Due Parole su Dan Peterson

“Sono stato molto fortunato nella mia lunga attività di coach. E non lo penso solo io. Dopo tanto tempo alcuni colleghi mi hanno confessato, senza mezze misure, di avere provato una certa invidia nel vedermi insieme, tanto tempo fa, a Dan Peterson.

Agli inizi degli anni settanta, avevamo tutti una gran fame di tecnica “cestistica” e lui veniva dall’altro mondo con lo scettro , un’autorità per il mondo del basket.  Anche senza sapere se era bravo o no, per noi era già il massimo.

Era bravo, naturalmente, e ci ha insegnato ad allenare portando l’arte della  “comunicazione”, la programmazione settimanale, la metodologia e un attacco che “costringeva” al gioco di squadra.

Dan Peterson

Poi, era americano, vestiva coi pantaloni “quadrettucci” ,teneva bene la scena e a noi bastava.

Ripeto per sottolineare e non lasciare dubbi: era davvero molto bravo. Ve lo dice uno che ha conosciuto fior di allenatori, Dan era super. Il migliore.

Il fascino era talmente grande che l’effetto alone ebbe una grande influenza sui comportamenti di tanti. Alcuni coach cominciarono a vestire come lui, a comportarsi come lui e, naturalmente a copiare quello che predicava, senza sapere che non era possibile farlo.

Copiavano anche la mimica, le pause e il cambio di ritmo dell’oratore, ma soprattutto “contavano” cominciando dal mignolo. Solo gli allenatori erano “innamorati”? Dan era anche entrato nel cuore dei tifosi virtussini.

Era fantastico il suo comportamento e, soprattutto , era un coach diverso dagli altri! Quello che proponeva e come lo trasmetteva non era del nostro mondo. Gli allenamenti erano a porte aperte. Nessuno lo aveva mai fatto. Ore 16,00 allenamento al palasport di Bologna con la curva est piena zeppa di spettatori.  Uno spettacolo.

Nessuno giocatore poteva tirarsi indietro nell’impegno  e lui “volava” da un atleta all’altro, legandoli insieme con una dialettica “ispano-americana” ( veniva dalla esperienze del Cile). Una capacità di correzione veramente didattica.

La prima lezione che ci impartiva era la comunicazione figurata, per raggiungere la massima chiarezza. Poi, l’accessibilità dell’esercizio proposto, che deve essere adatto alle possibilità motorie del giocatore.  L’evidenza , basata sulla dimostrazione, che lui sapeva fare benissimo, fotogramma per fotogramma. Quindi, la progressione didattica che va dal semplice al complesso e , infine, il divertimento. Un programma basato sulla diversità giornaliera del lavoro, non poteva certo annoiare.

IL MICROCICLO DEGLI ALLENAMENTI

Lunedì, riposo dopo la gara. Martedì,fondamentali individuali d’attacco e gioco: metà campo e tutto campo , basato sulla organizzazione delle situazioni di gioco. Mercoledì, fondamentali individuali per la difesa , poi situazioni di gioco difensive, quindi il gioco non mancava mai.

Giovedì, massima intensità nel gioco con cura delle priorità difensive ed offensive, senza tante interruzioni. Si arrivava alla fine sfiniti. Venerdì, cominciava a calare l’intensità, ma solo un po’, per dare spazio alla conoscenza della tecnica dei prossimi avversari.  Sabato, studio vero  dell’avversario e gioco prevalentemente a metà campo.

Ripasso delle situazioni d’attacco e difesa. E la domenica? Se giocavamo in casa, ore 11,00, tutti pronti per il tiro. Nessuno poteva pensare di stare a dormire fino a mezzogiorno.

Dan è stato il primo allenatore, organizzatore e programmatore degli allenamenti. Nulla era lasciato al caso: un piccolo promemoria da tenere in tasca era la sua guida, una coperta di Linus a cui teneva tantissimo. Per noi era un modo d’interpretare la professione veramente eccezionale. Per lui non era solo routine, ma proposta precisa di una didattica fondamentale.

Era la “goccia” che cadeva costantemente sul “sasso” per far nascere il “fiore” del basket. Erano le abitudini giuste che si consolidavano per affrontare la gara.

Attraverso Dan Peterson , tutti noi abbiamo imparato la lezione , anche perché è stato il primo divulgatore della tecnica cestistica, attraverso un certo numero di libri. Non sto ad elencare la sua produzione come autore di best-sellers sportivi, perché non era questa la sua caratteristica principale. Ci mancherebbe!

COME LEE MARVIN

Ricordate “Quella sporca dozzina”, film di guerra con Lee Marvin.  Togliete Lee e mettete Dan per avere lo stesso risultato.

Dan amava ed ama la storia, come dispensatrice di episodi fatti da uomini che l’interpretano a seconda delle situazioni. Proprio come il basket, giusto? Conoscendo episodi storici e le biografie dei personaggi che l’hanno interpretata , si possono trarre episodi per risolvere le situazioni psicologiche della squadra nei momenti chiave, quelli precedenti alla gare.

Niente deve essere storicamente dimenticato perché tutto ritorna. Non ci avete mai pensato vero? E’ una questione di cultura. Infatti, allenare è principalmente questo…una questione di cultura.

Dan Coach

Dan è stato un grande conduttore di uomini, con lui si arrivava ad interpretare la figura del guerriero in campo. Ti faceva sentire importante e trovava mille modi per trasmetterlo. Un esempio? L’ultimo allenamento della settimana teneva una piccola riunione nello spogliatoio.

Disegnava cartelli che io stesso appendevo sulle pareti e , quando i ragazzi finivano l’allenamento, teneva il discorso preparatorio per la gara, proprio nello spogliatoio.

Non accennava mai ai cartelli affissi, sembravano li per caso, ma i ragazzi li vedevano, eccome!!! Cosa c’era scritto? Con il ritratto di Renato, Villalta dice: “Per vincere a Varese, tagliafuori e sfondamenti. Senza Pieta!”

Infuocava gli animi, non ci credete? Così piccolo, ma grande! Diventava alto più di due metri quando parlava, indicando la via del successo.

Io stesso invidiavo Villalta, Berolotti, Caglieris e tutti gli altri. Avrei voluto anch’io sentire quelle parole prima di entrare in campo. Ai miei tempi ci si caricava da soli e spesso non ci riuscivamo. Disegnava il viso dei ragazzi come un ritrattista di professione. Era più importante quello, oppure insegnare la tecnica? Chi non è stato giocatore può sorridere , ma non sa cosa vuol dire.

Dan Numero Uno

E’ logico che c’è bisogno di tutto, non si può escludere nulla , ma la tecnica è una priorità facile da conquistare.  “Ettore, secondo te ,cosa pensano i ragazzi dei cartelli affissi al muro? “Ho visto Villalta staccarlo e portarlo a casa. Sono un messaggio importante.”

Come già detto, Dan era un grande conduttore di uomini che li portava sul campo, per vincere una battaglia. Su una palla vacante si eccitava nel vedere che tutti si tuffavano. Vietato avere paura del contatto fisico. Se scorreva il sangue, era un buon segno. Una grinta, la sua, che sfiorava la cattiveria. Cosa sarebbe stato se avesse avuto il fisico di Meneghin? Non avrebbe sicuramente allenato.

Mi è sempre piaciuto prestare attenzione a Dan mentre parlava, mi trasportava con l’enfasi, sarei andato in campo anch’io  a giocare con loro e per lui. E ora provate a rispondere a questa semplice domanda: “Era possibile imitare Dan?”

Quelli che lo facevano, copiando i suoi allenamenti , gli schemi o quant’altro  erano sulla strada giusta? A mio avviso, lontanissimi dall’essenza  del suo essere coach, comunque inimitabile. Mi sembra scontato dire che Dan non era solo un esempio di coach trascinatore, lo psicologo che sa penetrare dentro l’animo umano.  Conosceva la tecnica. Alla grande!!!

IMPREVEDIBILITA’

Dan Peterson Armani

Un dettaglio che nessuno sa è l’interessante orgoglio che lui (raramente) dimostrava nel sottolineare l’idea vincente del gioco di squadra. In altre parole, era consapevole che l’efficienza di uno schema (offensivo e difensivo) ,diverso da quelli che si vedevano in campo, era fondamentale.

Aveva un sentimento innato per la diversità tecnica che determina l’imprevedibilità di una squadra. Un giorno cominciò ad allenare i ragazzi per fare la zone-press. “Dan, perché lo fai?” gli chiesi, “Perché non lo fa nessuno ed avremo molti vantaggi da questa sorpresa. E un po’ di tempo per viverci sopra”. Per un mese vincemmo con la zone-press in tutti i campi d’Italia.

Per allenare ci vuole anche il coraggio che viene dalla sicurezza delle proprie idee. Uniformarsi tecnicamente agli altri non è la strada giusta. Certo non si può rinnegare il valore dei fondamentali che lui faceva inesorabilmente esercitare ogni settimana nel suo “microciclo”  settimanale. Era però solo routine.

Ma l’idea tecnica che sconvolge le abitudini degli avversari non è certo da meno, per importanza, nei confronti dei fondamentali individuali e di squadra. Lui aveva questo sentimento, che io ho colto. Non ha mai manifestato apertamente questo pensiero, forse era istintivo, ma io l’ho compreso perché sono d’accordo con quella sensibilità che appartiene anche al giocatore protagonista.

Non è mai stato un giocatore di quel tipo , quello cioè che sorprende ed improvvisa , ma Dan ha avuto l’intelligenza sportiva di comprenderne l’importanza ,che ha sempre espresso come coach.

Che dire ancora di Dan? Aveva un grande rispetto delle idee dei giocatori. Se uno di questi gli diceva che per lui sarebbe stato meglio fare diversamente rispetto a quello che lui stesso proponeva, gli rispondeva con sincero entusiasmo di provarlo a fare. Senza problemi da parte sua.

Quanti allenatori hanno questa formidabile capacità? E quanti risultati positivi si raggiungono in questo modo? Per finire, diciamo che psicologia, programmazione , lavoro sui fondamentali erano la base della filosofia di Dan, ma c’erano anche idee tecniche , nuove e rivoluzionarie per quel periodo storico.

Triangolo alto-basso

Portò il “Triangolo laterale alto-basso” che si distingueva nettamente da quello di Tex Winter. Il playmaker si spostava di lato e quattro attaccanti si posizionavano al limite dell’area. Lo scopo? Costringere i propri giocatori al gioco di squadra, mancando lo spazio per l’1c1.

Era interessante anche il comportamento della difesa il cui spazio per muoversi era decisamente insufficiente. Un gioco che migliorò incredibilmente l’abilità nel passaggio dei giocatori.

Non c’erano tracce da seguire schematicamente e quindi prevedibili, perché gli attaccanti si muovevano liberamente come dentro la loro casa. Era la palla che si muoveva veloce. Come nell’attacco alla zona, doveva andare da un lato all’altro, dall’alba al tramonto.

Prima che la difesa si adattasse a questo modo d’interpretare il gioco, passò il tempo necessario affinché tutto il movimento cestistico italiano facesse propria l’idea per controbatterla. Ogni sua intuizione finiva così. E quello è stato anche il tempo del suo successo.”

Non era possibile allora dare un nome al metodo di Dan Peterson. Qualcosa che spiegasse il perchè del suo modo di comunicare con le immagini e la metafora. Ora, sono orgoglioso , dopo averlo intuito  fin da allora e seguito col sentimento per tanti anni, di dire che trattasi di “Didattica Metacognitiva”, tutto quello che c’è bisogno per apprendere in modo consapevole. Grazie Dan.