsabile e Coach della squadra. Mi occupo solo della tecnica, perfetto.

Driscoll è d’accordo , ma soprattutto il grande “Kreso” è felice. Nessuno gioca Pivot perché, come detto, Villalta lo fa , ma in modo speciale, un concetto a quei tempi forse non compreso e considerato.

Eppure giocavano contemporaneamente : Cosic (2,11m), Generali (2,09), Villalta (2,05), Jim McMillian (2,00m), ovvero giocatori che avrebbero potuto essere utilizzati nel ruolo di pivot. Giocavano invece esterni, dentro un attacco che accoglieva le loro caratteristiche come un vestito da festa.

Il grandissimo Kresimir Cosic orchestrava tutto. Se fosse rimasto con noi avremmo vinto ancora per anni.

La sua dote migliore? Riusciva a far giocare in modo intelligente tutti i giocatori e a far passare come geniali gli allenatori .

Il destino non ha voluto che rimanesse, ma dentro il mio cuore e la mia mente c’è sempre un posto per sempre.

Il mio sito è dedicato a lui.

L’angolo Tecnico

Il Basket è uno sport costruito su regole e fondamentali dove le prime hanno la priorità. E’ anche un gioco di squadra dove la “socializzazione”, la spicologia,  hanno una importanza straordinaria. Senza dimenticare che , la fisicità , è un aspetto che può dominare la scena.

E la tecnica? E’ l’ultima ruota del carro, tutti la possono apprendere, secondo le loro possibilità. Tuttavia, alla fine queste componenti hanno il loro peso, si fanno sentire perchè il basket è unico, una sola cosa, guidata dalla ragione.

L’intelligenza di gioco tiene conto che il basket è uno sport di reazione e velocità che si realizza come una partita a scacchi , giocata a livello dei fondamentali individuali e di squadra. La “finta” è la regina del gioco.

E’ un fondamentale che, paradossalmente non è inserito nell’elenco perchè l’esecuzione non sarebbe più “a secco”, ma “bagnata” di tattica.

“PENETRA E SCARICA” E’ UN FINTO ATTACCO                                                                                                                                                                                     

E’ una finta e, come tale deve essere credibile, quindi bisogna essere pronti a fare quello che avevamo precedentemente fintato.

Tutta la pallacanestro mondiale gioca in questo modo , dentro un sistema a conduzione gerarchica e interpretazione tecnica individuale, specialistica. Palleggio e tiro, senza rimbalzo.

Quindi, penetrazione in palleggio come finto attacco, leggendo la difesa.

Lo scopo della finta? Far reagire la difesa come vuole l’attacco per favorisce una successiva azione che si può esaurire (non sempre) col passaggio “di scarico” e il tiro da 3Pt..                                                                                                                                                                                                            Va da sé che non c’è una sola azione possibile.                                                                                                                                                                                         1-Penetrare in palleggio e tirare; 2-Penetrare in palleggio e scaricare per il tiro da 3Pt; 3-Contro la difesa “vincente”: Fuggire in palleggio, dopo l’auto-blocco per contatto difensivo.                                                                                                                                                                                                    In quest’ultimo caso , si sfrutta un vantaggio “spazio-tempo” per una successiva azione col passaggio, possibile inizio di un gioco di squadra.                                                                                                                                                              Penetra e scarica? Praticamente, si attacca in palleggio leggendo la difesa e si sceglie la soluzione successiva, 1°, 2° e 3°. La terza, solamente se il difensore “contiene”.                                                                                                                                                                                                                             Solo per puntualizzare. La terza soluzione non è mai stata utilizzata, meglio dire, poco utilizzata. Si avvera quando il difensore chiude la strada col corpo, vincendo il confronto. Se si mantiene “vivo” il palleggio diventa una situazione simile a quella fatta con l’auto-blocco per smarcarsi senza la palla.                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Riassumendo, “penetra e scarica” è l’idea leader più usata al mondo. Un’azione offensiva che dovrebbe far reagire tutta la difesa, “costretta” ad aiutare, per favorire il passaggio “di scarico” e il tiro da 3Pt. Senza rimbalzo, naturalmente e questo è il principale difetto di questo attacco. Non è il solo. La specializzazione dei ruoli dovrebbe essere vietata nella categoria Under. 

 

Può essere eseguita con una modalità semplice (Vedi il Diag. sopra) oppure in forma complessa, come si può vedere nel secondo Diag. , dove l’incrocio laterale ed il “Pick-and-Roll” fungono da ulteriore “finto attacco”. L’attacco vero è la penetrazione in palleggio (rosso) verso il centro dell’area.

La difesa reagisce perché il basket è uno sport di “azione e reazione”.  Può farlo di squadra, ma anche individualmente.

Se si sviluppa il concetto della difesa individuale, può riuscirci chiudendo col corpo la via del canestro. Solo i più bravi ce la fanno.

Va da sé che il “finto attacco” con penetrazione in palleggio deve tener conto che il difensore può chiudere la strada col corpo impedendo lo “scarico”.

In questo caso, il palleggiatore deve essere pronto a prendere un vantaggio con “la fuga in palleggio”, allargando il gioco. Lo scopo? Potrebbe essere una opportunità per giocare di squadra, col “Passing-Game”, un attacco di passaggi e movimenti che si sposa benissimo col “penetra e scarica”.

La Grande Lezione Di Bob Cousy e Romeo Sacchetti

Il basket si impara copiando, da soli possibilmente. Il bravo istruttore , in questo periodo storico, dovrebbe favorire questo tipo di apprendimento. Tuttavia, copiare è dentro il DNA del basket, ma non sempre e per sempre.

Poiché si gioca per vincere e non solo per partecipare, semplicemente perché è dentro la natura umana, l’esempio di Bob Cousy deve insegnare , far venire in mente il suo modello, mettendo la sua foto sopra la propria scrivania.

Anche lui aveva in qualche modo copiato il basket, ma un giorno per uscire da una mischia in palleggio fece un movimento nuovo che sorprese tutta la difesa.

Questo è l’essenza del basket. Imparare copiando è OK, ma anche fare qualcosa in più e di diverso dagli altri, perché è la chiave per vincere. Evitando le solite ipocrisie.

Tutti, invece, fanno uguale, le stesse cose tecniche, sia a livello individuale che di squadra. La diversità è solamente quella offerta dal proprio talento che regala una sfumatura personale .

Va da sé che i fondamentali nuovi sorprendono sempre e sono vincenti come lo è stato quella prima volta per il grande Bob. Attenzione, non ci sono solo quelli individuali. Un nuovo modo d’interpretare il gioco di squadra può lasciare un segno positivo per la vittoria.

L’ultimo esempio è stato offerto da Romeo Sacchetti con la sua Dinamo Sassari che vince, nel 2015, tre trofei nazionali.

Non c’è mai un solo motivo per cui si vince ma la sorpresa è stata la novità tecnica con una gioco basato sulla velocità e il tiro da 3Pt.

Ha sorpreso l’intero movimento cestistico italiano, non preparato all’evento. Una novità tecnica che richiama l’esempio di Bob Cousy.

Invece di seguire la corrente del fiume, Romeo Sacchetti è andato contro corrente, usando una nuova mentalità di gioco. Un esempio per tutti gli allenatori.

Non c’è bisogno di Albert Einstein per farlo, basta andare nel mare dei fondamentali dimenticati oppure pensare ad indirizzi tecnici diversi da quelli normalmente sfruttati.

Quindi,  cambiare la filosofia, ovvero non seguire quella di fare solo come fanno tutti. Andare contro corrente è meglio, soprattutto se c’è la possibilità di  miglioramento individuale per i giocatori giovani.

Il sistema attualmente usato, si arroga la possibilità della utilizzazione  vincente dei ruoli,  dentro un sistema a trazione gerarchica. Non tutti i giocatori hanno la stessa possibilità di miglioramento. Anzi,  per alcuni giunge presto il loro livello di incompetenza.

Si potrebbe per esempio pensare, invece dei ruoli, di mettere in campo la fisicità eseguendo un basket adatto alla situazione contingente, conveniente alle caratteristiche dei giocatori in campo. 

Gli avversari si troverebbero sorpresi perché la fisicità è un elemento vincente.
Se i ruoli possono avere un tasso di abilità soddisfacente, a volte la fisicità offre una spinta superiore creando un disagio agli avversari che prelude alla vittoria.

Ci possono essere tante idee, ma il messaggio di Bob Cousy è circosritto alla esecuzione in campo. Cosa voglio dire? Il basket si apprende vedendolo, quindi tutte le idee tecniche vanno eseguite in campo, non raccontate.

Tutti Sanno Dire “Fondamentali”

Sanno che è una parola sacra, hanno la certezza che non saranno smentiti, ma non hanno le idee chiare. A mio avviso , naturalmente, riconoscendo di non essere depositario della verità.

Di solito, non sanno rispondere alla domanda “quando-come e perché”, siete d’accordo? Non sanno che non sono una priorità assoluta ma una necessità contingente.

I fondamentali sono nella Bibbia dell’allenamento, ma servono per giocare meglio uno sport “costruito”, le cui basi sono fondamentali. Scontato. Va da sè che il “gioco” ha la priorità in questo sport, che però non è fatto solo di fondamentali.

Ci sono anche le regole che , guarda caso, sono anch’esse prioritarie perchè , quando cambiano, il gioco si modifica. Regole del “regolamento”, naturalmente ma ci sono anche quelle “tecniche” che determinano lo sviluppo del gioco.

Attualmente, il gioco si basa sulle specializzazione dei ruoli per eseguire un gioco di alto rendimento che mira allo sfruttamento della regola col tiro da 3Pt., che vale più di 2Pt., fino al punto di pensare la sua eliminazione.

Il tiro da 3Pt è nato da una “regola” che prima non c’era e, per sfruttarla al massimo ha bisogno della capacità di penetrazione in palleggio, per la sua realizzazione in gara. Si tira da 3Pt. se si usa la “penetrazione in palleggio” come “finto attacco”.

Va da se che due fondamentali hanno la priorità su tutto, il palleggio e il tiro da 3Pt., dentro un gioco che è diventato altamente specialistico.

Un gioco basato anche sulle gerarchie dove la principale riguarda il N°1, il playmaker, poi il N°2, la “guardia” tiratrice, ecct. Nel gioco delle gerarchie si mette in evidenza il “principio di Peter”, una spada di Damocle che si riversa sulle specialità dei singoli.

Nella specializzazione dei ruoli , chi ci rimette maggiormente sono il N°4 il N°5, dipendenti assoluti delle altre gerarchie. Attenzione perché nelle forme gerarchiche della specializzazione si presenterà prima o poi la “Legge di Peter “, che stabilisce l’incompetenza personale ad agire a livelli superiori.

Come detto , con la specializzazione, soprattutto se è  precoce , dentro lo scopo del gioco per tiro da 3Pt. , a rimetterci sono i ragazzi più alti, sistemati di solito a compiere compiti secondari.

Per recuperarli nel basket giocato in questo periodo storico, hanno utilizzato il “Pick-and-roll”.

Un vecchio “gioco-a-due” efficiente, ma sempre per sottolineare l’utilità e bravura del Playmaker, la sua penetrazione in palleggio ed il tiro da 3Pt.

Un palliativo per il “pivot” che blocca e fa poco altro, una capacità tecnica che non lo salverà dalla “sentenza” di Peter perché per competere ad alti livelli bisogna saper far tutto, che tutti sappiano far tutto, ma rigorosamente secondo il proprio talento.  

Ecco, parliamo ora di fondamentali e di come somministrali e per quale scopo. Bisogna legarli ad un gioco, ma quale se tutti devono saper fare tutto? Vogliamo evitare la legge di Peter e dare la possibilità di spostarla nel tempo più avanti possibile?

Il modello, a mio avviso, il giocatore che rappresenta una indicazione “tecnica” di chi ha trascorso il periodo delle giovanili nel modo giusto, è  Nicolò Melli.

Come ha fatto? Sicuramente non posso e non devo dirvelo io, ma il suo allenatore.

Hanno lavorato sui fondamentali direbbero “i saggi”, ma non sapranno mai dire “come-quando e perché”.

Il percorso tecnico è importante, e come è avvenuto il suo apprendimento, i fondamentali  appresi , va chiesto anche a Nick.