L’Avv.Porelli Chiama, Domani Alleno

E’ capitato a me, poi a Dan Peterson, quindi a Terry Driscoll in mia compagnia, di nuovo al sottoscritto con  Asa Nicolic, a Kresimir Cosic , ad Alberto Bucci ed infine ad Ettore Messina.

L’ombra del “Boss” sulla vita di molti personaggi che interpretano in modo diverso la stessa scena del film, che inizia col telefono che suona. Tutti possono raccontare la “storia” durante la loro proiezione del film, tutti con lo stesso regista.

La mia filosofia di allenatore è tutta rinchiusa in questo articolo che cerca di descriverla.

Prima di addentrarci, devo dire che non sono mai stato un allenatore, ma solamente un giocatore che ha fatto un tentativo.

Non sono nemmeno una persona adulta di 75 anni, perché sono ancora un bambino con un entusiasmo infinito che contempla la decadenza del proprio fisico.

ENTUSIASMO?

Una caratteristica psicologica che non appartiene ai vecchi, ma solo ai bambini. E’ l’incontenibile spinta ad agire e operare dando tutto sé stesso. Si può trasmettere applicata alla tecnica.

L’entusiasmo è contagioso e l’aveva compreso soprattutto l’Avv. Porelli. Correva l’anno 1972 quando mi chiamò. La squadra Juniores (Under18) è tua, mi disse.

I ragazzi provarono l’entusiasmo applicato alla difesa che è qualcosa di coinvolgente per i giocatori e sconvolgente per gli avversari. Col loro impegno, gli Under18 della Virtus vinsero subito il titolo. Correva l’anno 1972, a Castelfranco Veneto.

L’entusiasmo ? E’ il risvegliarsi di una forza che ci invade, tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano.

Per questo motivo ragazzi giovani, ma anche i giocatori seniores stavano volentieri con me , perché ho sempre comunicato concetti importanti, destando l’entusiasmo, con la metafora. Ovvero, il mio linguaggio per comunicare è preso dalle favole e questo contribuisce a caricare l’ambiente d’entusiasmo.

Mi venivano fuori istintivamente, quando trovavo uno ostacolo alla comprensione nel trasmettere la tecnica. Una spontaneità che veniva dall’insegnamento alle elementari dove sono approdato a 20-40-60 anni.

Con questo tipo di comunicazione i ragazzi si entusiasmano , gli uomini mi guardano con occhi “basiti”, increduli ma soddisfatti perché tutti sono stati bambini. Correva l’anno 1972, ma non solo.

Tutti ragazzi “correvano” in quell’anno perché l’entusiasmo applicato alla tecnica motivava allora, ma incentiva ora e sempre tantissimo. Difesa pressing e 1c1 in attacco, con palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Come già detto , l’avv. Porelli mi telefonò. Domani alleni, mi disse. Domani?

Ripensandoci, oltre alla specialità dell’anno e il “correre” dei ragazzi, “corre” anche una verità assoluta. La vita dipende dagli incontri che si fanno. Non avrei mai allenato se non ci fosse stato Porelli, a me piaceva giocare.  Tuttavia, pensavo che avrei potuto anche allenare , perché già lo facevo alle scuole elementari e reclutavo giovani per il Basket Budrio “desaparicido”.

Attenzione però, l’entusiasmo non basta, perché non c’è solo la tecnica. Nella gestione di un gruppo , la tecnica è l’ultima ruota del carro.

Va da sé che bisogna comprendere quando arriva il proprio livello di incompetenza. Prima o poi arriva. Per allenare bisogna avere la consapevolezza della gestione di tutte le problematiche del coaching …e la tecnica ha un valore marginale.

Così, pur vincendo, ho capito che allenare è gestire gli uomini. Non fa per me, ho pensato.

Ci vuole molto più della tecnica e ,queste cose, ho pensato che fosse meglio lasciarle a Dan Peterson, col quale sono stato molto tempo, oppure ad Alberto Bucci che ha un approccio psicologico da leader per le persone.

Il mio entusiasmo si scatenava solo durante il gioco. Io amavo e amo la tecnica e le favole. E, ancora di più, la mia famiglia. Dan e Alberto, pensateci voi, ho esclamato, quando la sentenza di Peter mi ha chiamato.

Solo per dare due grandi esempi. Esempi per coloro che hanno veramente le capacità di guidare gli uomini, gestendo le loro motivazioni positive e gli atteggiamenti negativi. Non basta saper giocare a basket, per vivere dentro una squadra, e non basta conoscere la tecnica per allenarla.

Il basket, il gioco e l’entusiasmo per la tecnica. Ecco la mia filosofia, ma soprattutto amo la famiglia e, quando si allena, la propria famiglia non può essere nessuna “prima squadra” sportiva. A mio avviso, naturalmente…

Un conflitto che ho risolto andando via, fuggendo dalla strada maestra, quella del Coach professionista.

Sono rimasto però con i giovani perchè ho sempre pensato che, allenandoli, occorre guardare oltre il presente e “vedere” il loro futuro. Sarà frustrante se si fanno crescere tecnicamente dentro le “gabbie” della specializzazione.

IL FUTURO DEI RAGAZZI

Nel mio modo di allenare non c’è il riferimento per nessuno allenatore, perché istintivamente è sempre prevalsa la mia mentalità di giocatore.

Sono quindi un “giocatore” che ha anche allenato, dalla scuola elementare alla serie A, ma Dan Peterson è il Coach di riferimento. Sogno ancora di giocare, nessuno sogno come allenatore. Eppure ho vinto, anche molto.

Quando allenavo , istintivamente, non lo facevo per il presente del giocatore ma per il suo futuro. Scontato? Non so da dove venga questo pensiero, forse dalla negatività intrinseca dei “ruoli” e dalle relative “gabbie tecniche”, dalle quali bisogna fuggire. Penso che tutti gli istruttori dovrebbero contribuire.

Alla fine del mini-basket si gioca col “penetra-e-scarica”, come i professionisti, quindi un gioco specialistico.

I bambini già indirizzati verso la specializzazione? Non va. Cresceranno dentro una costruzione tecnica di tipo gerarchico e i ragazzi più “alti” arriveranno presto al loro livello di incompetenza. Il loro futuro sarà molto compromesso.

Dal 1972, anno di inizio dell’esperienza di Coach, tutti i miei giocatori hanno provato la strada del Playmaker. Non ho mai guardato alla loro altezza, una caratteristica che spedisce il giocatore dentro la gabbia tecnica del Pivot.

Nella “favola”, l’altezza appartiene alla “Giraffa” che non si presentava agli allenamenti del “Jungle Team” perché consapevole di essere in possesso di una falsa capacità fisica.

Trattasi di una caratteristica morfologica, descrittiva. Per questo motivo la “Giraffa” comprendeva che non sarebbe riuscita a giocare.

Con la sola altezza non si va da nessuna parte, pensava. Allo stesso modo non può essere un motivo di scelta principale per il ruolo tecnico. Al massimo si può tollerare come “contorno”, qualcosa in più, rispetto le altre caratteristiche fisiche. Solo così sarebbe utile.

Quando penso che il metodo di attribuzione dei ruoli si basa proprio da scelte derivanti solo dall’altezza, urlo di rabbia. Va da se che per il futuro dei giovani, tutti dovrebbero fare esperienza come playmaker, ma non perché sia la strada per diventare organizzatori, ma provarci è propedeutico per migliorare .

Il playmaker è una creatura divina che solo Dio può creare. Però è l’unico ruolo per poter comprendere lo spirito del basket, ovvero giocare acquisendo la conoscenza del tutto, ma non solo.

Sposta in avanti il momento della incompatibilità, i limiti di gioco rilevati dalla legge di Peter. “Tutti giocano playmaker”, non toglie nulla ai più bravi, ma il gioco di supporto non può essere “penetra e scarica”.

I miei ragazzi mi ricordano per questo motivo. Nessuno ha mai giocato nel ruolo del pivot, prima di aver provato quello del Playmaker. La maggioranza degli allenatori della prima fascia Under gioca già coi ruoli e quelli “alti” sono sacrificati.

Andare controcorrente si prende il raffreddore, come allenatore, ma anche tanti sorrisi dai propri allievi che, giocando, apprendono lo spirito del basket, nel ruolo del playmaker. Molti complimenti dai presidenti, “competenti”, che vedono le loro speranze soddisfatte per i giocatori “fatti in casa”.

Dopo i l periodo col Fernet Tonic, mi richiama l’Avvocato Porelli per allenare insieme a Discoll che ha appeso le scarpe al chiodo. Vuole accontentare i tifosi facendo allenare il loro prediletto.

Nel Fernet Tonic c’erano stati ragazzi stupendi, dei veri professionisti, facili da gestire. Tuttavia la tecnica ci aiutò moltissimo perché non giocavamo secondo la “gerarchia” dei ruoli, bensì sul disagio tecnico sviluppato dalla fisicità. Sempre contro corrente.

Meo Sacchetti , arrivato come Pivot, diventò Guardia-Play e voi potete immaginare la fisicità espressa da Masini (2,08m), Ghiacci (2,04m), Canciani (2,02m), insieme a Romeo?

Ecco che arriva la seconda telefonata “a las cinco de la tarde”. L’avvocato è, in un certo senso, come il “postino” che suona sempre due volte.

LA RIVOLUZIONE TECNICA

Correva l’anno 1979, ma stavolta non dovevo fare molto perché il playmaker era li, alto 2,11m. Il più grande giocatore della storia della Virtus.

Non un playmaker tradizionale alla Caglieris, ma organizzava prendendo sempre il primo passaggio, andando in mezzo alla “ragnatela dei passaggi”,col movimento senza la palla.

La “praxis” si rovescia, come nelle grandi rivoluzioni. Le gerarchie non sono più rispettate perché chi comanda in campo è il N°5, di solito dipendente degli esterni.

Sono passati quasi quarant’anni, ma non si può dimenticare Kresimir Cosic. Giocava insieme a Caglieris, ma era lui che forniva assist per tutti.

Usava i fondamentali, tutti , a seconda delle necessità della squadra, ma soprattutto pensava che era meglio far fare un passaggio , piuttosto che un tiro. Giocava per gli altri, ma le situazioni difficili erano tutte sue, come fanno i grandi giocatori. Risolveva così tutte le necessità della squadra.

Quando cominciava la partita, serviva il passaggio a tutti, ma si ripeteva solo con chi aveva realizzato il canestro, continuando poi fino a quando sbagliava. Così, fece fare 26Pt. in un tempo a Jim McMillian, a Belgrado (1980).

Immaginate la situazione? Dopo il primo canestro, si muovevano tutti , ma tirava solo Jim.

Pochi sanno che era stato scartato dai Boston Celtics perché lo consideravano un pivot senza peso. A Varese e Milano, non lo vogliono, mi disse l’avv.Porelli. Noi che facciamo?

Da noi ,nessuno giocava Pivot. Era il tempo della Sinudyne-Virtus 1980-81. Villalta partiva interno , ma era un “finto attacco”.

La storia si ripete, simile a quella del Fernet Tonic. In campo dominava ancora la “fisicità”, giocando con un attacco adatto alle loro caratteristiche, un “gioco” fuori dalla moda, non allineato con le abitudini del periodo storico. Una vera sorpresa.

Il “finto attacco” è la base di ogni attacco di squadra . Trattasi di una finta, ma non fine a se stessa.  quindi occorre essere sempre pronti a fare quello che si finta.

Kresimir Cosic, giocando come esterno avrebbe preoccupato seriamente Meneghin, la sua bestia nera. Kreso era felice per questo.

La chiave è sempre stata la fisicità. Ho sempre vinto, per questa idea, eppure nessuno si è mai accorto della sua importanza. Con i “ruoli” si sfuttano soprattutto le capacità tecniche.

La fisicità domina anche contro la filosofia dei “ruoli”. Con quattro lunghi in campo ci vuole sempre un “piccolo” veloce, ma non  è detto che sia il giocatore più importante del gruppo. Non si può giocare tutta la gara, ma la sorpresa e sempre stata devastante.

Va da sé che le caratteristiche dei giocatori vanno utilizzate per quello che ognuno sa fare, senza copiare necessariamente il sistema vincente . E’ legittimo farlo, ma chi copia quelli più forti può solo fare delle belle prestazioni, senza vincere mai.

Val la pena dire che non bisogna giocare come fanno tutti, la fisicità potrebbe essere più redditizia del gioco “gerarchico” fatto coi ruoli, dove il Playmaker e gli esterni guidano i “lunghi”, che collaborano come “dipendenti”. E’ solo la mia opinione.

Torniamo nell’estate del 1979. L’avv. Porelli mi chiama per “assistere” Driscoll, responsabile e Coach della squadra. Mi occupo solo della tecnica, perfetto.

Driscoll è d’accordo , ma soprattutto il grande “Kreso” è felice. Nessuno gioca Pivot perché, come detto, Villalta lo fa , ma in modo speciale, un concetto a quei tempi forse non compreso e considerato.

Eppure giocavano contemporaneamente : Cosic (2,11m), Generali (2,09), Villalta (2,05), Jim McMillian (2,00m), ovvero giocatori che avrebbero potuto essere utilizzati nel ruolo di pivot. Giocavano invece esterni, dentro un attacco che accoglieva le loro caratteristiche come un vestito da festa.

Il grandissimo Kresimir Cosic orchestrava tutto. Se fosse rimasto con noi avremmo vinto ancora per anni.

La sua dote migliore? Riusciva a far giocare in modo intelligente tutti i giocatori e a far passare come geniali gli allenatori .

Il destino non ha voluto che rimanesse, ma dentro il mio cuore e la mia mente c’è sempre un posto per sempre.

Il mio sito è dedicato a lui.

Spider Slim, Il Giocatore Che Non Voleva Fare Un Tiro

Quando si presentò per allenarsi col “Jungle Team”, il Coach dalle orecchie a “sventola”, rimase impressionato dal suo corpo peloso e da tutte quelle gambe, secche e senza muscoli.

Però sei-otto gambe fanno correre veloci e “Spider-Slim” era rapido come le sue idee innovative. Cosa pensava di fare per giocare meglio a Basket?

Veramente non aveva mai giocato, non aveva molte esperienze di gioco, ma era stato un attento osservatore dalla sua ragnatela, sopra il campetto di allenamento.

LA SEMPLICITA’

Ora che si apprestava a giocare insieme agli altri animali, in un certo senso era avvantaggiato.

Non aveva abitudini negative, il camino della sua casa era “senza fuliggine” e poteva interpretare meglio il basket suggerito dall’allenatore agli atleti del “Jungle Team”.

 

 

 

 

 

 

 

Si era fatto un’opinione, aveva comunque delle idee, come quella di non seguire le mode.

Poteva andare tranquillamente controcorrente per combattere le abitudini sbagliate, riconoscendo un fatto importante.

Il Basket è un gioco di squadra fatto di abitudini, ma possibilmente giuste.

Aveva notato che , per correre dietro alle mode, sia giovani atleti che gli allenatori perdevano spesso per strada dei fondamentali. Non solo. Si tralasciava, non si considerava il valore della “sicurezza”.

Cosa voleva dire? L’aspetto psicologico nell’eseguire un fondamentale in modo semplice è importante perché forma , fa prendere piede, fortifica la certezza nell’esecuzione.

La fretta di copiare un bel movimento, far eseguire una bella fantasia in palleggio, faceva spesso saltare un gradino della scala didattica.

Il guardiano dello Zoo aveva una TV con grande schermo che gli animali guardavano nei momenti di relax. Il basket Europeo o Americano era diverso da quello degli Zoo.

Per TV, infatti, quelli che avevano inventato il Basket, giocavano facendo un tiro senza andare mai a rimbalzo e davano risalto al palleggio imitando i “Globe Trotters”. Azioni che mandavano in estasi gli animali dello Zoo. Si esercitavano nel “Ball-Handling” senza conoscere il semplice “palleggio protetto”.

LA CULTURA E’ UN FONDAMENTALE

Spider Slim non aveva mai giocato, ma aveva cultura. Sapeva che, per l’apprendimento, esistono i fondamentali della “sicurezza”, quelli più semplici sui quali si costruiscono le abitudini giuste, più complesse. Il palleggio protetto, tiro-rimbalzo e finta-passaggio.

Il suo spirito missionario l’aveva fatto scendere a terra per trasmettere cultura.

Conviene andare controcorrente, pensava, meglio cercare di “farlo-fare-un- tiro” e muoversi bene senza la palla, per riceverla. Il “ball-handling” da far fare ai principianti è ridicolo, pensava, e voleva far vedere che si poteva giocare senza palleggio.

“Spider Slim” ignorava le mode e non aveva abitudini pregresse negative. La sua memoria muscolare non aveva spazi invasi da “neuroni” nocivi , era come un libro ancora da scrivere, pulito…come “il camino della sua casa senza fuliggine”.

Come già detto, non aveva mai calcato un campo di Basket, ma aveva avuto la possibilità di osservarli e studiarli. Sapeva benissimo come avrebbero dovuto giocare.

Invece di fare un tiro , pensava, è meglio farlo fare, usando i movimenti senza palla e il passaggio. Perché giocare da soli quando il basket è uno sport di squadra? Incoerenza, ignoranza o semplicemente egoismo?

Aveva un’idea da trasmettere. Bastava passarsi la palla “dall’alba a tramonto” e andare in mezzo alla “Ragnatela dei Passaggi”. Una semplice “mossa”, fatta senza palla, per realizzare il progetto, come gioco di squadra. Un esempio di idea “leader”.

Esattamente come il movimento che gli serviva a catturare le mosche. Era un grande esempio per ricevere palla “in mezzo alla ragnatela dei passaggi”.

LA GRANDE REGOLA

Il tempo per andarci era quando un giocatore comprendeva di trovarsi lontano dalla palla, pensava. Perchè stare fermi? Per aiuatere la difesa?

Bastava mettere una regola: “Ogni volta che un giocatore si trova lontano dalla palla, deve andare in mezzo, ricevere e passare sul lato opposto”. Semplice.

Ecco quello che farò se mi vogliono nel “Jungle Team”. Il bello di questo gioco, pensava Spider Slim, racchiude la grande utilità dei movimenti senza palla e voleva lui stesso suggerire al Coach di mettere una regola.

Siccome la tecnica era gestita da l’Elefante-Coach”, gli avrebbe parlato e suggerito di trasformare il gioco individuale in qualcosa di meglio e realizzarlo con spirito di squadra, con l’aiuto di regole precise.

Nel Basket per fare il gioco di squadra contano le regole, lo aveva letto sulla “rete”, collegata col “Wi-Fi” della la sua “ragnatela”.

Le regole sono prioritarie proprio per rendere più importanti i fondamentali, per realizzarle. Per sorprendere l’avversario, basta inserirne alcune che diano abitudini giuste, e che procurino disagio agli avversari, preoccupati dalle mode.

Se poi sviluppano il “Gioco di Squadra”, difensivo ed offensivo, si giocherà meglio e si vincerà di più . Semplice.
Gli scese sulle spalle, mentre l’Elefante era ai bordi del campo, e gli comunicò l’idea che eccitò le grosse orecchie del Coach.

L’ASSISTANT-COACH E’ UN PROPOSITORE

Mi sembri fuori di testa , gli disse l’Elefante Coach, ma è interessante quello che proponendo affermi.

Sai cosa ti dico: “Proveremo il gioco e lo chiameremo “ragno” mettendo la regola per andare in mezzo senza la palla, proprio sulla linea mediana, quella che unisce i due canestri.

Faremo in modo affinché tutti cerchino di realizzarlo, in ogni situazione del gioco”.

Abbiamo bisogno di un dimostratore, gli disse l’Elefante, perché tutti comprendano meglio e siano invogliati ad imitare.
Scendi dalla tua tana, metti un paio di pantaloncini per nascondere la peluria e dacci una mano, sentenziò il Coach.

Così, in ogni tipo di attacco, il primo passaggio andava fatto a “Spider-Slim”, in mezzo alla ragnatela dei passaggi.

L’Elefante aveva pensato di farlo sempre, contro qualsiasi difesa dell’avversario. Sia contro il pressing che nel gioco normale, contro la uomo e la zona.

Vinsero le prime cinque partite del campionato degli Zoo perché le altre squadre difendevano in modo aggressivo. L’Elefante-Coach cambiò la sua filosofia sull’assistente. Non doveva assistere e basta, ma essere un propositore, meglio se le sue idee andavano controcorrente.

IL PALLEGGIO PROTETTO

Per Spider-Slim, tutti sarebbero stati in grado di far avanzare la palla col palleggio, ma solo abbandonando il “ball-handliing” a favore del palleggio protetto, dei cambi di velocità e senso.

Accanto all’uso del palleggio come sopra detto, occorreva abbinare il “Finto Attacco”, ovvero un fondamentale che appartiene alla finta stessa. La sua caratteristica principale era quella di essere pronti a fare quello che si aveva fintato, leggendo la difesa.

Un gradino della scala didattica era stato saltato togliendo la sicurezza che invece regala il “palleggio protetto”.

Ma il salto di qualità a tutta la squadra la fece fare “Spider-Slim” perché da “Assistente” diventò giocatore e cominciò ad allenarsi.

Non sapeva né palleggiare , né tirare ma aveva un dono meraviglioso che evidenziava nel fare il passaggio decisivo.

Il suo esempio fece comprendere agli innamorati del palleggio che addirittura si poteva giocare senza.

Muoversi senza palla, andare in mezzo alla “ragnatela dei passaggi” per fare l’assist , ovvero il passaggio vincente. Rendimento massimo con un bagaglio tecnico minimo.

Tutti i colleghi dell’Elefante-Coach si riempivano la bocca con il termine “Ball-Handling” , ma per farlo bisogna conoscere quello protetto , una semplicità scartata inspiegabilmente da tutti.

L’idea di Spider-Slim non solo sembrava buona, avrebbe rivoluzionato tutto il basket degli Zoo. Il passaggio diventava il fondamentale più importante perché faceva fare un tiro ai compagni.

Ora l’Elefante doveva sviluppare l’idea inserendo regole per il gioco di squadra. Ogni giocatore appena ricevuta la palla avrebbe potuto fare un tiro solo se libero, ma seguendo la traiettoria per prendere il rimbalzo.

Giocano tutti per “fare un tiro”? Meglio saper organizzare per farlo fare, pensava Spider Slim.

Ma un assist preciso è possibile se tutti si fossero mossi. Farlo dava la possibilità di veder felici i compagni e questo  dava più gusto.

Meglio non copiare gli “umani”. Gli animali del “Jungle Team” avevano caratteristiche psicologiche, fisiche e tecniche diverse e diversamente doveva essere il loro modo di giocare.

Andare controcorrente, pensava Spider Slim, avrebbe creato una filosofia di gioco di squadra stupenda, un modo per costruire una identità di squadra che pochi nel mondo del basket degli Zoo avrebbero compreso.

FARE UN ASSIST E’ MEGLIO CHE FARE TIRO

L’Elefante-Coach era totalmente d’accordo con Spider-Slim.

Dare la possibilità a tutti di andare in mezzo alla “ragnatela dei passaggi” vuol dire mettere in condizione i giocatori di fare un assist, un passaggio che offre un vantaggio al compagno per il tiro. Meglio che fare un tiro, quello scoccato per forza.

Allora quel tiro, forzato e disperato lo possono fare tutti. Anche vostro nonno lo può prendere , diceva l’Elefante arrabbiato.

Ma perché poi arrabbiarsi? E’ normale non comprendere i paradossi. Infatti si insegna l’abilità individuale , ma per offrirla agli altri come gioco di squadra. Questo è incomprensibile per mancanza di cultura.

L’aiuto al Coach viene dalle regole, suggeriva Spider Slim. Il basket è uno sport di regole e fondamentali. Ma la priorità è delle regole. Bisogna far giocare in allenamento facendo rispettare quelle per il gioco di squadra.

Egoisticamente, i giocatori del “Jungle Team” miravano a fare “un tiro” perché col “bottino di punti” c’è anche la gloria, pensavano, senza rendersi conto che sarebbero stati sconfitti.

Dovevano comprendere che è la squadra a essere più importante del singolo. Da soli non si vince. Va da sè che per apprendere il gioco di squadra,  non c’era da considerare solo l’attacco ma soprattutto la difesa.

RENDERE L’ ALLENAMENTO COME LA GARA

I giocatori del “Jungle Team” erano già in campo nel “Boskettto” per fare qualche tiro e giocare.

Ormai sapevano che il basket è uno sport di Regole e di Fondamentali creati per vincere insieme col gioco di squadra. L’Elefante-Coach aveva compreso come allenarsi per costruire una mentalità di  gioco.

Fare giocare 5c5 nella metà campo seguendo le regole per il gioco di squadra.

Le avevano costruite l’Elefante e Spider Slim. Muoversi prima del passaggio di entrata nel gioco, tirare dopo che la palla sia andata “dall’alba al tramonto”, oppure passata subito al “Ragno”.

Cosi, Spider-Slim mise in pratica un concetto a cui mai nessuno aveva pensato, neppure l’Elefante.

Ricevere sempre il primo passaggio per servire l’assist a tutti, in modo successivo. Bastava che si muovessero dentro il gioco di squadra.

Ma solo quelli che realizzavano canestro avrebbero avuto possibilità di replicare, nell’azione successiva. Ecco perché fu chiamato “Il giocatore che non voleva fare un tiro”.

Per poter ricevere palla in mezzo alla “Ragnatela di Passaggio” aveva consigliato uno schieramento con “Due Ragni”, perché era meglio averne due in campo. “Two is better”.

Ma l’aspetto didattico più interessante era stato il suggerimento a l’Elefante. Tutti dovevano poter entrare dentro la “ragnatela dei passaggi”, tutti avrebbero potuto imitare il grande “Spider-Slim”, apprendendo la tecnica dell’assist.

Quando Spider Slim abbandonò la squadra del “Jungle Team” un grande vuoto rimase nel cuore degli animali dello Zoo e ancora oggi gli allenatori chiamano l’attacco “Spider” per ricordarlo.

 

Il Fondamentale Come Gioco?

Una domanda per avere da ognuno la sua risposta, non importa se la replica sia verbale oppure se rimane dentro il proprio pensiero. Chi fa domande è in una condizione psicologica migliore di chi offre solo risposte.

Gianni Giardini alla fine di ogni PAO fa una domanda. A suo dire ha un significato preciso. Aver partecipato con interesse, quindi un diritto che dovrebbero tutti richiedere almeno per se stessi, per il proprio impegno.

Uno dei motivi per cui nessuno fa domande ai PAO è perché si offrono solo risposte confezionate, in un ambiente dove tutto è opinabile ed ognuno ha già il suo credo difficilmente rimovibile.

La partecipazione mentale degli allenatori ai PAO è paragonabile ai ragazzi quando “svaccano” col tiro in allenamento. Va da sé che questo pensiero riguarda solo la maggioranza.

Fare domande fa partecipare mentalmente, semplicemente perché costringe ad aderire o meno col proprio pensiero ed è una meta didattica anche con i propri allievi in palestra. Sono costretti ad ammettere o meno la loro “comprensione” , che è lo spirito del basket. Infatti, devono decidere di giocare leggendo la difesa e non a memoria. Comunicare con le domande coinvolge profondamente.

La mia domanda è chiara, ma si può migliorare dicendo : “Può il fondamentale essere inteso come gioco?” Per gioco si intende il 5c5 della gara , non il divertimento che si può trarre dagli esercizi per la pratica dei fondamentali.

Chi conosce il basket, chi l’ha giocato almeno un po’, forse ha compreso che trattasi di una divertente attività sportiva dove la pericolosità individuale deve primeggiare senza danneggiare il suo spirito sociale. Infatti il basket è per definizione un gioco di squadra.

Si potrebbe rispondere che non c’è un solo fondamentale e la pericolosità deve essere estesa a tutti. Verissimo, ma uno solo ha un temibile potere, dominante nel gioco. Per questo motivo allenandosi nel particolare in “modo giusto” è come essere in gara agonistica. Il temine “giusto” ha un significato preciso per stimolare chi non lo utilizza.

Se potessi ritornare a giocare in questo periodo storico, dopo gli allenamenti con la squadra, andrei al campetto da solo almeno una volta alla settimana. Basterebbero 30’-40’ di “tiro-rimbalzo” per essere sempre determinante nella gara del campionato, rispettando il gioco dei miei compagni e sottolineando che il Basket è uno “Sport di Squadra”.

Non 300-400 tiri in 90′ col compagno oppure con l’assistente che mi passano la palla. In questo caso, col solo tiro senza rimbalzo, l’uso dello stesso fondamentale ha un valore parziale.

Poi, fisico permettendo, cercherei di essere un grande difensore , non solo per sottolineare la pericolosità del fondamentale, ma per costringere il mio allenatore, chiunque esso sia, a farmi giocare sempre.

L’Autopunizione Come Disciplina

Esiste l’autopunizione? Può essere considerata una forma didattica? Noi diciamo ai ragazzi che non devono mai considerare l’errore come se non esistesse.

E’ quello che però succede quando non viene mai sottolineato. L’urlo del coach per renderlo evidente non è una forma didattica da considerare. Far finta di nulla , nemmeno. Due estremismi da evitare.

Non si deve sbagliare, i regali fanno il bene solo degli avversari. Bisogna fare almeno il possibile affinché non accada, anche se l’errore va sempre accettato positivamente. Se c’è la consapevolezza , autocorreggersi è importante. Si può fare in tanti modi.

Può farlo l’allenatore naturalmente, ma solo ogni tanto e in modo che tutti lo accettino. Meglio dare le abitudini giuste, fin dalle prime fasce Under. L’autonomia è sempre stata la nostra grande meta. Uno degli scopi dell’autopunizione è arrivare alla consapevolezza che è il sale dell’apprendimento per autocorreggersi. I ragazzi vanno subito convinti.

Ci sono tanti modi di interpretare il basket e la comprensione è il suo spirito vincente. Si può giocare fisicamente, ma ci saranno problemi coi difensori forti fisicamente. Si può farlo seguendo le regole del basket, facendolo diventare un gioco di esecuzione. Tuttavia , la comprensione è quello che meglio si adatta alle varianti continue. E’ la nostra via.

Siamo in palestra e stiamo allenando. Sottolineiamo ancora che tutti gli insegnamenti devono mirare alla mèta fondamentale che è l’autonomia. L’autopunizione fa parte dell’autonomia ed ha un legame con la comprensione.

Comprendo di avere sbagliato e mi autopunisco, pensa il ragazzo che esegue la punizione simbolica (5 piegamenti braccia) e manda un messaggio positivo al Coach.

In allenamento ci sono momenti destinati al gioco e altri agli esercizi. Quando non c’è la difesa nelle esercitazioni non bisogna sbagliare. Quando si gioca, sempre in allenamento, bisogna comprendere le situazioni, ma che importanza bisogna dare all’errore?

Trattasi solo di comprensione, educazione e disciplina. Sbaglia il singolo , ma in gara agonistica del campionato, paga tutta la squadra e, in questo ambito, l’allenatore non può accettare più di tanto. L’allenamento servirà a preparare anche questa situazione mentale. Autovalutazione ed autopunizione sono passi per l’autonomia.

Ci interessa per questo motivo la comprensione individuale consapevole. Se si commettono errori , vanno innanzitutto compresi e mai ignorati o presi in modo superficiale. Per non ripeterli quando, invece,  ricapita troppo spesso. Se un giocatore giovane si autopunisce (5 piegamenti sulle braccia), manda un segnale al Coach per dirgli che ha compreso e si propone di auto-correggersi.

Va da sé che ci piacciono le autocorrezioni. Hanno un significato profondo per la comprensione dell’errore, nel gioco e nella esecuzione dei fomdamentali. Le autocorrezioni vengono meglio interpretate con un piccolo supporto, realizzate attraversò la consapevolezza dell’autopunizione.

In fondo 5 piegamenti fatti anche molte volte rinforzano almeno le braccia deboli. Il pallone diventa più leggero , il passaggio più fluido e il tiro più sensibile.

Psicologicamente è anche un modo per superare un problema e mantenere un buon rapporto con l’allievo.

 

 

Lo Spirito Del Gioco

LE INTERPRETAZIONI DEI GIOCATORI

Basket Sogno

Quando un ragazzo diventa il tuo allievo bisogna pensare al suo futuro, progettando a grandi linee che tipo di giocatore deve diventare. Un progetto megalomane? Non basta timbrare il cartellino per un serio lavoro in palestra?

Comunque è una bella idea, sia nel caso che l’allievo sia all’inizio della fase “Under” oppure più avanti. Vuol dire procedere in palestra con uno scopo preciso, significa anche andare (forse) contro corrente nei confronti delle stesse abitudini del giocatore, che deve accettare il progetto.

Quasi tutti sono  disponibili solo per soddisfare il loro egoismo. Per questo motivo, solo i migliori hanno predisposizione a cambiare per imparare, soprattutto se hanno conosciuto altri preparatori.

Il loro limite, quello dei preparatori,  è fare quello che fanno tutti. Usare la “gabbia” dei ruoli, lavorare sui fondamentali generalizzati e “specialistici” e utilizzare un sistema di gioco che ha avuto successo.

Normale. Se l’interpretazione dei giocatori “Under” segue i suggerimenti egocentrici non è colpa loro. Vivono  una fase psicologica, quella egoistica, che si dovrebbe risolvere dopo il minibasket.  Tuttavia, ad alcuni giocatori non basta una vita.

Cercare un miglioramento pensando al futuro, oppure lasciarli nel loro brodo? Rinchiudere i ragazzi nelle “gabbie dei ruoli” è sicuramente più facile, anche più redditizio a breve termine, ma con una comprensione parziale,incompleta, del gioco e  con il futuro incerto. E’ la strada delle nostre nazionali giovanili, che non possono fare diversamente. Durante tutta la fascia “Under”, sono tra le prime squadre del mondo “cestistico”, poi si perdono individualmente. A parte il playmaker, e vedremo perchè.

C’è una strada migliore? Noi tentiamo quella della consapevolezza, cercando la loro partecipazione mentale e , fino a questo punto dovrebbe essere lo scopo di tutti i preparatori. Diversamente da quasi tutti gli altri, cerchiamo di eliminare le “gabbie” della specializzazione, limitandoci all’asse didattico “Play-Pivot”. Ecco a cosa miriamo.

IL RUOLO DEL PLAYMAKER

Passaggio K.Cosic

Per apprendere tutti lo “spirito del gioco”, dovrebbero percorrere la strada del Playmaker.  

Unico giocatore ad avere il futuro assicurato per una comprensione del gioco approfondita. Puo’ giocare in tutte le squadre e ai livelli consentiti dal suo talento. Fare l’istruttore alla fine della sua attività agonistica. Infatti, fare il Coach è diverso, lo fa chi sa “gestire” gli uomini. 

A noi interessano i ragazzi “Under”. Avrebbero cosi la possibilità di migliorare tutti, anche se non diventeranno mai quello che non possono essere grazie alla tecnica acquisita.

E’ un pensiero che ci accompagna dal 1972.

Il Playmaker è un dono della natura, con caratteristiche psicologiche-fisiche-tecniche, tutte di alto livello, ma con riferimento al gruppo di lavoro. Il basket è uno sport di squadra e il Playmaker fa sviluppare il gruppo.

Non abbiamo mai pensato di cambiare nessuno, di fare quello che può solo la natura. Tuttavia, con la pratica dell’organizzazione, si migliora e il primo pensiero è il gioco di squadra. Quindi? Niente “ruoli” basati sull’altezza, nessuna divisione del gruppo in “piccoli-alti”, tutti devono fare l’esperienza del “Playmaker”

Provare per credere. Tutta la pratica fa cambiare gli orizzonti della fascia “Under” e si crea un ottimo feeling col giocatore che accetta, anche se ha avuto altre esperienze. Attenzione con gli altri che si trovano di fronte ad un messaggio tecnico poco accessibile. Bisogna comunque convincerli ed aiutarli, se alleniamo gli “Under”.

Con pazienza, ci vuole tempo, ma la “goccia sul sasso” deve continuare a cadere. Ci vuole fiducia e credere nello scopo del proprio lavoro. Ecco perchè nel periodo “Under” occorre pensare al “futuro” e non al presente. Non bisogna preparare il ragazzi per la prima squadra, lo scopo è un altro e devon saper fare tutto.

Noi abbiamo provato a farlo. La “goccia” che cade anche  sulle abitudini pregresse del ragazzo che accetta, ha fatto spesso nascere il “fiore del basket”.

TUTTI PROVANO A FARE TUTTO

Chi impara a giocare è perchè ha appreso lo “spirito del gioco”, ovvero la comprensione dello stesso. Giocherà sempre e si divertirà al suo livello di competenza.

Basta riflettere come risolvere il problema della comprensione del gioco di squadra.  A mio avviso, chi impara è riuscito perchè ha percorso la strada del Playmaker.

Lo possono fare tutti? Sicuramente. Come cominciamo?

3c3 isola-spazi

Dall’offrire la possibilità di metterli al “centro” dell’organizzazione e farlo in allenamento durante il gioco libero.  In uno sport di regole e fondamentali non è difficile da fare, occorre costruire regole specifiche che hanno (per definizione) la priorità sui fondamentali, cominciando subito a giocare.

“Chi segna, regna e organizza il gioco”. Ecco un esempio di regola. Applicata alla formula del 3c3 o 5c5 nella sola metà campo, basato sulla regola. I ragazzi non vanno spontaneamente al “centro” perchè ci vuole personalità.

Interessante perchè se a realizzare il canestro è un “rimbalzista”,  ecco che deve pensare a come fare il primo passaggio dalla posizione centrale oppure laterale, se il gioco comincia dalla rimessa della palla in campo. Nel Diag, è il “rimbalzista” che ha catturato il rimbalzo, anche in questo caso palleggia e va in mezzo.

In partita, esegue l’apertura per il CP? Non sempre. Poichè tutti devono saper fare tutto, comincia il palleggio per un CP più efficace.

Quali sono gli spazi per l’organizzazione del gioco? Quelli disseminati sulla linea centrale longitudinale che unisce i due canestri, il lato e tutte le rimesse (compreso quella sulla linea di fondo).

IL GIOCO LIBERO

“Chi segna regna” lo abbiamo visto, ma “comanda” anche chi prende il rimbalzo difensivo o, in generale, recupera la palla.

Descrizione Diag. E’ raffigurato il possesso di palla del rimbalzista centrale. Si suppone che gli attaccanti (cerchi) abbiano tirato e sbagliato. Prima di eseguire un nuovo attacco, usando il palleggio e il movimento senza palla, i “rossi” si dispongono negli spazi voluti, quelli frontali. Da queste posizioni , bisogna attaccare gli “spazi” che sono rimasti liberi, con palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Vogliamo, in allenamento, disporre di regole che favoriscono il gioco del Playmaker. Così , nel gioco 3c3 o 5c5 metà campo, chi prende il rimbalzo va dentro “l’isola della salvezza”, che si trova a metà campo. Capita nel cambio di possesso di palla. Tutti sono chiamati a farlo, andando in palleggio rapido dentro “l’isola”, non ostacolato, ma solo all’inizio. (Diag. precedente)

Se un istruttore ci crede trova mille possibilità per far fare una semplice  esperienza di chi organizza.

Dentro “l’isola” si fa uscire il primo passaggio, senza l’uso del palleggio oppure sfruttandolo. Cambia completamente l’esperienza. Provate a pensarci. Come si comporterà la difesa? Si può costruire un atteggiamento difensivo che disturba l’attacco, cercando il disagio tecnico.

E’ in questo modo  che , pian piano, vogliamo intervenire. Cercare il recupero tecnico aiutandoli a fare l’esperienza del Playmaker che serve per affrontare il loro futuro. Poi, completeremo coinvolgendoli nelle rimesse della palla in campo.

Ricordo che stiamo allenando un gruppo “Under” di prima fascia.

ATTENZIONE ALLE INTERPRETAZIONI

Coac-Why

Vedremo sicuramente come sono diverse le “interpretazioni”, ma per imparare a giocare devono comprendere che il gioco è sempre di “squadra”. C’è un solo modo per arrivare alla meta, ma l’Istruttore deve guardarsi allo specchio e chiedersi perchè allena.

L’allenatore aiuta offrendo una organizzazione in modo che sia accessibile a coloro che stanno provando per la prima volta. Nel piccolo e nel grande, nelle situazioni del gioco libero di metà campo, oppure in quello tutto campo, cominciando dalle rimesse.

Il percorso sarà pieno di sorprese.

La disponibilità tecnica dei ragazzi e l’apprendimento del  “gioco di squadra” offerto dall’istruttore sono come due rette parallele che devono prima o poi convergere, quindi sovrapporsi. Non pensate che i ragazzi siano subito disponibili.

Succederà quando decideranno di cambiare le loro scelte legate all’egoismo. Succederà quando , con l’organizzazione da loro gestita, comprenderanno che il basket è un gioco di squadra. Va da sè che succederà se sceglieranno di organizzare il gioco.

Tutta l’organizzazione tecnica deve essere predisposta per favorire chi desidera mettersi in gioco, come playmaker. Deve essere semplice ma efficace, valida contro tutte le difese, cominciando dal pressing.

LA GRANDE PROPOSTA

Pian piano lo dovranno fare. Offriamo l’acqua della “conoscenza” che aiuta a comprendere il gioco e migliorare. Una goccia medicamentosa che cade sulle loro abitudini pregresse per far sbocciare il fiore del basket. Vogliamo che tutti abbiamo la possibilità di giocare come Playmaker. Unico ruolo che facilita la comprensione.

La scelta

L’istruttore “butta l’occhio” e cosa vede? La personalità, il fisico e la tecnica che danno un impulso a “come” giocare.

Sono i ragazzi che scelgono per primi la loro interpretazione, ma l’istruttore “vede” il loro futuro grazie alla sua esperienza e cerca la correzione degli intenti. Quanti ragazzi hanno ringraziato per aver dato loro la possibilità di giovare sempre e per sempre a basket!!!

Ricordiamo ancora. Si propone un indirizzo tecnico che raramente viene accettato subito. Impegnarsi ad organizzare il gioco per i compagni. Tutti lo dovrebbero fare o almeno provare. Con quello che sanno fare , poco o molto che sia.

Non sono già “vecchi” dopo il mini basket. Dovrebbero essere disponibili,  ma rimangono arroccati nelle loro conquiste, sfruttando il fisico per esempio, oppure procedendo secondo schemi fissi, raramente comprendendo perchè fare questo o quello, leggendo la difesa.

E’ una grande verità, che si manifesta sempre all’inizio degli Under. Ci sono  altre idee da mettere sulla bilancia per equilibrare la loro tendenza  a giocare da soli?

Quelle riguardante la tecnica per esempio, ma non pensate sempre ai soli fondamentali, sarebbe troppo comodo. L’organizzazione tecnica ha la priorità per sviluppare il gioco, si realizza poi coi fondamentali. Come usarli diventa importante per una meta che miri alla comprensione del gioco.  Avvicinandoli alla organizzazione dello stesso, è un tentativo utile per aiutarli a comprenderlo.

Bisogna proporre un modo di giocare che favorisca la loro voglia di migliorare, cambiando le scelte personali legate all’egoismo.

Come già detto, offriamo la possibilità di giocare, tutti, come organizzatori del gioco, partendo dalle situazioni più facili. Cerchiamo di trasmettere i concetti e li mettiamo al centro della situazione, dove vanno di solito quelli che hanno maggiore personalità. Senza obbligarli a farlo, mi sembra un passaggio psicologico inevitabile.

Va da sè che  “tutti giocano playmaker” è una bella idea se si pensa al loro futuro. Al contrario, dividendo la squadra coi “ruoli di specializzazione” si gioca negli Under… come se fossero già professionisti. 

Nel Diag. , abbiamo il gioco “Lampo”, realizzato in transizione. Nessuno gioca Pivot, ma tutti possono giocare “come” Playmaker. Nel sito abbiamo speso diversi articoli per illustralo. Nella “Home Page” basta entrare nella sezione “Il Gioco”. Far scorrere gli articoli e cercare: “Lampo, un attacco polivalente”.  Oppure in fondo alla “Home Page”, digitare: “Lampo”

IDEE VALIDE SEMPRE

Non abbassate mai le antenne per percepire i segnali che fanno “accendere” le idee. La scintilla didattica, da captare al volo, può arrivare improvvisamente , leggendo , vedendo o ascoltando chiunque.

Bisogna saperla cogliere e metterla in tasca perchè non scappi via. Noi usiamo, per far giocare “tutti Playmakers”,  il “finto attacco”, l’idea “tiro-rimbalzo” e il gioco “lampo”, valido contro ogni tipo di difesa.

Basta una sola scintilla. Accettandola bisogna rivedere tutta la propria idea sul basket, se ne abbiamo una. Occorre prontezza, essere subito decisi  a realizzarla , soprattutto se si lavora per il futuro del ragazzo. Anche andando contro corrente? Sicuramente.

Controcorrente

Le verità del basket fanno parte della filosofia che nasce dall’osservazione. Non tutti sono capaci di cogliere aspetti didattici osservando le gare e l’interpretazione dei giocatori. Un’esperienza rara per migliorare la propria conoscenza.

Va da sé che non esiste solo il lavoro sui fondamentali, lo ripetiamo sempre. Cos’altro?

C’è soprattutto la via da scegliere per la comprensione del gioco, da sviluppare con gli stessi fondamentali. Deve essere tenuta in grande considerazione. Comprendere il gioco, organizzandolo. Significa incontrare il suo spirito e migliorare le proprie capacità d’interpretarlo.

Tradotto in pratica? Ripetiamo. La comprensione del gioco si  può manifestare se si sceglie di organizzarlo.

Per questo motivo tutti i ragazzi delle prime fasce “Under” dovrebbero accettare subito la proposta e scegliere di giocare Playmaker.

Non sarà così inizialmente, ci vuole tempo. Il compito dell’Istruttore sarà di organizzare tecnicamente questa idea. Facile? Basta solo volerlo fare.

Dai tanti ruoli, nati per la divisione dei compiti , nasce certamente un rendimento veloce. Va bene per i professionisti.

Per i giovani, invece, bisogna pensare di usarne uno solo, massimo due, per migliorare il giocatore . Va bene per tutta la fascia “Under”.

Ecco come nasce l’asse didattico Play-Pivot. E’ un modo di allenare per il  futuro del ragazzo.

Prima si apprende il ruolo del Playmaker, poi quello del Pivot. E’ la nostra scelta di istruttori.

GIANNI MALAVASI E LA “SCINTILLA”

Gianni Malavasi.1

Ho avuto tanti maestri che mi hanno aperto la mente con le loro idee, Gianni è uno di questi. Lo ricorderò sempre. Da lui è arrivata la scintilla che sottolinea la diversa interpretazione del gioco fatta dai giovani.

Dal momento che ha fatto accendere il fuoco, ha anche contribuito per la ricerca di una nuova via per allenare i giovani.

Ecco il suo pensiero.

“Ritengo che nella pallacanestro , e forse in tutti gli sport di squadra, si possono notare diversi stili nell’interpretazione del gioco, legati a criteri tra loro molto differenti.

Da parte mia, ho provato a individuare e riconoscere tre possibili linee.

Potremmo cosi distinguere un modo di giocare dove è preminente l’aspetto fisico e agonistico (gioco di prestazione).

Oppure un altro sistema di avvicinarsi allo sport fatto di regole e automatismi, con ruoli ben distinti e specializzati (gioco d’esecuzione).

Infine il terzo tipo di approccio più elastico, nel tentativo di intendere gli sports come una situazione ove si verificano una serie di problemi da affrontare e risolvere (gioco di comprensione).

LA PRESTAZIONE

13-Prestazione

Inseguono prevalentemente la “prestazione” i giocatori più istintivi e naturali, come quei ragazzini del minibasket che cercano di imporre il loro sviluppo precoce nei confronti di quelli ancora in crescita.

In effetti, il primo tipo di risposta che si prova a dare a problemi di tipo motorio è sicuramente fornire una prestazione fisica per superare gli ostacoli che ci separano dal nostro obiettivo.

Questo modo di risolvere le sfide sportive, in particolar modo nel basket, molto spesso si concludono in un grande spreco di energia a fronte di risultati insoddisfacenti.

Questo non significa che l’istintività sia nociva, anzi, è sicuramente apprezzabile quella determinata da abitudini giuste che si acquisiscono giocando anche per apprendimento che è diverso dall’insegnamento.

I risultati insoddisfacenti si riscontrano quando la prestazione è saltuaria nel senso di poca pratica di campo ed il bambino rimane fermo alle prime situazioni che gli hanno dato soddisfazione, cioè quelle di tipo fisico. Questo capita soprattutto quando per il bambino esiste solo il rapporto col tecnico.

L’ESECUZIONE

Basketball Coach.1

E’ propria di coloro che cercano di prepararsi ad affrontare modalità preordinate, tutte le situazioni che di volta in volta si verificheranno, in nome di una rigida organizzazione tesa a privilegiare risposte automatiche preparate in allenamento, piuttosto che affidarsi alla interpretazione diretta del gioco.

E’ un atteggiamento che frequentemente si riscontra nei giocatori alle prime esperienze, almeno in quelli più portati a seguire la figura paterna dell’allenatore, che guadagnano così l’approvazione del “genitore” mettendo in pratica (alla lettera) i suoi suggerimenti, senza magari averli compresi fino in fondo.

Anche in questo caso siamo di fronte alla mancanza d’auto-allenamento che determina l’apprendimento migliore.

Sebbene l’esecuzione di schemi automatizzati e predeterminati porti molto velocemente a grandi miglioramenti nell’efficienza del gioco, a volte questo tipo di atteggiamento sfocia in errori macroscopici, legati alla ingenuità dei giocatori non abituati a fare scelte istintive giuste.

La scelta in questo caso risulta tardiva oppure completamente errata.

L’esempio più classico che mi viene in mente riguarda il minibasket, nei primi approcci all’indicazione di mantenere accoppiamenti difensivi (la difesa a “uomo” per intenderci).

Raddoppio

Poiché questa direttiva a volte non viene preceduta da una chiara visione dell’obiettivo della difesa, cioè quello di non subire canestro dall’altra squadra, capita di vedere ragazzini intenti ad ostacolare faccia-faccia il proprio avversario a metà campo, mentre l’azione degli avversari si sta volgendo da un’altra parte, magari con un attaccante che se ne va indisturbato a canestro.

Di solito questo accade quando si gioca poco e senza spirito di gioco, mentre il basket si apprende rimanendo molto tempo sul campo, con partecipazione mentale.

Si apprenderebbe così che è errato anche , sempre nel minibasket, lasciare libero il proprio avversario per rubare la palla giocando su una furbizia che verrà presto punita dagli avversari che giocano con la “testa alta” e usano solo i passaggi per attaccare (magari suggerito dall’allenatore).

LA COMPRENSIONE

Comprensione Gioco

Ritengo invece che la “comprensione” sia una forma flessibile di lettura dei problemi, capace di adattarsi anche alle situazioni più imprevedibili grazie alla universalità dei criteri da seguire.

Comprendere quello che succede in campo significa avere ben chiaro lo scopo del gioco, gli obiettivi da conquistare per raggiungerlo, i sistemi conosciuti per eseguirli.

Non deve sembrare così assurdo che ad un giocatore possa sfuggire come lo scopo del gioco sia vincere la partita segnando (attraverso la propria squadra) più canestri degli avversari; che l’obiettivo è assumere il maggior numero di volte possibile il controllo della palla per tentare un tiro a canestro; che le proprie capacità tecniche e fisiche debbono essere messe a frutto in questo contesto.

Comprendere non significa avere pensato, ma agito istintivamente di fronte ad una situazione di gara. Vedo e agisco in modo corretto perché abituato a farlo.

Spesso, invece, si vedono giocatori di qualsiasi livello dimenticarsi di guardare la palla in situazioni elementari (come faranno ad afferrarla?);

Mettere maggiore enfasi ed impegno in palleggi e finte piuttosto che nel tiro (come faranno a segnare?);

Addirittura dedicarsi con attenzione solo alle azioni d’attacco, disdegnando l’impegno difensivo (come potranno vincere, se gli avversari riusciranno sempre a segnare?).

Mi sto infatti convincendo che, a qualsiasi livello, la comprensione del gioco viene colpevolmente trascurata, anche se la cosa appare di portata macroscopica solo a livello giovanile.

Si gioca contro una squadra e la meta si raggiunge attraverso il gioco collettivo, alla fatica e sofferenza. E la frase “gioco collettivo” ha i suoi principi per essere raggiunto perché occorre sempre e comunque leggere la difesa.

Paradossalmente bisognerà scoprire che ,con più grande è la pericolosità individuale, meglio riuscirà il gioco collettivo.

Credo che la via per risalire alle cause di questa ignoranza sia legata alla nostra formazione di istruttori ed insegnanti, vincolata a criteri basati troppo sulla teoria dell’allenamento senza lasciare il giusto spazio all’apprendimento e alla crescita determinata dal ragazzo attraverso il gioco.”

PER CONCLUDERE

Ecco dunque da dove nasce l’idea di far giocare tutti nel ruolo del playmaker. L’organizzazione dà una spinta alla comprensione del gioco.

Il ruolo del Playmaker è l’unica tipologia di giocatore la cui esperienza è valida sempre e gli serve per il futuro, avendo maggiore possibilità di comprendere “lo spirito del gioco”.

 

La “Favola” della Zona

coach-cartoon.1

Mi dispiace per coloro che amano una sola parte del Basket. Non si può odiare la zona. Il basket va amato per quello che è con le sue montagne da scalare.

Avete visto la finale delle Olimpiadi del 2012 a Londra? La Spagna quasi sempre a Zona. E allora? Non è vero basket? Come è possibile far entrare questi pregiudizi nella propria cultura?

Ogni squadra gioca la difesa più adatta alle proprie capacità riconoscendo il valore dell’avversario. Si può fare? Non ci sono controindicazioni.

Troppa zona non abitua alla difesa individuale? Chi non ha gli “occhi della tigre” schiverà  ogni tipo di difesa e giocherà meno degli altri.

Non è facile giocare la zona e ,saperla attaccare con efficacia, non è per nulla scontato.

Come pensate che sarà la prossima finale alle Olimpiadi Brasiliane? Chiunque farà la finale con gli USA giocherà una parte della partita a zona. Semplicemente per avere una speranza di vittoria.

Apprendere la zona e saperla attaccare  è importante. E’ come imparare una lingua nuova. Bisogna cominciare da piccoli.

Noi lo abbiamo fatto, andando nella Scuola Elementare di Budrio (BO).

ALBA-TRAMONTO”, IL PRIMO ATTACCO

Attacco cerchio
Coi piccoli si può fare, anche se non conoscono il Basket. Comunicando semplicemente con una favola. A conferma che, quando le idee sono semplici, diventano semplicemente adatte e accessibili a tutti.

Come accerchiare i nemici e batterli? Sarà facile farlo? Quanti passaggi in un minuto?

Siete certi che si disporranno subito come nel Diag.? Va da sè che i due gruppi partiranno separati e lontani.

Sono bambini, ma non fate mai l’errore di suggerire la soluzione .

Attaccare la zona non è proprio come ascoltare una favola, ma si può tentare. Ognuno ci proverà coi suoi mezzi….

“Alba-Tramonto” è la prima idea di attacco insegnata ai bambini della scuola elementare.

L’abbiamo usata, in seguito, nei campionati Under, quando le regole della Fip l’hanno permesso.

Un semplice e valido attacco per tutti i livelli di gioco, realizzato ogni volta con le giuste varianti di adattamento alle caratteristiche individuali e alle situazioni di gioco, naturalmente.

Bambini Elementari

Soprattutto, adattato alle caratteristiche psicologiche, fisiche e tecniche dei giocatori, considerando la loro utilizzazione tecnica futura. Che significa? Se dico che nessuno deve cominciare giocando Pivot, è più chiaro?

Si può fare, da l’Elementare alla seria A. Come faccio a saperlo?  Esperienza. Non ho mai visto niente di più semplice. E la semplicità è il sale di tutti gli sport.

Come detto, tanto per ripeterci appositamente, è sicuramente valido per le scuole elementari che sono un mondo a parte, fuori dalla Fip.

Valido per la serie A, per sottolineare l’efficienza delle idee semplici. Naturalmente valido per tutti i livelli intermedi.

ComunicareNella scuola elementare, l’abbiamo utilizzato come un avvio facilitato per fare una esperienza col basket.

Far giocare bambini, 5c5 attaccando la zona,  non è come bere un cappuccino al bar. Bisogna avere un piano che parte dalla favola.

Soprattutto, riconoscere che difesa e palleggio a quell’età sono troppo condizionanti

Passaggio e tiro , invece, offrono un buon equilibrio tecnico fra i. bambini.

Niente “Easy Basket”, subito gioco 5c5. L’abbiamo chiamato “Attacco al Castello”, perché la difesa è costretta dentro le proprie “mura”.

Gioco 5c5, oppure 6c6, subito immersi nella realtà. I fondamentali? Da fare dopo e non prima.

Si gioca sempre, a qualsiasi livello, iniziando con quello che si sa fare, poco o molto che sia. Giocando 5c5 e non facendo esercizi. Come?

Ecco “Alba-Tramonto”, con soli passaggi. Abbinato a Tiro-(Senza)-Rimbalzo, ma con gioco in velocità. Senza “rimbalzo” perché i contatti possono provocare infortuni non graditi dalle maestre. Va da sé che siamo nell’ambiente della Scuola Elementare, da rispettare rigorosamente.

E dopo? Rimaniamo sempre dentro le nostre idee e alla didattica usata per realizzarle. Insegnando e allenando, pensando , come già detto, alla utilizzazione tecnica  futura e non al presente. Ripeterò spesso questo concetto, abbiate pazienza, ma è troppo importante.

Non vogliamo le “gabbie” dei ruoli, che nascono sempre col primo periodo Under, quando il bambino cresce. L’altezza determina il ruolo? Eppure non è una capacità fisica , ma un dettaglio morfologico. 

Mini-Basket Coach

Dovremmo rimanere , a mio avviso, dal pdv tecnico, a “come” si allena nel Mini-Basket, dove tutti fanno tutto, senza problemi. Bisogna continuare per questa strada durante tutto il periodo Under

“Se Riccardo, durante il Mini-Basket era un prospetto come playmaker, non può essere sistemato nella “gabbia” del Pivot perchè è cresciuto durante il primo periodo Under.” Sto raccontando fatti  veri.

Bisogna quindi essere Istruttori e non il Coach. Senza imitare le “prime” squadre, ci sono altri problemi da risolvere e mete individuali da raggiungere. Non è facile però avere le idee chiare, lo riconosco.

Si può fare diversamente dal solito, da quello che fanno tutti? In questo campo, quelle delle scelte, la statistica non conta. Basta un po’ di coraggio, ma con una filosofia speciale. Importante crederci.

Intanto, l’istruttore allena per i ragazzi e non per se stesso. Ha un significato preciso che vedremo.

Poi, bisogna avere idee per migliorare tutti dal pdv tecnico , iniziando con la comprensione il gioco. Come? Giocando in cabina di regia. Se giocano tutti per fare questa esperienza, quella di organizzare, impareranno a “vedere” meglio, perchè guardare non basta.

Ci sono momenti e situazioni tecniche facilitate nel Basket , adatte a tutti per iniziare. Con quello che sanno fare, poco o molto che sia.

Comprensione Gioco

“Vedere” per leggere la difesa, scegliendo cosa fare per i compagni, cominciando ad organizzare le rimesse della palla in campo, per esempio.

Così, “leggono” e si comportano (pian piano) con sicurezza nella situazione semplice, cercando anche di battere la difesa, ma con concetti validi sempre e senza giocare pivot. Prima impareranno il ruolo dell’esterno.

Va da sè che non importa come difendono gli avversari. Uomo o Zona? E’ la stessa cosa. Li attaccheremo allo stesso modo, con Alba-Tramonto. Non può essere un problema prioritario. Stiamo pensando alle prime fasce “Under”.

Tutti “Playmakers”, iniziando nelle situazioni facilitate  e  “nessuno giocherà  pivot”.

E contro la zona?  Giocheremo tenendo presente una grande considerazione didattica. Con palla posizionata lateralmente, tutte le difese sono uguali.

LA PRIMA IDEA

Idea Basket

Le difese “Uomo&Zona” non vanno trattate come difese “diverse”, ma attaccandole nello stesso modo possiamo concentrarci su cosa vogliamo fare, come e perchè.

Vuol dire usare contro di loro  le stesse “spartizioni” dello spazio, le stesse idee di gioco, per salvaguardare una sola filosofia che riguarda l’utilizzazione dei giocatori.

Non incorriamo nel solito errore: “Nessuno gioca Pivot”. Gli attacchi tradizionali sono banditi. Il Triangolo di Tex Winter? Lasciatelo ai professionisti.

Come detto,  non si allena  per il presente, bensì per il futuro tecnico dei ragazzi che vuol dire “comprendere” il gioco e non eseguire un “ruolo”, una specializzazione.

Difficile far proprio nostro questo concetto?

Quindi niente ruoli e nemmeno specializzazioni precoci. Va da sé che, da noi, nessuno gioca (subito) nel ruolo del pivot, provando invece, tutti, l’organizzazione del gioco. Utilizziamo questo concetto dal 1972, andando contro corrente, ma senza prendere alcun raffreddore.

Vincere un campionato giovanile non è facile , ma può capitare a tutti. Un reclutamento di fisici eccezionali, un colpo di fortuna, può realizzarsi anche in un piccolo paese.

Jungle Team

Dipende però come si vince. Di solito succede, purtroppo, quando non si pensa al futuro tecnico , ma al presente. Quindi, si vince per il Coach che, inconsapevolmente, dispone i giocatori dentro i ruoli, specializzandoli. Una vecchia storia.

Purtroppo, chi non gioca playmaker, rischia di smettere di giocare. Non dimentichiamo mai che alleniamo i giovani. Ci riusciremo a farlo bene? Che senso ha , finito il periodo “giovanile” constatare che solamente il Playmaker è pronto per il futuro? Cambiare è necessario.

Senza cambiare però la meta perchè bisogna cercare di vincere, sempre.

Se viene però allenata una specializzazione precoce nei ruoli, sfruttando una migliore fisicità momentanea, diventa come una vittoria di Pirro. Serve solo per il futuro del Coach.

Vogliamo ancora ripeterci. Ci crediate o meno, conta solo il futuro tecnico dei ragazzi. Pensateci.

Quindi bisogna far “comprendere” il gioco e non un ruolo, saper giocare e non fare bene solo gli esercizi. Essere autonomi in campo senza dipendenze dalla panchina. Questo è la vera meta dell’istruttore, che però non deve fare… il Coach….

Quindi, autonomia del giocatore non solo per la conoscenza dei fondamentali , ma anche per il gioco che comprende la conoscenza di tutto il basket. Leggere la difesa e la partita. Solo in questo modo l’allievo sarà in grado di giocare sempre,  al proprio livello di competenza.

Bambino palleggio.1

Va da sé che tutti devono provare a giocare come il Playmaker perché è l’unico ruolo dove si apprende lo spirito del basket.

Si comprende quindi , in modo consapevole, il perché  del proprio agire nel gioco, leggendo almeno la difesa. Si comprende  che il Basket è un gioco di squadra che ha però  bisogno dell’individualità resa sempre più imprevedibile.

Poi, tutti impareranno ad agire come il Pivot, ma soprattutto , tutti dovranno comportarsi come la Tigre, il re della difesa.

Incredibile, vero? Abbiamo cominciato insegnando il gioco secondo la favola dell’attacco al “castello”. In tasca , però, abbiamo tanti altri progetti.

Abbiamo scelto di farlo iniziando coi bambini, la cui capacità motoria è sempre più scarsa. I linguaggi nuovi si apprendono alle scuole elementari.

Quindi, meglio cominciare da piccoli per comprendere con consapevolezza l’attacco alla zona. 

Espugnare un castello è possibile con una magia. Il gioco di squadra.

LA FAVOLA

PASSAGGIO DIRETTAMENTE IN “ALBA”

Attacco al castello

Valida non solo per le elementari, ma anche con gli Under.13-14. L’abbiamo usata trasportando i ragazzi nel mondo fantastico.

“I difensori sono ora dentro al “Castello”.

Lo espugneremo con una magia, dice l’Elefante, Coach del “Jungle Team”.

Sono “ammassati”, ma pronti ad intervenire contro il tiro. Per ora non possono uscire dal “Castello” , una regola lo vieta.

Attenzione , dice ancora l’Elefante, per tirare tranquilli da fuori dobbiamo far vedere che vogliamo farlo da dentro il Castello, proprio dove si sentono forti.

La palla deve seguire il percorso del sole, andando da l’Alba (angolo) al Tramonto (inversione), dove il nostro “Terminator”… finisce l’azione di squadra.

La prima idea da eseguire è il passaggio rapido, proprio là dove nasce il sole e con lui , seguendo il suo percorso fatto di passaggi, la nostra azione diventerà magica.

Tutti Dentro il castello

Passare la palla in “Alba”? Lo si può farlo direttamente, oppure dopo un palleggio laterale.

Così battiamo gli avversari ammassati dentro “Il Castello”. Quando usciranno ,di loro iniziativa dalla roccaforte, superarli sarà come bere un cappuccino al bar.

Nel Diag. (P)=Playmaker, (4) e (5) sono i più alti degli “Under”.

Quando la palla è posizionata in angolo, la stessa  “potrebbe”  penetrare dentro il “Castello”, ma solo se un attaccante coraggioso  si inserisce dentro, con prepotenza. Una penetrazione della palla fatta, col passaggio al “Re Leone”, il terrore del castello.

Se si palleggia di lato (come nel Diag.), il Leone (4) si muove e va dentro dalla parte della palla. Col passaggio diretto in angolo (Diag. precedente) ,  si entra dentro le “mura” , dopo il passaggio verso il “Tramonto”, come una spia .  

In tutti i modi, ci si posiziona in mezzo le linee difensive o dentro le mura del castello, con un’azione di forza per attirare l’attenzione.

Passaggio Pivot Uscita

Chi va dentro o in vicinanze dell’area (castello), può sembrare un pivot, ma esegue solo un fondamentale.

Si chiama , quando c’è il contatto fisico, “auto-blocco” . Con successivo “skip” (saltello) per ricevere e passare.

Passare dove? Dove può, ma la meta è il lato opposto , direttamente al  “Terminator”.

Daremo la palla al più presto al Leone, ma non per finire l’attacco, bensì attirare l’attenzione di tutta la difesa che si ammassa contro di lui.

Il nostro “Leone”, principe del rimbalzo, cattura la palla e la smista fuori. Sarà passata al “Tramonto” (inversione), dove il “Terminator” è pronto al tiro.

Dobbiamo lasciare un po’ di tempo, bloccando la difesa, a vantaggio dell’attacco. Dopo il gioco potremo curare i fondamentali del passaggio e tiro.

USCIRE DAL CASTELLO

Alba-Tramonto Castello

Quando si potrà uscire dal Castello? Chiedono i difensori.

Vogliono fermare il tiro. Allora, tutto l’ammasso difensivo posizionato dentro il Castello correrà per ostacolarlo.

Sarà la loro fine. Infatti, la “Volpe” , che aveva ricevuto palla nell’angolo e “Re-Leone”, tagliano  l’area dentro il Castello per finire l’azione.

La “Volpe” lungo la linea di fondo e “Re-Leone” nel mezzo dell’area.

Faranno un tiro ravvicinato, oppure si sistemeranno “Alto-Basso” (abi, per comunicare).

E il “Terminator”? Diventerà l’uomo squadra. Al tramonto, deve gestire le maggiori responsabilità: prima col tiro, poi coi passaggi ai compagni”.  Tutti dovranno giocare  come “Terminator”.

LA DISTRIBUZIONE DEGLI SPAZI

Gli Spazi

Ovvero, bisogna disporre i giocatori pensando che devono giocare per il loro futuro tecnico. Come già ripetutamente detto, se si usano i ruoli, solo il playmaker giocherà sempre.

Occorre quindi un’idea che serva perchè si realizzi la “comprensione” del basket , da parte di tutti, quindi “valida sempre”.  Intanto, nessuno giocherà nel ruolo del pivot. Nel Diag. (P) vuol dire Playmaker.

Se pensiamo che l’attacco alla zona debba essere valido anche contro la difesa individuale, siamo sulla buona strada.

Senza  però dimenticare l’azione più incisiva del basket, il contropiede. E’ una scelta prioritaria.

Se  il CP si spegne , l’occupazione dello spazio ha uno scopo già ripetutamente sottolineato. 

Perciò, tutti devono avere la possibilità di provare il ruolo del Playmaker. Vogliamo scrollarci la polvere dell’insegnamento fatto negli anni ’60.

Lo schieramento d’attacco o spartizione dello spazio è 1-3-1. I Playmakers si posizionano sulla linea longitudinale del campo e si alterneranno alla guida. E i giocatori più alti? Il loro spazio da sfruttare è in Ala, per essere dentro al gioco, protagonisti del suo svolgimento, un punto di riferimento dell’attacco.

Come si potrà notare, nessuno gioca “Pivot”. Praticamente tutti sono “esterni”.

IL FINTO ATTACCO

Finta passaggio

Può essere individuale oppure di squadra. Contro la zona vogliamo una una finta di squadra, ma non mancano quelle individuali.

Far vedere che vogliamo dare la palla dentro a l’area, è una finta.

Vietato però tirare subito, anche perchè i difensori non lo permettono.

Anche se , per definizione,  bisogna essere pronti a fare quello che si finta, non sarebbe saggio farlo subito. Tempo e pazienza ci guidano.

Tutto qui. L’attacco alla zona tipo “alba-tramonto” è il primo esempio di attacco basato su una finta: il “finto attacco”, operato da una intera squadra per ingannare la difesa.

Fintare di attaccare da un lato per realizzarlo dall’altra parte. Anche i sassi lo sanno? Ma come farlo lascia libertà alle varie idee.

L’attacco alla zona, fatto col palleggio di lato, ha un senso strategico.

  1. Cominciando l’attacco di lato uomo e zona si equivalgono.
  2. Passando in angolo e cercando un appoggio  dentro , si determinano  azioni fondamentali note come  “finto-attacco”.
  3. C’è un pericolo con palla in angolo, ma non avremo solo questo tipo di attacco. Una seconda idea completamente diversa.
  4. Se pensiamo al “finto attacco”, l’attacco vero viene fatto con l’inversione del gioco.

Va da sé che , questa semplice idea, è lo scheletro del gioco, sul quale possono essere ricamate diverse azioni interessanti. Prima di tutto la possibilità “Alto-Basso”(abi).

L’attacco di lato permette di giocare allo stesso modo anche contro la difesa individuale.

ATTACCO “LAMPO”

Lampo-Uomo

  1. E’ un attacco valido contro ogni tipo di difesa, quindi anche contro la zona.
  2. Il “finto attacco” è fatto con altri concetti, rispetto Alba-Tramonto. In primis il movimento senza palla delle due Ali.
  3. La palla non viene mai passata in angolo, il che compensa l’attacco precedente “Alba-Tramonto”.
  4. Contro la “uomo” e la “zona”, la palla può essere passata “dentro” subito , durante il finto-attacco. Vedi Diag., col taglio “rosso” dell’area.

Lapo-Zona

L’inversione del gioco presenta una catena di blocchi, validi anche contro la zona.

Si forma anche in questo caso il “concetto” Alto-Basso , valido sia contro la uomo che la zona.

Alto-Basso è un concetto di gioco che può essere utilizzato anche da solo, contro tutti i tipi di difesa.

GLI SCOPI

Sono riferiti al livello “Under”.

Va da sé che gli scopi sono diversi, sia contro la “uomo” che la Zona”, anche se si utilizza un solo attacco, lo stesso attacco.

Blocco semplice

Per “Lampo”, contro la “uomo”, abbiamo la possibilità di giocare 1c1 di lato, con spazio. Quasi un “isolamento”. Strada facendo gli altri scopi sono innumerevoli, troppi da elencare.

Contro la zona , lo scopo principale è sempre Tiro-Rimbalzo, ma subito dopo, se questo non si realizza, c’è la possibilità evidente di giocare con l’idea Alto-Basso.

Inversione Tramonto

Un altro scopo di questi attacchi è quello di apprendere come si “Blocca”, un fondamentale non semplice da insegnare.

Ci sono diversi modi per imparare a sfruttare questo fondamentale, tanti quanto sono i tipi.

PRIMO.

  1. Con la variante di Alba-Tramonto si può apprendere il “Blocco L”, che è quello classico chiamato più spesso “Pick-and-Roll”.
  2. Il Play (1) ha palleggiato lateralmente e (5) ha fintato l’auto blocco per andare contro il “cacciatore” della zona 2-3.
  3. Interessante il taglio di (4) , quando (1) comincia il palleggio.

SECONDO.

  1. Con “Lampo” si apprende il “Blocco Flex”.

TERZO.

  1. L’altro modo di sfruttare il blocco è quando sussiste il blocco “Shuffle”. In questo caso il bloccante rimane fermo mentre chi lo sfrutta prende vantaggi dal suo difensore.

CONCLUSIONE

Ricordando sempre che il riferimento tecnico è quello degli “Under”.

Coach

  1. Si deve attaccare la zona come se fosse la difesa individuale. Ci sono tre possibilità illustrate con Alba-Tramonto, Lampo e Alto-Basso. E’ un’idea ottima , ma non la principale;

Attacco Zona Pari Gioco ABI

  1. Allenare per il futuro tecnico degli allievi significa far giocare tutti come esterni. Si cerca sempre di vincere , ma i modi non sono tutti uguali. Quando si lavora per la specializzazione dei ruoli si allena per se stessi;
  2. L’autonomia  si raggiunge prima con la “comprensione” del gioco, poi nei fondamentali per l’auto-allenamento. Significa leggere la difesa, ma anche la partita. Quindi conoscere il modo per potere organizzare secondo le proprie possibilità.
  3. Quelli più alti non giocano in pivot, bensì come esterni. Non è finita qui. Infatti, tutti devono provare l’organizzazione che di solito è prerogativa del solo playmaker.
  4. La realizzazione tecnica della nostra interpretazione “per il futuro tecnico dei ragazzi” è la base di “Alba-Tramonto” e “Lampo”. Di conseguenza col Alto-Basso.

Attacco alla zona 2-3Gli attacchi sono validi sia contro la uomo che la zona.

L’allenatore in atteggiamento “Amletico” è stato scelto, non a caso,  come icona delle decisioni da prendere .

Allenare per se stessi oppure per i giovani? Essere o non essere? Essere un Istruttore oppure un Coach?

Se si sceglie di essere Coach sarebbe bene farlo nell’ambiente giusto. Non coi giovani.

La coerenza è una qualità assoluta. Una priorità per chi assume questo ruolo.

Basket, Tutti Come La Tigre

 

Tigre Basket Difesa

Allenate i giovanissimi? Bisogna cominciare subito ad enfatizzare la difesa. Ecco un campo dove, la specializzazione, è utile e valida sempre. Tutti devono “specializzarsi” a difendere con orgoglio. Il massimo che hanno dentro, poco o molto che sia.

 Durante questo periodo leggete loro questa favola, e commentatela. Poi ,con qualche  “Gioco” e idee ben trasmesse cominciate un cammino che dura una vita.

 Un consiglio? Il miglior modo per insegnare la difesa è cercare di renderla un “bisogno”, quando in realtà nessuno viene in palestra per difendere.

Trovo che il gioco dei “10 passaggi”, che trovate nel sito (Categoria “I Fondamentali”), sia una buona base per far comprendere quello che volete insegnare.

Questo gioco, non è stato costruito solo per l’attacco. Insegnando la difesa e i suoi principi si farà un lavoro completo.

LA FAVOLA

La Tigre

“Un  giorno,  mentre gli animali dello  zoo  di  Roma  stavano allenandosi sotto  gli  occhi  attenti  dell’Elefante  (loro  mega-coach),  arrivo la Tigre.

Scelse una pausa di gioco per attraversare  il campo da basket , con un incedere elegante e uno sguardo truce che  manifestavano  tutta  la  sua  potenziale aggressività.

Bloccati dall’aspetto, tutti gli animali  si  fermarono  per   guardarla  avanzare,  stupiti   ed  un  po’ impauriti.

L’atmosfera gioiosa  dell’allenamento  improvvisamente  si trasformò  in silenzio glaciale.  

UNA SORPRESA IMPREVEDIBILE

Paura

La Scimmia si arrampicò subito sopra un albero,  la Volpe si  nascose dietro  l’Elefante,  il Cavallo  parti’ al gran galoppo verso gli spogliatoi,  ma  il  Delfino  ed  il  Leone,  con la palla tra gli artigli,  non si mossero.

Addirittura il Delfino le sorrise e la salutò con la pinna,  pensando: “Che  magnifico atleta,  mai  visto un  animale muoversi  con altrettanta maestosità,  fa quasi paura!”.  

La  Tigre non li  degnò di  uno sguardo,  si  arrampicò sull’albero più grosso,  appena oltre la linea di fondo e si sdraiò proprio sul ramo che sosteneva il canestro.

L’Elefante si accorse di non avere abbastanza saliva in bocca  e di non riuscire più  a deglutire,  ma pensò che spettava a lui fare gli onori di casa.  Doveva farsi forza,  tutti i giocatori si attendevano, speravano qualcosa dal loro capo.

Si avvicinò all’albero e le chiese:  “Ciao sorella,  a cosa dobbiamo la tua prestigiosa visita?”.

“Mi piace il basket”  rispose con voce tonante”, sono curiosa e desidero giocare,  ma ancora non ho deciso come interpretarlo.  Vorrei osservarlo da vicino per capire meglio,  poi deciderò cosa fare”. 

“Considerati nostra ospite”, rispose gentilmente l’Elefante , “siamo a tua completa disposizione e intanto,  se permetti,  continuiamo l’allenamento”.

GIOCARE E’ FONDAMENTALE

Vieni a giocare La Tigre fece un cenno di  consenso  e tutti gli animali  tornarono sul campo per  riprendere a giocare,  cercando  di far vedere il  meglio del loro repertorio.  

La Scimmia fu fantastica per l’abilità  del suo palleggio,  la varietà delle finte  e  la  precisione  del  tiro  da  fuori.  Aveva anche una caratteristica imprevedibile.

Andava sempre a rimbalzo dopo il suo tiro.  Non lo faceva nessuno, ma proprio per questo motivo aveva scelto di farlo.

Sapeva  che uno spettatore interessato la stava guardando e pensava di  accattivarsi la sua stima con una bella  prestazione.

IL GIOCO IN VELOCITA’

Il Gioco

Il  Leone  prendeva  i rimbalzi volando con le zampe sopra il canestro,  si girava in aria ed “apriva” il contropiede con passaggi  tesi  e  precisi  per  il  Delfino. 

Non palleggiava più del necessario e “serviva” in  avanti  il  Cavallo,  per una  galoppata  “zig-zag” che terminava in acrobatico “lay-up”.

Anche la  Volpe era molto stimolata dalla sua  presenza,  invece  di fare tiri   forzati,  preferiva  organizzare  azioni  collettive   che  faceva terminare con gli “assist” del Delfino per il Cavallo.  

L’allenatore era in  paradiso  nel vedere  tanto impegno  e  stava già pensando  di  ingaggiare  la  Tigre   per   presenziare  tutti  gli allenamenti… Non importava che si allenasse o meno, bastava la sua presenza sugli alberi, in “tribuna”.

Voleva già dirle qualcosa ed aveva girato lo sguardo verso l’albero,  ma vide con sorpresa che la tigre era scomparsa.  

IL GRANDE RECUPERO

Tigre Immagine

Anche gli altri  animali  rimasero  delusi  quando  se  ne  accorsero e L’allenamento terminò con un grosso calo di tensione.

Il giorno dopo l’Elefante andò  nella gabbia della  Tigre,  le chiese la sua  opinione  sull’allenamento  e se  voleva far parte del  gruppo di Basket.  

“Sono  bravi, rispose la Tigre,  ma  vogliono  solo  divertirsi  e non lottare in difesa con la giusta  pratica e sofferenza. Così diventa un divertimento fine  a se stesso”

“Non hanno capito, ma sono giovani e hanno tempo. Divertirsi a non far fare canestro è il vero svago, continuò la tigre. Non basta quel modo di giocare senza precisi scopi. L’impegno deve essere più alto in difesa.”

“Se una squadra vuole  vincere é  proprio li’ che deve applicarsi.  Mi chiedi di far parte della tua squadra,  ma  purtroppo ho un brutto carattere.

Mi arrabbio molto in caso di sconfitta e soprattutto se i miei compagni non s’impegnano in difesa. Non so se “i ragazzi” possono accettare questo mio difetto.”

 SI GIOCA SEMPRE PER VINCERE

 Caos Basket“Osservando questo gioco mi sono  resa conto  che c’é  un solo modo per vincere il più possibile, ma forse non é molto divertente.”   

“I tuoi giocatori mi hanno fatto ricordare un tale che parlava  dell’importanza di partecipare e non di vincere. Non mi piace.

Se anche per voi è la sola  ed unica condizione di fare lo sport, non sono adatta a partecipare.”

“Per questo sono andata via dall’allenamento.” E subito continuò. 

“Sono anch’io dell’avviso che bisogna partecipare…ma agli allenamenti! Quando però  si gioca,  anche una gara amichevole, in allenamento, bisogna dare tutto per vincerla. E lo si fa difendendo.” 

MetacognizioneLA GRANDE RISPOSTA

“Sappi  che sono un Coach che vuole sempre dispensare concetti sani, veri e validi sempre, senza ipocrisie.”

“Sono d’accordo che di gioca sempre per vincere e il divertimento viene dalla soddisfazione  di vedere soffrire gli avversari che non riescono a giocare.  Una sofferenza che porta alla gioia.”

“Non si può pensare che una vittoria sia senza sofferenza. A loro  dico  sempre che  l’unica certezza del  gioco é l’impegno in difesa. Ma le parole se le porta via il vento…

Hanno bisogno di comprendere che la difesa è un legame inscindibile con la vittoria. Chi pensa solo ai punti è proprio fuori strada…e  non sa quanto. I punti sono il merito del gioco di squadra.”

 Ci fu un attimo di interminabile silenzio.

GLI INCENTIVI MATERIALI NON BASTANO

Poi la Tigre continuò tuonando.

Difesa Posizione Fondamentale

“I tuoi giocatori dovranno comprendere questo semplice pensiero che assomiglia anche alla vita di tutti i giorni.

 Non é necessaria una grande abilità per fare una buona prestazione in difesa. Ci vuole fisico,  é vero,  ma anche tanto orgoglio che ti fa star male se si subisce un canestro dall’avversario”.  

 L’Elefante-Coach prese la palla al balzo per dire:

“Non si può parlare guardandosi allo specchio, ribatté  l’Elefante Coach. Puoi essere  un esempio, ma ci vuole anche una educazione che parte dai bisogni. Se non sono una necessità per loro, occorre crearli appositamente. Si può.”

E vedendo che la Tigre non aveva compreso, approfittò dell’attimo di pausa per aggiungere:

“Pensa che le ho provate tutte,  anche con gli  incentivi alimentari. Alla Scimmia ho promesso molte banane in  cambio di soli  cinque tagliafuori per partita.

Al Cavallo biada a volontà per tre sfondamenti,  al Leone un agnello arrosto se usa la sua potenza per anticipare  gli  avversari e per  aiutare tutti i suoi  compagni.

Delfino-Elefante

Al Delfino una razione  in  più di pesce per recuperare   più palloni vacanti ed,  infine,  alla Volpe un bel coniglietto in cambio di rientri veloci in difesa,  per tutta la partita.  

Sai cosa ti dico,  é stato tutto inutile !!!”.

“Hai ragione” , commentò la Tigre. “Ci vuole la motivazione personale, non bastano i premi.”

 “Per  avere quella  spinta  interiore che ti fa  migliorare  in  tutte le attività  della vita,  ci  vuole ben altro. Sono d’accordo per l’educazione che si ottiene creando un bisogno e una abitudine a soddisfarlo”.

L’Elefante, da buon maestro ,comprese subito che gli incentivi non erano solo quelli materiali, bisognava far leva sulla psicologia dell’orgoglio di non farsi battere e di imitare il migliore. Nessuno veniva al campetto pensando alla difesa, non era facile trovare  le parole giuste per avere comportamenti adeguati, ma bisognava provare.

IL LEADER DELLA DIFESA

La tigre e il gioco

Cosi, l’Elefante pensò rapidamente alle ultime parole della tigre e le disse:

“Per cominciare, penso  che i miei  giocatori abbiano anche bisogno  di  un  esempio in campo,  durante gli allenamenti,  quindi  in  partita.”

“Ora  che  mi ci fai pensare,  il  tuo ingresso  in campo  é  stato provvidenziale e nei loro occhi ho letto un timore riverenziale che vuol  dire  stima. Saresti una bella guida per loro.”

“Vieni con noi ed  aiutami, ho bisogno delle tua presenza e impegno. Farai   crescere i miei giocatori. Domani ci alleneremo nel campo della foresta e  presto giocheremo contro i famosi “Real Knickerbokers Jungle’s Team”. Dobbiamo essere pronti e ci sarai di grande aiuto”.  

6-Gioco

La Tigre sentendosi utile accettò con entusiasmo.   L’indomani,  durante la partitella d’allenamento,   fu inserita nel secondo quintetto per dimostrare ai più bravi quanto era importante difendere.

Cominciò  la  sua  esibizione  controllando  la  Scimmia,  abilissima ad imitare   “Monkey-Jordan”,  e   l’annullò   con  una  spietata  difesa d’anticipo,  senza falli.  

Continuò  la  sua  prestazione  contro  il  Cavallo,  che  penetrava  in palleggio come il grande “Crazy-Horse”,  facendolo incorrere in  falli di sfondamento.

Però  la vera grande lotta la  ingaggiò  contro il Leone operando col tagliafuori,  per  impedirgli  di catturare i  rimbalzi d’attacco,  la sua grande specialità.  

La  Tigre digrignò  i  denti,  il  Leone  ruggì  di  rabbia  perché non riusciva  a  ripetersi  nei  suoi  movimenti  abituali.  Fu  un grande spettacolo di agonismo e correttezza,  un esempio per tutti.

Cena nella Jungla

L’allenamento si  svolse sotto  gli  occhi attenti del Presidente-Ippopotamo che,  affascinato  da tanto vigore fisico  fu preso dall’entusiasmo che si placa solo mangiando.  

Mentre i giocatori erano ancora nel fiume per lavarsi,  irruppe  in acqua con tutta la sua mole per congratularsi con gli atleti  ed  invitarli a cena.

La Tigre fece aumentare di molto il rendimento della  squadra perché i compagni  si  sforzarono di imitarla.

Il suo continuo impegno  era un esempio per tutti,  la  sana  aggressività  ,che  manifestava  contro gli avversari, dava  quella  sicurezza che  fece  aumentare  la  fiducia nei singoli.

Poiché il suo impegno difensivo era sempre al massimo,  nessun compagno poteva dare di meno. 

 Non realizzava molti punti,  ma si vinceva per il lavoro oscuro che produceva  e la squadra  primeggiò ancora nel Campionato europeo degli zoo.

Anche i grandi “Real Knicks” furono ripetutamente sconfitti.  

 TUTTI COME LA TIGRE

Tigre senza scritte

L’Elefante era veramente felice  perché  non c’era  chimica di squadra migliore quando , tra le abilità, viene inserito il concetto che tutti devono difendere.

Tutti devono difendere perché tutti devono saper fare tutto. 

E’ sbagliato pensare che basta offrire il proprio talento per  il  bene  della squadra, anche la Tigre doveva imparare a fare quello che facevano gli altri in attacco. 

 Con i suoi mezzi, molti o pochi che fossero.

Questo concetto illuminò l’Elefante-Coach. Perché i talenti dovevano rimanere separati, chiusi nella loro specializzazione, senza aprirsi all’apprendimento globale?

Trigre Attaccante

Se tutti dovevano essere delle Tigri o Leoni, allo stesso modo tutti dovevano prendere l’esempio dal Delfino per organizzare.

Quindi, tutti come il Delfino cercando di imitarlo con quello che si sapeva fare. Poco o molto che fosse. La regola vale per tutti.

Nel Basket si deve correre , ma tutti lo devono fare e non solo il Cavallo. Tutti devono essere abili nelle conclusioni del “Contropiede”.

Così il “Jungle-Team” diventò una squadra migliorata seguendo l’esempio della Tigre. Tutti come la Tigre, sarebbe stato il motto per espanderlo verso gli altri talenti. Soprattutto , tutti come il Delfino per migliorare la propria capacità di gioco.

 L’EVOLUZIONE

Nessuno doveva rimanere nella “Gabbia” della propria specializzazione perché tutti dovevano saper fare tutto,  per il miglioramento generale.

Evolution

Leggendo la partita, e non solo la “difesa”, ci si rendeva conto che chi aveva più talento avrebbe fatto comunque un servizio diverso, per il bene della squadra. Ci penso io, avrebbe detto naturalmente o con l’aiuto del Coach. Nel gioco il valore della palla ha un sapore diverso nelle varie situazioni.

L’ultima azione per vincere la partita l’avrebbe guidata comunque il Delfino, il rimbalzo decisivo l’avrebbe preso  il Leone, il canestro da 3Pt l’avrebbe  fatto  la scimmia e l’attaccante migliore degli avversari ,per vincere la gara, sarebbe diventato la vittima della Tigre. In tutte le altre situazioni, tutti dovevano provare a fare tutto.

Un bel passo avanti rispetto la crescita esclusiva dentro la “gabbia” dei ruoli, giocando allo stesso modo per tutta la gara. Merito dell’Elefante che, con le sue antenne speciali, aveva intuito il progresso del basket.

Quando un giornalista del “Jungle-Gazette” chiese all’Elefante qual era stato l’episodio più importante per vincere il campionato,  gli rispose:

“Un caso imprevedibile. Nella vita vince l’imprevedibilità. E nel basket l’imprevedibilità è il suo sale. Non ci crederai se ti dico che  dobbiamo tutto ad un’entrata  in campo di uno…spettatore, proprio  durante il nostro primo allenamento”. 

La Filosofia e Le Metafore Del Coach

MI HANNO CHIAMATO, DOMANI ALLENO

zet2013

Filosofia? Una parola grossa. Vuol dire ricerca della verità. Riguardo il basket, semplicemente quello che si pensa come linea guida.

La mia filosofia di allenatore è tutta rinchiusa in questo articolo che ho pubblicato, proprio per descriverla. Sembra che nasca da una casualità, una storia nata per caso. Quasi una favola.

Arriva la telefonata che magari ci si aspetta di ricevere, ma nel mio caso pensavo di giocare ancora, perché il gioco rappresenta meglio la mia vita.

Se devo parlare di conoscenza e idee personali sulla pallacanestro , è meglio farlo subito entrando nel vivo della questione. Comandano le idee e la cultura. Sono i pensieri che occupano il proprio cervello quando si diventa Coach. Da quel momento, sono loro che diventano importanti, come i protagonisti del gioco.

“Il telefono squillò solo due volte, poi ascoltai la voce del Presidente. Correva l’anno 1972, si presentava l’occasione di allenare gli Juniores della Virtus Bologna.

In fondo, aspettavo questo momento, ero pronto. Vado in palestra con alcune idee, pensai. Mi guideranno fino a che qualcosa mi farà cambiare opinione.

Aforismi

Allenare è comunicare e proverò a farlo con un linguaggio che tutti possono comprendere, quello delle immagini e delle metafore.

Raccontare favole intorno alla tecnica del Basket si può , renderà il rapporto migliore e il messaggio sempre accessibile.

Non mi è mai piaciuta l’idea di chiudere i giocatori nella gabbia dei ruoli. Ognuno fa il suo compitino per un rendimento specialistico, un portare la propria acqua al pozzo grande della squadra. E’ il retaggio degli anni ’60, una filosofia dei Coach di quei tempi.

Ma i periodi storici cambiano e cambia tutto. Uscire dalla gabbia e migliorare tecnicamente si può, ma i giovani Coach devono scrollarsi di dosso la polvere dei tempi , niente specializzazioni perché tutti devono saper fare tutto.

La mia strada, il mio consiglio è rinchiuso nell’idea che tutti devono provare ad organizzare , secondo il loro talento, poco o molto che sia.

L’asse di gioco “play-pivot” si trasforma in una idea didattica , di crescita. Prima, tutti devono giocare come playmaker.

LE METE DEL GRUPPO

Comunicare

Se “oggi alleno”, devo mettere regole di convivenza, validi per ogni situazioni.

Devo educare, in campo e fuori. Soprattutto per il comportamento in panchina, durante il gioco, per quelli che sperano di entrare.

Non dimenticando quelli che escono. Spesso si comportano come teatranti.

Devo far sentire importanti i miei ragazzi, vestono una divisa che devono onorare.

IL GIOCO

1-La conquista

Come farli giocare sarà l’ostacolo più grande, non la routine settimanale.

Diventa un contorno al problema principale perché i fondamentali si devono fare, ma per migliorare il gioco. Non esistono i fondamentali fine a loro stessi.

Poi, i ragazzi devono essere organizzati. Giocare è come vivere, ci vogliono delle regole anche per comprendere il gioco.

Regole di spazio per non pestarsi i piedi, regole di movimento per creare disagio agli avversari, regole di gioco per vincere.

Leggere la difesa è fondamentale, così come leggere la partita, ma non solo.

Costringere la difesa a fare quello che vuole l’attacco è una meta da raggiungere.

Finta indiana.2

Ci vogliono le “finte” che fanno passare la difesa da protagonista a vittima.Sono fondamentali come gli altri perché bisogna essere pronti a fare quello che si finta.

Ecco alcune idee con le quali domani mi presenterò in palestra, ma devo avere pazienza.

Bisogna sviluppare l’idea del back-door, è il primo fondamentale senza palla per poter giocare. Tiro-rimbalzo devono farlo ogni giorno.

Sono la “soluzione finale” del gioco di squadra. Ci vorrà almeno un anno per farle digerire, anche perché la “corrente generale” sta andando verso il rifiuto del “rimbalzo d’attacco”.

E’ giusto seguire quello che fanno tutti? Rispondere a questo quesito mette in evidenza l’identità del Coach.

La mia? Andando contro corrente si può prendere il raffreddore, ma non succede scegliendo per il bene dei propri giocatori. Tiro-Rimbalzo, rappresentano l’essenza dell’attacco. Non solo il tiro. Il rimbalzo d’attacco, è un fondamentale? Metterlo a riposo in soffitta per seguire il concetto di statistica, mi trova contrario.

Nel basket ci sono idee “valide sempre”, quelle didattiche, che non possono essere discusse dal concetto di statistica. Il “rimbalzo d’attacco”, soprattutto dopo il proprio tiro,  appartiene a quest’ultime e non può essere messa nel dimenticatoio per seguire “quello che fanno tutti”.

Se si prende come scusa psicologica la “fiducia” di tiratore, si pensi anche alla pigrizia. Andare a rimbalzo, dopo il proprio tiro,  è servita al giovane per  costruirsi la fiducia come tiratore e non può avere improvvise controindicazioni legate alla indolenza, vincolata anche dal fatto che i grandi giocatori non  “seguono” mai il loro tiro.

IL FINTO ATTACCO

Lamberti Lampo

Contemporaneamente lavorerò sul “finto attacco” che è una caratteristica delle finte di cui sopra. Sarà la base del sistema di gioco.

Può essere individuale o collettivo, ma deve sempre essere credibile.

Tutto il progetto della pallacanestro può essere fatta col “finto attacco”. Collabora con l’abitudine della lettura difensiva per punire gli avversari. L’inganno è alla base dell’applicazione dei fondamentali.

Devo porre attenzione alle interpretazioni individuali perché i giocatori non sono tutti uguali.

Esprimono la loro personalità e quello che sentono dentro. E’ giusto lasciarglielo fare. La loro esecuzione può essere esclusivamente fisica, oppure legata rigorosamente alle regole, ma anche di reazione perchè alcuni comprenderanno subito le situazioni.

La comprensione ha un legame culturale con la conoscenza che li porterà ad un livello sempre più alto.

Idea Basket

La comprensione è “lo spirito del basket”.

Ho scelto di allenare per il loro futuro e devo essere coerente. Ho compreso che i ruoli sono una scelta possibile per il rendimento di squadra, ma limitante per il loro talento, poco o molto che sia.

Soprattutto, ma solo inizialmente, nessuno deve giocare Pivot, inteso come ruolo classico.

Invece bisogna sviluppare un solo ruolo, valido sempre, quindi anche per il futuro. Quello del playmaker. Vuol dire avere diversi compiti, oltre che organizzare leggendo la difesa.

Organizzare vuol dire pensare per i compagni e in un gioco di squadra deve essere una meta per tutti.

Non vuol dire che tutti possono diventare “Playmaker” con un test, sarebbe stupido pensarlo, ma miglioreranno per questo.

Poi non tutti i momenti della gara sono uguali. Alcune situazioni sono semplici e si può tentare l’esperimento. Importante non costringere a farlo.

Il gioco di squadra migliorerà perché tutti arriveranno a provare tutto e comprendere il gioco, ma soprattutto lo stesso avrà una consistenza vincente se si lavorerà molto sul fondamentale principe del basket. L’accoppiata Tiro-Rimbalzo, la soluzione finale.

L’altro fondamentale “valido sempre” ed indispensabile per il futuro del giocatore è la difesa. Essenziale anche per il futuro della squadra.

Passaggio raddoppio

Va da sé che vogliamo vincere e nulla ci fermerà se ne organizzeremo una efficace, per la capacità di mettere il “disagio tecnico” agli avversari. Dovrà essere accessibile alle capacità psicologiche, fisiche e tecniche dei ragazzi.

Nei campionati giovanili si gioca quasi sempre con la difesa aggressiva e con i raddoppi di marcatura.

Ecco un altro punto da risolvere subito, fin dal primo giorno che si gioca in allenamento. Fare un ottimo pressing per essere pronti ad attaccarlo.

“Sono pronto ad incominciare, domani arriva presto. Sono partito con alcune idee per non smarrirmi durante gli allenamenti , ma in verità occorre averne parecchie.

Soprattutto un “vademecum” che le tenga insieme. Una specie di Bibbia da tenere sotto braccio mentre si è in palestra.

Mi piacciono le definizioni per la loro essenzialità.

Libro-Basket-Zet

Ho trovato la “Bibbia delle Definizioni” nel cimitero dei libri di basket abbandonati. Me lo tengo stretto per consultarlo spesso. Scelgo quelle che mi guidano verso gli scopi che vogliamo raggiungere.

La prima che mi propongo di seguire è “Il basket è uno sport di squadra, dove però l’individualità va migliorata continuamente per rendere più efficace lo stesso rendimento ”.

Questa meta è difficilissima da raggiungere perché l’equilibrio umano ha un nemico molto pericoloso da combattere con consapevolezza. Vive ed occupa tutta la casa del giocatore e si chiama egoismo.

Mi sono accorto che il “vademecum” è un libro “aperto” , nel senso che si possono aggiungere le “definizioni” che noi stessi scopriamo.

“Il basket si avvale delle statistiche , ma le idee non si possono valutare in questo modo. Come già detto, ci sono idee valide sempre che vanno oltre le statistiche. Tiro-Rimbalzo è una di queste, anche se le statistiche dicono che il rimbalzo d’attacco sta scomparendo”.

LA DIFESA A ZONA

Alto-Basso contro zona

Fortunatamente la tecnica del Basket ha una medicina che aiuta a guarire, solo se si comprende come usarla.

E’ una difesa collettiva politicamente maltrattata, ma di grande efficacia in certi momenti evolutivi.

E’ la zona, la difesa di squadra per eccellenza. Attaccandola si apprende l’importanza del gioco di squadra.

Chi pensa di giocare da solo, gli allenatori che organizzano il “corri e tira”, infrangono i loro tristi sogni contro la zona.

Difficile da costruire perché bisogna prima conoscere quella individuale, ostica da attaccare perché lo si può fare solo con tutta la squadra che gioca intorno ad un’idea leader.

Ho fatto il riassunto delle mie idee. Ora mi sento meglio e pronto per rispondere alla chiamata di domani. Sarà bello cominciare una nuova vita di palestra con molte idee in tasca, non una sola.

Il basket è fatto di attacco e difesa, con un gioco da interpretare , sostenuto dai fondamentali, ma per giocarlo occorre conoscere il suo spirito, ovvero la comprensione.

La Goccia e Il Sasso

Rubinetto
“Siamo convinti che facendo cadere con continuità la stessa goccia sul sasso nasca il fiore del basket”

La provenienza della goccia può avere alcune origini, non c’è solo l’acqua dei soliti annaffiatori, ma anche quella che viene dal cielo.

Non si può prescindere dalla natura. Il fiore del basket può nascere anche senza la presenza dell’annaffiatore.

Se si annaffia la pianta, la qualità della goccia è decisamente importante, non può essere una qualsiasi, perchè il fiore che nasce deve saper sopravvivere nella giungla della natura.

Soprattutto, deve imparare a farlo da solo, arrangiarsi per sopravvivere, usando la sua forza vitale, quella fornita dalla stessa natura che ha uno scopo principale.

Conservare e migliorare  i suoi prodotti. Vuole perciò la volontà del fiore e per renderlo sempre più bello controlla le sue radici.

Il fiore nella roccia

Non vanno bene tutte le gocce, soprattutto quelle offerte dal fiore di un altro sasso.

Devono essere adatte, specifiche per la pianta, per essere assimilate dalle proprie caratteristiche , nate naturalmente , ma cresciute faticosamente perchè il terreno non è sempre fertile e l’ambiente problematico.

Non c’è in natura un sasso uguale all’altro e il frutto della goccia esprime un fiore particolare.

Fiore del Basket

Le caratteristiche che lo elevano sono espresse dai suoi petali e dal colore che appare.

Sono gli indicatori precisi di riferimento per chi fa cadere la goccia.

Casa del basket.1

Va da sè che anche la goccia ha uno scopo.

Deve nutrire e migliorare i colori per abbellire il fiore. I suoi ingredienti devono stimolare le radici per dare una struttura resistente e valida per il suo futuro.

La natura stabilisce che il fiore , prima che sbocci, non abbia petali. Sarà la goccia che li farà dischiudere, poi li aiuterà  a crescere.

Dovrà avere la particolarità, la forza nutritiva per coprire, soddisfare tutti i bisogni, sia del presente che futuro  del fiore.

Una responsabilità importantissima perchè lo scopo principale del fiore è quello di utilizzare il proprio sasso per costruire la “casa” del basket.

La goccia e il Sasso.1

La sua caratteristica? Non può essere uguale alle altre, ma giocare dentro lo stesso “gioco” della vita con la propria identità!!!.

Questa affermazione deve far pensare perchè la natura le ha dato tutto per poterlo fare, secondo le caratteristiche dei suoi petali, la bellezza dei colori e la forza delle sue radici.

Così i “sassi” che costruiscono la casa del basket sono unità fondamentali che possono essere utilizzati in un solo modo.

Quello adatto alla crescita della casa.

Le Scelte Dell’Istruttore e Quelle Del Coach

Istruttore.1

“Istruttore” e “Coach”, a nostro avviso, sono due tipologie di allenatori che hanno mete e metodologie diverse. Non può essere diversamente.

Il primo mette tutto il suo sapere per allenare il “futuro-tecnico” dell’allievo, l’altro deve saper gestire la vita sportiva di un gruppo, sfruttando al massimo le capacità dei singoli.

Entrambe le tipologie hanno in comune solo il fatto che devono utilizzare la “comunicazione” per raggiungere i loro scopi e devono fare “scelte” precise per riuscire nell’intento.

L’istruttore si può trovare nella situazione di “innovatore”, correggendo abitudini del passato poco valide.

Coach.1
Il Coach amplia la sua gestione mettendo regole non solo tecniche, si interessa della preparazione fisica e quant’altro, ma tecnicamente deve sfruttare assolutamente le capacità dei singoli.

Non è escluso che anch’egli si renda conto di poter percorrere una strada tecnica “innovativa” per la “chimica” di talenti che si ritrova nella squadra.

La caratteristica principale di entrambi è la “coerenza” verso la diversa missione.

Incoerente è pertanto l’istruttore che allena i giovani pensando, preparandosi al grande e differente salto, per diventare Coach.

IL FUTURO TECNICO E’ UNA SCELTA

Per futuro-tecnico s’intende la possibilità di giocare a basket, secondo le proprie capacità , ma in ogni parte del campo, leggendo la difesa e senza i limiti che certi ruoli impongono.

L’istruttore sceglie, in questo caso, di seguire la regola che sottolinea “tutti devono saper fare tutto”, secondo le proprie capacità.

Va da sé che, bandendo le specializzazioni, tutti devono provare l’organizzazione che di solito fa solo il playmaker.

Competizione.9

Solo dopo i primi anni “Under”, tutti devono provare il gioco “spalle-a-canestro”, ricevendo palla da un compagno.

L’istruttore, che lavora per il futuro dei giovani , mette tutti in condizione di organizzare, tirare e andare a rimbalzo. Catturando il rimbalzo d’attacco tutti devono essere in grado di usare il corpo per proteggere la palla e tirare “spalle-a-canestro

Certamente, i fondamentali sono tutti importanti, ma non come il tiro-rimbalzo. Il futuro è aperto per chi si abitua a tirare e andare a rimbalzo perché è la strada per migliorare la fiducia nello stesso tiro.

Il ruolo, nelle prime fasce “Under”, determina una specializzazione precoce , ma solo quello del playmaker è valido sempre, mentre quello del pivot, appreso troppo presto, limita il futuro tecnico del ragazzo.

Il “ruolo” del playmaker, interpreta il basket correttamente e per sempre. Il motivo? E’ destinato a risolvere i problemi di comprensione del gioco ed organizzazione dello stesso, leggendo la difesa.

L’istruttore per preparare il futuro ai suoi ragazzi, oltre al lavoro sui fondamentali , deve dare la possibilità di gestire l’organizzazione del gioco.

Allargherà così la loro conoscenza per una migliore comprensione del gioco. In caso contrario, il futuro sicuro e “per sempre”, apparterrà al solo playmaker.

L’AUTONOMIA E’ UNA SCELTA

Genitori Regole

Da un mito religioso: “Con la creta un Dio modellò con cura l’uomo, ma quando un altro Dio gli inserì lo spirito, la sua personalità, l’uomo disse al primo Dio: non ti appartengo!!!”

Ognuno può dare il significato personale che vuole alla metafora.

Personalmente , ho pensato subito che, il mito di cui sopra, ha un senso preciso se rivolto a genitori ed allenatori (ogni tipo).

I genitori hanno il dono di essere creatori dei propri figli , ma una volta cresciuti, dal pdv psicologico, vanno per la loro strada. Devono andarci, guai se rimanessero.

In attesa della crescita, gli stessi genitori devono operare assolutamente per una educazione che favorisca l’autonomia dei propri figli.

Devono insegnare valori, capacità di affrontare la vita da soli, non difenderli di fronte ad ogni ostacolo perché invasi da un senso di colpa per la loro assenza educativa. Insegnare valori è un pensiero che ascoltiamo ogni giorno, ma ne abbiamo la consapevolezza?

Eccellente la metafora dell’arco e delle frecce di Gibran Kahlil Gibran, che sicuramente tutti conoscono. La stessa cosa succede nel Basket. Gli allenatori rappresentano l’arco mentre le “frecce” volano verso il loro futuro.

Gli allenatori aiutano ad apprendere il gioco, ma tutto ha un senso e la loro opera è valida se indirizzano gli allievi verso l’autonomia che comincia con l’auto-allenamento. Non possono avere un problema di utilità personale. Se si allenano da soli, non serviamo a nulla, dicono inconsapevolmente.

I giocatori, potranno  cosi affrontare il futuro dove l’apprendimento è fatto per imitazione. Al campetto da soli a ripetere quello fatto insieme all’istruttore in palestra, per averne la consapevolezza.

Andranno per la loro strada senza appartenere tecnicamente a nessuno, ma ricorderanno sempre chi li ha aiutati veramente.

Kresimir-Wells-Driscoll

Una volta appreso lo “spirito” del basket, apparterranno solo a loro stessi e al basket. Le scelte tecniche che faranno mentre giocheranno dipenderanno dalla loro autonomia raggiunta.

Nessun legame e nessuna dipendenza tecnica da l’allenatore, perché il giocatore deve imparare ad arrangiarsi, una strada da percorrere da soli, quella appresa dallo stesso “maestro” che li ha aiutati.

Ricordo sempre quello che diceva Kresimir Cosic col suo linguaggio colorito: “Giocatore di Basket, allenatore dipendente, tristo che puzza!!!”

L’ISTRUTTORE DEI GIOVANI

Istruttore

Autonomia. Per arrivare a raggiungere questo scopo l’allenatore deve fare delle scelte.

Innanzitutto, decidere di allenare per il futuro del ragazzo, rendendosi conto quali scelte può fare nel presente.

Vada sé che si devono prendere le distanze, decidere di non allenare come fanno i Coach professionisti che hanno scopi differenti, da raggiungere subito, in fretta. Non c’è nulla da copiare da loro.

Avere Talento

L’allenatore (di ogni tipo) quindi sceglie, non crea nulla l’allenatore. Una persona intelligente prende le distanza da questi pregiudizi, sui quali invece “ci marciano sopra” i giornalisti , quando vogliono elogiare un tecnico.

Ripetiamo per confermare. L’allenatore “istruttore”, non crea, ma fa delle scelte che riguardano i giocatori, individualmente, e lo fa per il loro futuro.

IL FUTURO E IL PRESENTE

Che fare coi giovani, adesso e per il loro futuro? Si comincia a camminare sulla strada giusta se non si “ingabbiano” i giocatori dentro i ruoli.

Tutti devono provare a fare tutto , con quello che sanno fare , poco o molto che sia.

E’ l’unico modo per migliorare, con l’esercizio consapevole dei fondamentali. Vuol dire conoscere il motivo della loro efficacia, provando anche a ripeterli da soli al campetto. Della serie, io-la palla-il canestro.

Idea Basket

Se l’istruttore ci crede , sceglie poi, coerentemente , le soluzioni per tutta la squadra. Deve farla giocare in un modo da esaltare le loro caratteristiche psicologiche ,fisiche e tecniche, facendole migliorare al massimo.

Nessuno in un ruolo fisso. Questa strada è rappresentata dalla scelta di non “ingabbiare” .

Attenzione, perché “ingabbiamento” si realizza ogni volta che si sceglie un sistema di gioco copiato da altri. Qual è il sistema di gioco più usato dagli allenatori delle giovanili?

LA GRANDE META E’ UNA SCELTA

Conosci la strada? È quello che chiediamo agli istruttori. Viene da una grande progetto, quello usato normalmente nel minibasket perché, almeno in questo periodo, non si ingabbiano i bambini dentro i ruoli.

Comprensione Gioco

Tutti fanno “tutto” a prescindere dall’altezza. La stessa strada ha bisogno di essere percorsa anche per tutto il periodo Under. Una grande meta.

Semplice? Non proprio, perché bisogna fare scelte giuste. Chi pensa che il compito dell’istruttore sia difficile…conosce il problema. Si deve pensare che l’altezza non è una caratteristica su cui basare le scelte per il futuro di un ragazzo, la “Giraffa” non può’ giocare a basket.

La prima scelta? Nessuno gioca pivot, perché tutti devono provare l’esperienza dell’organizzazione.

Di conseguenza, ci sono giocatori da migliorare coi fondamentali e un “sistema di gioco” da “inventare” e realizzare come punto di riferimento delle individualità. Diventano come due strade che partono parallelamente, per poi soprapporsi, per vincere.

E’ vietato non considerare il verbo dell’agonismo, niente ipocrisie. Si gioca sempre per vincere e si raggiunge la vittoria anche allenando per il futuro dei giovani, trovando però il sistema di gioco adatto.

Non può essere quello, lo stesso, usato coi “ruoli”.

Nicolic Petrovic

Si vince e ci si riesce se il Coach lavorerà con coerenza con le sue idee, aspettando con pazienza i miglioramenti individuali, da cui dipendono quelli della squadra.

Per la scelta dell’attacco, tutti i ragazzi che , a causa dell’altezza avrebbero giocato in pivot, giocano come esterni. Cominciando come “Ali”, quindi provando il ruolo del Playmaker.

Alla fine ci saranno più vittorie, provare per credere. Più vittorie con giocatori… tutti migliorati. Contrariamente al perfezionamento di uno solo, il PlaymakerE’ l’unico che trae vantaggi individuali… per sempre.

Per sempre ha un significato preciso. Infatti, tutti gli altri migliorano solo temporaneamente, perché è il risultato della specializzazione.

IL SISTEMA DI GIOCO E’ UNA SCELTA

Basketball Coach.1

Ripetiamo e sottolineiamo che il sistema non può essere uguale a nessun tipo visto in giro, perché fatto solitamente coi “ruoli”.

Come già detto, i ruoli comportano una specializzazione , mentre di speciale c’è il giocatore che giocherà in tutti i ruoli. Capace di fare tutto, secondo il proprio talento.

Significa semplicemente che , allenare nella fascia “Under” è un fatto, nei “Senior” è un altro.

La vittoria di squadra, a livello giovanile, non stabilisce per forza che la scelta per la crescita individuale sia giusta. Se si usano i ruoli uno solo tipo di giocatore andrà sempre bene. Il playmaker.

TUTTI GIOCANO PLAYMAKER, E’ UNA GRANDE SCELTA

Magic Playmaker

Non pensate mai che si cerchi di “creare” un genio contro natura, usando una esercitazione. Stiamo cercando una strada per migliorare la conoscenza dei giocatori con la comprensione del gioco. Provare per credere.

Nel sistema di gioco scelto dall’istruttore, bisogna pensare di cominciare a dare lo scettro dell’organizzazione a tutti, nelle situazioni facilitate, perché solitamente “organizzate”.

Stiamo parlando delle le “rimesse della palla in campo” dove la difesa si trova in sovrannumero, con l’idea di rubare palla. Ci riferiamo a tutte le rimesse contro ogni tipo di pressing.

L’organizzazione del “Playmaker Apprendista” passa dall’idea di andare in “mezzo” alla “ragnatela dei passaggi”, che si fa di solito senza l’uso dei palleggio. Si chiede al ragazzo di fare come il “ragno”.

Chi ha paura dell’organizzazione non va mai in mezzo, mentre l’istruttore invita i suoi ragazzi di provare la “sensazione”, sia nel fare la rimessa che nell’andare il mezzo alla “ragnatela dei passaggi”. Poiché non si deve obbligare nessuno, pensate che ci andranno subito, spontaneamente? Scordatevelo. Va da sè che , nel momento che un ragazzo si presenta come “ragno”, farà anche la “rimessa”. Per l’istruttore sarà un grande segnale.

Difesa sul playmaker

L’istruttore deve poi risolvere il problema dell’1c1 in palleggio. Tutto campo e nella sola metà campo.

Fondamentali? Ma quali prendiamo dal mare delle idee. C’è un modo nel basket per sviluppare la “semplicità” che procuri una grande difficoltà alla difesa. Giocare 1c1 col palleggio “protetto” usando i “cambi di velocità” e i “cambi di senso”, lasciando da parte, per il momento, i cambi di mano.

Buon lavoro.