Kresimir Cosic, Il Leader

Kresimir Cosic, il Leader
Ogni volta che parliamo delle problematiche di una squadra, prima o poi , il discorso cade sul “leader”, sul suo ruolo, la sua importanza e le caratteristiche che deve avere.

Tutti sanno, e gli allenatori in particolare, che avere un leader all’interno della squadra può essere fondamentale per una migliore gestione del gruppo stesso (da parte del coach) e per l’attuazione delle proprie idee tecniche e tattiche, ma anche disciplinari e comportamentali.

Cosic-Villalta-Generali

Agli inizi degli anni ottanta la Virtus Sinudyne Bologna aveva un grande leader, purtroppo non riconosciuto dalla squadra, dai suoi compagni, ma in verità un vero collaboratore dell’allenatore, che si assumeva in campo, durante la gara, la responsabilità tecnica ogni qualvolta ce n’era bisogno.

Stiamo parlando di Kresimir Kosic, uno straordinario uomo e fantastico giocatore , la cui grandezza non è stata mai oscurata da nessun altro giocatore straniero venuto dopo.

A mio avviso , naturalmente…ma anche perché non bisogna dimenticare che tutta una squadra ha vinto due scudetti consecutive, solo grazie a lui, gli allenatori sono diventati “coaches intelligenti”.

Perché non era riconosciuto dai compagni in questo ruolo? Per il suo modo di vivere fuori dal basket e durante gli allenamenti settimanali. Anche questa è solo la mia opinione.

Cosic-Villalta-Jim

Le cose andavano in questo modo. Poiché si allenava molto da solo, sempre di mattino, non dava mai il massimo durante gli allenamenti serali , insieme a tutta la squadra.

Per mancanza di energie psico-fisiche e non per snobismo, naturalmente, avendone gia spese un po’.
Inoltre era un Vescovo Mormone ed aveva impegni religiosi e poco tempo da dedicare ai compagni, come fanno di solito i leader riconosciuti.

Aveva però una grande conoscenza del basket, un vero allenatore in campo e gestiva tecnicamente i compagni con grande sapienza.

Cosic.1

Deliziosamente ironico, voleva bene ai suoi compagni dei quali parlava sempre in modo positivo, anche se li prendeva scherzosamente “in giro”. L’insieme di queste cose disturbavano un po’ i compagni anche perché nelle prime partite del campionato non era mai in grado di giocare come sapeva.

Era però sempre in gran forma alla fine, durante i play-offs. E questo ci faceva vincere il campionato. Mica male, vero? E’ successo nel 1979-80 e 1980-81.

Ancora una sola cosa a riguardo. Devo anche dire che, se non correva un buon feeling coi compagni, un po’ di colpa è da attribuire anche agli allenatori che non erano riusciti a mediare questo personaggio col resto della squadra. Il motivo? Sicuramente abbiamo imparato un po’ tardi a capirlo e a stabilire che era veramente un grande.

Per una squadra possedere un leader, dal quale farsi guidare soprattutto nei momenti di grande difficoltà, è di vitale importanza per arrivare ad ottenere i risultati che la stessa società sportiva desidera raggiungere. Il leader è colui che fa risaltare le potenzialità dei singoli, il fulcro intorno al quale si fonde il gioco e lo spirito di un gruppo, molto importante per il raggiungimento dei traguardi sportivi.

Passaggio K.Cosic

Kresimir Cosic aveva in mano tutto l’attacco di squadra, il primo passaggio era sempre per lui ,e questo lo avevamo stabilito noi allenatori. Era considerato dal coach il vero playmaker della squadra. La sua caratteristica principale?

L’imprevedibilità del passaggio, ma sapeva fare tutto. Con il possesso di palla era in grado di distribuire passaggi a tutti , perché era pericoloso nel tiro, ma soprattutto era eccezionale nella ricerca del compagno più in forma in quel momento.

Quando lo aveva scelto si concentrava solo su di lui facendolo rendere al massimo. Quanti giocatori sono in grado di fare la stessa cosa? In una partita col Partizan di Belgrado (1980) fece realizzare 25Pt. in un solo tempo a Jim McMillian perché aveva stabilito che era il terminale dell’attacco più sicuro in quella gara. Finchè Jim realizzava nessun altro riceveva la palla per un tiro, anche se erano liberi.

Kresimir-Wells-Driscoll

Chi è mai stato in grado di ragionare in questo modo?Il giocatore che maggiormente è migliorato durante il suo periodo a Bologna? Sicuramente Renato Villalta, un esecutore micidiale per realizzare canestri sui suoi passaggi.

Le persone che hanno giocato ad un certo livello sanno che non tutti possiedono la stessa dote di carisma. Vi sono quelli che restano defilati, altri che amano farsi guidare, altri ancora capaci soprattutto di trascinare. In che modo?

La leadership è una componente dinamica che integra molti altri elementi, in particolare la personalità e l’ascendente sui compagni. E i leader, solitamente , vengono vissuti dai compagni come figura capaci nel condurre le squadre verso il successo.

Nicoli Cosic

A Kresimir Cosic non interessava la classifica dei marcatori, ma risolvere le situazioni “topiche” della gara, che non erano sempre le stesse. A volte bisognava realizzare un canestro per la vittoria, altre quello dell’aggancio, altre ancora quello che distruggeva completamente le speranze avversarie di rimonta.

Solo da lui abbiamo sentito pensieri riferiti alla cattura di rimbalzi in un momento topico per vincere una gara, solo lui era in grado di creare situazioni con continuità e, quando voleva, fare passaggi vincenti (decisivi) per i compagni e per la squadra. E la difesa?

Era un grande “intimidatore”, grazie al suo tempismo nel salto. Per questo, la sua difesa preferita era la “3-2” con lui stesso in punta. I compagni dovevano fare il tagliafuori per lasciare a lui la cattura del rimbalzo nella zona centrale e l’esecuzione del passaggio d’uscita per il contropiede.

Sapeva poi leggere qualsiasi situazione tattica che l’avversario presentava e, soprattutto, come risolverle. Non aveva bisogno di guardare l’allenatore per avere suggerimenti. In campo, il coach era lui.

I leaders sanno creare buoni rapporti coi compagni e l’allenatore. Il leader “riconosciuto” deve avere una personalità particolare, un ottimo livello di autostima, essere consapevole del proprio lavoro, avere la capacità di guidare in campo la propria squadra, senza essere egoista e mettersi a disposizione del gruppo. L’intelligenza e sensibilità sono le sue doti principali. In altre parole, deve avere una grande intelligenza emotiva.

Il leader che aveva queste capacità di essere accettato e riconosciuto dai compagni come tale era Massimo Masini, che ho conosciuto personalmente quando allenavo il Fernet Tonic. Un grande giocatore che giocava con “le statistiche in tasca” , tirando a canestro senza forzature, ma con grandi percentuali. Era amato dai compagni coi quali si ritrovava spesso fuori dal basket ed aveva uno stupendo rapporto anche col coach.

Cosic coach

Ritornando a Cosic, voglio ricordare che non aveva questo rapporto coi compagni fuori dal campo, ma apprezzavo la prontezza nel difenderli dal “mobbing” dei cattivi tifosi, fatto anche dai giornalisti e da certi dirigenti. In che modo interveniva verso quest’ultimi?

Quando volevano punire i suoi compagni che commettevano errori comportamentali o per mancanza di rendimento aveva sempre una buona parola per loro, facendo aumentare nei dirigenti il loro livello di pazienza e tolleranza.

Bisogna distinguere tra leader positivo e negativo. La differenza?

Quando il leader è positivo , nel senso che sposa la linea scelta dall’allenatore, diventa un supporto per la gestione tecnica del gruppo smussandone gli angoli di contrasto, rendendo la vita del coach più facile e migliorando il rapporto di creatività della squadra e convivenza dei compagni.

Quando invece il leader è negativo e assurge al ruolo di primadonna, non dando mai l’esempio in ogni circostanza.

Viene usato dal gruppo nel tentativo di ottenere delle riduzioni del lavoro da svolgere, per evitare un supplemento di lavoro, un ritiro oppure un’amichevole ingombrante. In questo caso, se la società non forma un unico blocco con la conduzione tecnica (coach) , questi si troverà spesso a lavorare in contrasto con la squadra come tra “l’incudine ed il martello”.

Quando invece la società è forte ed ha un unico interlocutore tra proprietà ed il tecnico, allora il discorso cambia. Quando si verifica questa coesione, il leader negativo sa di non trovare alleati, quindi sposa meglio la linea comune imposta dalla società e il tecnico . E’ l’unico modo affinché diventi utile nell’economia del gruppo e non tenti di scavalcare il tecnico.

Romeo Sacchetti e Il Gioco Non Convenzionale

 

Romeo Sacchetti

Quando si rischia con il gioco non convenzionale, può andar bene o male. Scontato.

Se però con l’immaginazione il Coach ha pensato a come “smussare” tutti gli angoli possibili , ecco che il sole farà brillare la sua casa con la vittoria.

In fondo, basta chiudere gli occhi e vedere i giocatori che si muovono sul campo, non l’avete mai fatto? E’ un dono che solo il Coach illuminato possiede.

Era la prerogativa di Annibale Barca, il più grande Coach della storia perché ha vinto contro i Romani per 14 anni, giocando in trasferta. Non poteva combattere in modo convenzionale.

Quando tutti fanno la stessa cosa la vittoria avviene in modo casuale, oppure per merito dell’eroe di turno che si mette in evidenza in modo particolare.

L’eroe può essere quindi il singolo giocatore che gioca in modo “non convenzionale”. Tutti i grandi campioni lo hanno sempre fatto. Ricordate il grande Kresimir Cosic? Sopra il basket appreso da giovane ne aveva costruito un altro, personale , giocando in modo imprevedibile perchè non convenzionale.

Non gli bastavano le sue capacità mentali, fisiche e tecniche di primissima qualità. Ogni sua risoluzione cestistica era fuori dalla norma. Appunto.

COME GIOCA LA MIA SQUADRA?

Sacchetti Dinamo Sassari

Partiamo dall’idea del significato di “Gioco”, ovvero una espressione del basket realizzato secondo le caratteristiche psicologiche , fisiche e tecniche dei propri giocatori.

Questa definizione da per scontato che i giocatori non siano nella fascia del mini-basket, neppure dentro quella Under dove il gioco è , di solito, prettamente didattico.

I giocatori “senior”, invece ,manifestano le loro caratteristiche a un livello superiore , dove si gioca per vincere. Mi direte che si cerca sempre di vincere anche nelle fasi di crescita tecnica, ma un conto farlo nella fascia Under e un altro in Serie A.

Se si vuole vincere al livello Senior , quello relativo alla propria competenza, giocando quindi contro avversari di pari capacità, non si può essere convenzionali.

Cosa vuol dire? Semplicemente non si può giocare allo stesso modo, quello fatto da tutti, senza sorprese tecniche.

Sacchetti.3

Sicuramente è più facile essere “non convenzionale” individualmente, come Cosic per esempio, piuttosto che sia una squadra ad esprimere questa capacità vincente. Siete d’accordo?

Questo per sottolineare l’impresa di Meo Sacchetti che ha pensato come faceva abitualmente Annibale Barca.

Quando si compiono queste imprese e si prende la consapevolezza di quanto si è “creato”, si è tentati di farlo sempre.

La mia modesta opinione? E’ quasi impossibile ripetersi in quel modo perché alla base di tutto c’è stata la scelta degli “uomini” e della loro disponibilità.

CONVENZIONALITÀ O IMPREVEDIBILITÀ?

Sacchetti.6

Per intenderci, il gioco proposto da Romeo Sacchetti, Coach Dinamo Sassari, vincente contemporaneamente su tre livelli nello stesso anno, non è stato per nulla convenzionale rispetto le altre squadre d’Italia. Una vera sorpresa per tutti, la chiave di volta per la vittoria .

La scelta dei giocatori è stata coerente con lo scopo da raggiungere. Smussare gli angoli vuol dire soprattutto questo. Ci vuole anche un pizzico di fortuna nella scelta.

Ancora una volta sottolineiamo che se si vuole vincere non si può essere convenzionali. E’ la regola che sta dietro a tutti i successi, in tutti i campi sportivi.

Nel basket, sport tattico per definizione , succede più di frequente. L’esempio della Dinamo Sassari è uno dei tanti.

Un sistema di gioco basato sulla velocità offensiva e difensiva con uno sfruttamento speciale del tiro. Un’idea di gioco mai usata prima, e sfruttata per tutta la gara.

Sacchetti.5

L’aspetto non convenzionale può essere riferito a tutto il basket, dai fondamentali individuali all’attacco schematico, senza dimenticare la difesa.

Come detto, gli stessi protagonisti possono giocare individualmente un basket non convenzionale. In questo momento mi viene in mente Marco Pozzecco, il mio Playmaker preferito.

Va da sé che il “non convenzionale” raccoglie i frutti di solito attribuiti alla “imprevedibilità” che è il “Sale del Basket”.

COPIARE NON SI PUO’

L’abitudine al gioco normale , a cui tutti si attengono, si trova in una situazione di grande disagio tecnico contro la sorpresa e occorre tempo per cambiare le proprie abitudine e predisporsi per contrastare il disagio.

La vittoria degli altri è dispensatrice di molte attenzioni. Cosa voglio dire? Quando un gioco “non convenzionale” vince, subito è copiato da tutti, anche se le caratteristiche dei giocatori non possono essere le stesse, uguali a quelle che hanno fatto vincere.

Questo atteggiamento è utile solo per trovare le contromisure. Il basket è uno sport di reazione e la soluzione per contrastare si realizza dopo un certo periodo di tempo. Il tempo per cambiare le abitudini.

Difendersi, reagire è possibile ma copiare il modulo Romeo Sacchetti non si può.

LA PARTITA A SCACCHI

Una definizione azzeccata del Basket afferma che trattasi quasi sempre di una partita a scacchi giocata a livello dei fondamentali individuali e di squadra.

Dan Peterson

Quando Dan Peterson venne in Italia, nel lontano 1973, si accorse subito che in serie “A” nessuno usava la Zone-Press e lui aveva gli uomini per realizzarla.

Il gioco convenzionale di tutte le squadre subì uno scossone, ovvero un disagio tecnico, che durò almeno un mese con vittorie strepitose.

Col disagio tecnico “assorbito”, annullato attraverso l’allenamento specifico, anche Dan si convinse a giocare senza scacchiera.

Quando tutti giocano in modo convenzionale può instaurarsi la supremazia delle squadre meglio dotate di talenti che sguazzano nel mare della loro superiorità.

Il basket offre però , la possibilità di sovvertire la dittatura Fisico-Tecnico precostituita.

Basta telefonare a Romeo Sacchetti, novello Annibale, per suggerimenti non convenzionali.

Anni ’60, I Protagonisti. Terry Driscoll

 

Driscoll Terza fase

E’ stato, sicuramente, l’atleta di Boston più amato dai bolognesi di una sola sponda.

Nel cuore dell’altra c’era Gary Baron Schull. Due guerrieri del parquet.

Ha portato fortuna alla Virtus e gioia ai suoi tifosi. Stupendo giocatore ed allenatore illuminato, ma soprattutto un grande uomo.

Chi lo ricorda nei duelli sotto le plance? Combattente eccelso , sfortunato la prima volta, ma vincente la seconda come giocatore.

Indimenticabile poi come allenatore. Meritava una statua in piazza Azzarita, insieme a Gary Baron Schull, per far contenti tutti. Che ne dite?

Davanti al PalaDozza dovrebbero esserci anche loro, per non dimenticare le lotte dentro l’arena.

Quando qualcuno stava per realizzare l’opera dei “gemelli gladiatori”, una folla insorse per aggiungerne un altro.

Lasciamo stare , pensò allora il Fato, stiamo diventando in troppi …

PRIMA FASE

Driscoll Cosmelli

Nel campionato 1969-70, arriva Terry Driscoll a Bologna per far sognare la Virtus di Porelli.

Chi era l’allenatore? Nello Paratore, strappato alla nazionale, per far vincere la grande Virtus.

L’unico in grado di gestire Dado Lombardi, già suo allievo in nazionale e sicuramente il più amato dal pubblico bolognese … fino a quel momento.

Arriva L’americano di Boston. Un’attesa incredibile, fuori dalla normalità, e gli eventi si respiravano a polmoni pieni.

Driscoll Boston

E’ un tipo alla George Peppard, diceva Massimo Cosmelli.

Sempre sorridente, colto e intelligente, capace in due mesi di parlare anche il dialetto bolognese, ma soprattutto magico con quelle due mani più grandi dell’aeroporto di Borgo Panigale.

Anche i piedi erano enormi, ma con le mani poteva schiacciare con due palloni, che infilava uno dopo l’altro, naturalmente.

Coi piedi? Poteva fare lo sci acquatico senza gli attrezzi. Mi ripeto , ma mi piace sottolinearlo. Era il re dell’area, rimbalzista principe nell’arena dei gladiatori, con un buon tiro dalla media … che seguiva sempre a rimbalzo.

Si era creata così la sua mentalità da rimbalzista che realizzava anche quando tiravano i compagni. Un’abitudine vincente, proprio perché rara.

Driscoll e la stampa

Che diceva la stampa? Era tutta per lui. Incorniciato nella presentazione con belle parole, come in una locandina di un film.

Terry aveva il fisico e l’alone dell’attore principale.

Allora anche George Peppard era giovane…

ESTATE I969, Così Si Diceva…

Driscoll Boston Terry

“Questo è Terry Driscoll, il nuovo yankee della Virtus, certamente uno dei più forti stranieri del prossimo campionato.

Le sue quotazioni negli USA erano veramente eccezionali: nell’ultima stagione è stato il quinto rimbalzista d’America (17,8 rimbalzi per partita).

Ha ottenuto una media di 23,3 punti, risultando uno dei migliori dilettanti dell’anno, tanto da venire designato come prima scelta dai Detroit Pistons”.

META’ CAMPO TUTTA PER LUI

Driscoll 1970

Per Nello Paratore, il migliore doveva far sentire il peso delle sue capacità battendo direttamente l’avversario, quindi “isolamento” per l’1c1.

Sicuramente, dal pdv tecnico Terry era un grandissimo rimbalzista, ma con un ottimo tiro dalla media.

Paratore gli diede in mano la squadra e la possibilità di gestire la prestazione.

Metà campo per il suo 1c1 che sfoggiava con eleganza. Un grande esecutore di “Tiro-Rimbalzo”.

Non ho più visto giocatori con queste capacità. Sono spariti nel tempo. Molto strano, essendo l’arma vincente del basket.

Sembrava che la Virtus non avesse avversari, ma contro “All’Onestà” di Milano si infortunò “Terry-il-Bostoniano” e fini il sogno.

SECONDA FASE, “Il Ritorno Di Terry”

Driscoll e Roche

Ritorna nell’era di Dan Peterson, insieme a Roche. Nel 1976 vince il titolo come giocatore.

Tornare dopo 7 anni e vedere che tutto era cambiato.

Mutazione cestistica, tutto diverso, e anche lui non dominava come la prima volta.

Da realizzatore della prima fase a uomo di squadra nella seconda. Ma leader, sempre riconosciuto da tutti, leader insieme a John Roche.

Driscoll tre fasi gioco L

Nessun gioco per lui che, comunque, realizzava 20Pt. , utilizzando il rimbalzo d’attacco, correggendo spesso i tiri dei compagni. Aveva l’asso nella manica, il gioco “L”.

I giochi erano per John Roche capace di realizzare 20Pt. consecutivi in 10 azioni. Tirava da 3Pt., quando in Italia non esisteva ancora.

Per la prima volta in Italia il “Pick-and-Roll” tra due specialisti, Roche-Driscoll. Fatto ogni volta che qualsiasi gioco si fosse bloccato. Una “continuità” vincente.

Descrizione del Diag. Il “Pick-and-Roll” laterale, poteva essere usato anche come “Finto attacco”. In questo modo, sul lato debole la difesa non era in grado di aiutare, perché la “finta” era sempre credibile.

Infatti, per dare credibilità al gioco, ogni tanto si giocava sul lato debole. Dopo il blocco cieco di (4) , la guardia (2) sfruttava anche quello di (3).

Blocco

Naturalmente in quel periodo storico il Pick-and-Roll era usato anche nella NBA, dove i più bravi erano Stockton e Malone quando giocavano insieme nello Utah Jazz.

John Roche e Driscoll erano la bella copia dei due professionisti dello Utah Jazz.

TERZA FASE, Terry “Coach”

Kresimir-Wells-Driscoll

Due volte campione d’Italia , nel 1979-80 e 1980-81. Un’idea incredibile di G.L Porelli.

Chi è amato dal proprio pubblico ha le credenziali per fare tutto, non importa se non ha mai allenato, disse Porelli.

Terry non aveva mai pensato a questa opportunità , ma l’avvocato Porelli aveva questa grande capacità di persuadere tutti.

Cosic-Villalta-Generali

Intanto, conosceva il basket da atleta e doveva sfruttare il più grande giocatore mai venuto a Bologna, Kresimir Cosic.

Non si sapeva , prima, che Kresimir avrebbe meritato questo lusinghiero elogio.

So che non crederete al fatto che, per puro caso, è venuto a Bologna.

Non lo vuole nessuno, disse Porelli, ma con noi andrà benissimo.

Con Kresimir , Driscoll riuscì a trovare lo spartito giusto per suonare una musica che ancora non si era vista in Italia.

Cosic-Villalta-Jim

Con Cosic, Generali e Villalta , giocavano insieme tre atleti oltre 2,10mt. Volete una certezza di vittoria nel Basket? Si vince solamente quando si realizza qualcosa di nuovo.

Negli anni ’70, c’erano soli due stranieri. Prima Wells poi Jim McMillan, da accoppiare a Cosic. Molti italiani protagonisti nella Virtus. Non solo Villalta.

Una combinazione magica, l’accoppiata Driscoll-Cosic.

Volontà, cultura, fisico , intelligenza e quant’altro. Se fossero rimasti insieme si sarebbe aperto un ciclo di vittorie. Ma il Fato non volle.

Anni ’60. I Protagonisti. Aza Nicolic

Nicolic IgnisE’ il secondo articolo sul “Professore”, il primo è sempre nella categoria dei “Confronti” (videobasketballnet.com). Si trova facendo scorrere le pagine. Leggetelo.

In questo non si parla di filosofia ovvero la ricerca della sua conoscenza, ma di aneddoti interessanti.

C’era una volta un detto: “Chi ha paura del perfezionismo di Aza Nicolic?”

Sicuramente non erano suggestionati i colleghi allenatori, che lo cercavano per essere avanti coi tempi anche loro. Neppure i giornalisti, amanti degli scoop pieni di novità.

Nicolic e Cantamessi

Piuttosto, l’apprensione apparteneva solamente ai giocatori. Solo rendendosi conto delle vittorie, accettavano la sua mania di perfezione.

Da Belgrado a Padova. E’ apparso sul nostro palcoscenico alla fine degli anni ’60.

Era nettamente avanti tutti sulla conoscenza del basket e pratica didattica da esercitare in palestra.

E’ stato il primo che si è fatto affiancare dal preparatore fisico, quando l’arretratezza della cultura sportiva italiana, faceva ancora discussioni su “pesi-si-pesi-no”.

Va da sé che conosceva perfettamente il basket, un piccolo dettaglio riconosciuto da tutti.

Anche la psicologia per il rapporto coi giocatori? Sicuramente , sapeva benissimo come trattarli, riconoscendo perfettamente il comportamento umano. Psicologia adattata al giocatore di basket.

Nicolic Moe

Nel 1969 portò la squadra del Petrarca Padova dall’ultimo posto dell’anno precedente al terzo posto, cosa che gli valse il premio di allenatore dell’anno.

Passato alla guida della Pallacanestro Varese, fra il 1970 e il 1973 conquistò 3 scudetti, 3 Coppe Italia, 3 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali.

E’ mancato a chi lo stimava e gli voleva bene il 12-03-2000, all’età di 75 anni.

INDIMENTICABILE

Nicoli Cosic

Come nella la canzone di Nat King Cole, siete d’accordo? Parole da attribuire agli amanti dei geni dello sport. Stanno bene insieme Nicolic, Cosic, Petrovic , siete d’accordo? Indimenticabili.

Nicolic Petrovic

Aza Nicolic era un vero gentleman, per disponibilità e garbo con chiunque volesse parlare con lui di basket. Un’altra persona in campo, mentre lavorava, come si stesse girando il film “Doctor Jekyll e Mr Hyde”.

Nicolic e IgnisPoiché sono un assertore che è il gioco da far fare ai propri atleti il dettaglio più importante del rapporto coi giocatori, voglio ricordare quello che faceva “frullare” i suoi , come farfalle attorno ad un fiore.

Scusate se non vogliamo parlare della sua filosofia (già fatto nel primo articolo) e nemmeno del lavoro in palestra che tutti conoscono.

IL SUO ATTACCO PREFERITO

Meneghin

Credeva nella spartizione dei compiti, un metodo di allenamento che emulava l’organizzazione del lavoro.

Ad ognuno la sua “specializzazione”, per avere il rendimento massimo e dare una identità precisa di squadra.

Nicolic Pick&Roll

Solo per ricordare come aveva pensato di sfruttare le caratteristiche dei suoi giocatori , realizzandole col movimento del Diag.

Quest’attacco ha 35 anni.

Copiato da molti colleghi sperando che andasse bene anche con giocatori diversamente strutturati, sia fisicamente che psicologicamente e, naturalmente, tecnicamente.

Nicolic Manuel Raga

E’ basato sul movimento di tre esterni e due centri (alto-basso).

Grande controllo della palla, mettendo a disagio le abitudini difensive.

Il movimento senza palla di (1) poteva essere usato come “finto attacco” oppure attacco vero.

In effetti, l’alternanza dei due termini offre la certezza che sta tutta dentro la definizione di finta. E’ valida se credibile, quindi capace di fare quello che finta.

Dovete pensare a Meneghin (5) e a Flaborea (4) come elementi intercambiabili nella posizione Post-Pivot, adatti entrambi alla circolazione interna.

I tre esterni erano due “Guardie” e Raga (3) che vediamo nella foto insieme a Ossola e Rusconi. A mio avviso i più bravi, quelli che ammiravo maggiormente, erano loro, le “guardie” .

Avevano il dono, la grande maestria del passaggio e, naturalmente, della difesa.

Il loro compito era fare felici Raga, Meneghin e Flaborea e far vincere la grande Ignis.

Come sapete, negli anni ’60 era in voga la specializzazione dei “ruoli” e ad ognuno era assegnato il compito preciso. Guai uscire dalle “gabbie” della responsabilizzazione.

Un attacco validissimo, per quel periodo storico. Dove la palla veniva mantenuta “centrale” per mettere in difficoltà l’organizzazione difensiva basata sul lato forte-debole.

Anni ’60, I Personaggi. Lou Carnesecca

La Nostra Guida Dal 1965

Carnesecca LouItalo americano della St. John’s University, ha dato un grande contributo tecnico quando venne in Italia per i primi Clinics.

Possiamo tranquillamente ricordare che , dal 1965 al 1980 , sono stati anni di “Lou” come punto di riferimento tecnico.

Da lui si è imparato molto. Moltissimi di noi sono andati a bere l’acqua pulita del suo pozzo.

Anch’io ci sono stato, nel 1976, proprio alla St. John’s University.

DAL “PASSING-GAME” ORGANIZZATO AL “FLEX” 

Passing-Game

Si sfruttarono le sue idee fatte col Passing-Game, ovvero il gioco costruito col passaggio e movimento.

Regole semplici, per la circolazione esterna: “Dai-e-Cambia” con blocco verticale, fra le guardie. “Dai e vai” tra guardia-ala e blocco per il pivot.

Questo movimento fu la base per il “Flex-Offence” che regnò in Italia dal 1979 in poi.

Kresimir-Wells-DriscollIl “Flex” era il gioco della Sinudyne Bologna di Kresimir Cosic.

Posso giocare in qualsiasi ruolo, mi disse, per rendere la vita dura a Dino Meneghin, l’unico avversario che temo.

Dino può difendere contro di me , solo se gioco in Pivot.

Va da sé che, anche Kresimr Cosic è un campione uscito, sfuggito dalla gabbia tecnica dei ruoli.

Giocava Playmaker, Ala e naturalmente Pivot. Come lui solo Paolo Vittori e Romeo Sacchetti. Nel basket “moderno” abbiamo solo Alessandro Gentile che è su questa strada. Sarà un caso?

LO SPIRITO COOPERATIVO DI “LOU” CARNESECCA

Applausi.3

Era la caratteristica principale dei suoi allenamenti. Ovvero, la partecipazione mentale di tutta la squadra quando, in attesa, i compagni compivano le loro prove negli esercizi.

Chi aspetta il proprio turno , batte le mani durante l’esecuzione pratica dei compagni.

applauso

L’applauso ha un effetto psicologico stimolante per chi sta sudando e migliora l’attenzione di chi è in attesa.

Anche l’entrata in campo dei giocatori per l’inizio degli allenamenti è accolto dall’applauso degli assistenti.

Non è un dettaglio da poco. C’è un collegamento col pubblico della gara che, solo con la sua presenza, carica di energia mentale il giocatore.

Difficilmente il giocatore , in allenamento, sentendo l’applauso fa esercizi senza senso.

Applauso.1

E’ l’inizio della corrente emotiva che segna il passaggio tra lo spogliatoio e il palcoscenico.

Un messaggio e un invito al comportamento per un impegno massimo.

Infatti, l’allenamento con “Lou” e i suoi Assistenti cominciava con i fondamentali individuali che, senza difesa, hanno bisogno di una grande partecipazione mentale.

FONDAMENTALI

Lou Carnesecca diceva che, a seconda dell’idea del Coach , si può far pratica in diversi modi.

Si possono fare fondamentali per la specializzazione dei ruoli oppure far in modo che “Tutti Sappiano Fare Tutto”.

In questo caso, “rotazione” in tutte le stazioni. Tempo 60’. Il gruppo era di 15 giocatori, in tre per ogni stazione. Un assistente tiene il tempo. Rotazione ogni 15’.

IL LAVORO INDIVIDUALE ALL’INIZIO E ALLA FINE

Fondamentali Stazioni

Programma giornaliero organizzato. La prima ora è dedicata ai fondamentali.

Ogni allenamento durava 3 ore, tutti i giorni. Si faceva pratica individualmente all’inizio degli allenamenti, da soli o con gli assistenti.

Sei canestri a disposizione per le stazioni di lavoro, dove regnava l’esecuzione dei fondamentali, fatti col massimo impegno.

Obbligati all’inizio , ma facoltativo alla fine. Va da sé che alcuni rimanevano, altri andavano alla doccia.

IL PROGRAMMA

1. Lavoro Individuale;
2. Condizionamento;
3. Scivolamento;
4. 1c1 Difensivo
5. Gioco metà campo (4c4) e Tutto Campo (5c5)
6. Lavoro individuale

Il tiro faceva parte della pratica dei fondamentali. Sempre eseguito come attività di gruppo, a parte quello individuale, fatto alla fine. Molti rimanevano , soprattutto per tirare. 

Con la squadra gli esercizi erano organizzati in modo che il rimbalzo veniva catturato da chi passava, ma alla fine , individualmente, si svolgeva l’attività di Tiro-Rimbalzo, seguendo il proprio tiro per la correzione fisica.

Anni ’60, I Personaggi. Eduardo Kucharski

Leader della nazionale spagnola alle Olimpiadi di Roma, arrivata con un ottimo piazzamento. Un grande risultato per la Spagna degli anni ‘60. Era già noto a Bologna per incontri precedenti e subito la Virtus lo ingaggiò. Quell’evento fu la mia fortuna.

Virtus 1960

Come giocatore è stato un grande attaccante per il suo periodo storico, gli anni ’50.

Come sempre i “bomber”, quando diventano allenatori , cambiano pelle.

Avviene una trasformazione filosofica, quasi scontata, ma incredibile.
Il motivo? A mio avviso, alla base c’è sempre una innata la mentalità vincente.

Infatti, per vincere da giocatori era sufficiente avere la palla per qualsiasi conclusione, ma da allenatori pensano che non si debba farla ricevere agli avversari …

Difesa sul playmaker

Amava così la difesa, come tutti gli allenatori veri. In fondo non importa il perché.

Premiava la squadra quando gli avversari rimanevano sotto i 60Pt.

Non faceva difese particolari, ma pensava che tutti avrebbero dovuto dare il massimo. Bastava quello.

Quando uno solo non è pronto a farlo, diceva, salta tutto.

Mi lanciò quindi come difensore perché, secondo lui, i reduci di Roma non ne volevano sapere.

Quando non ne trovi cinque pronti, diceva, occorre un “terminator” che difenda sul migliore degli altri, mettendo “una toppa” alla situazione. Philosophia dux.

ANNI ’60, DOPO ROMA

Virtus Kucharski

Comincia così il periodo d’oro della pallacanestro, non per i risultati ma per i ricordi dell’atmosfera piena di aspettative. Almeno i miei.

In effetti la difesa non era stata mai curata come l’attacco, almeno in casa Virtus.

Va da sé che Kucharski è stato il primo a lanciare, sottolineare la sua l’importanza andando così controcorrente, ma solo a Bologna.

Salii su quel treno che mi portò in Nazionale. L’anno successivo entrai nel gruppo di un altro grande Coach, Nello Paratore.

ORA NON C’E’ PIU’, CI HA LASCIATI NEL 2014

L’Italia è stata sempre nel suo cuore, ma soprattutto Bologna, dove ha vissuto con la famiglia per tre anni. Luisa, sua moglie lo ha lasciato un anno prima. Eduardo Junior e Jorge , i suoi figli, vivono nel ricordo di un grande Padre.

Kucharski giocatore

“Conservo buonissimi ricordi di Bologna. La città è bellissima, la gente affettuosa che amava la pallacanestro come in pochi altri posti al mondo.

Come in tutti i luoghi ed in ogni tempo storico, nel mio periodo ci furono cose buone e meno soddisfacenti, ma per carattere non riesco a ricordare quelle cattive.

Le buone sì, le conservo intatte, dentro di me. Gli episodi della pallacanestro che ricordo con piacere?

La prima vittoria contro il Simmenthal e la cena che mi fu offerta dai tifosi, con Marcello e Peppino in testa.

Negli anni ’60 il Simmenthal era la bestia “nera” della Virtus, ma non solo per noi. Era la squadra da battere in Italia. Vincere a Milano era considerata un’impresa impossibile.

Pieri, Riminucci, Vittori, Vianello e tanti altri rappresentavano una potenza del basket europeo. Noi vincemmo con la difesa e fu una grande festa.”

LA DIFESA DI ZET

Anticipo sulla palla

Pensavo di essere un attaccante per capacità tecniche e fisiche, che però non impressionarono per nulla il grande “Kuchi”.

Solo se difendi sui migliori, mi disse, ti farò giocare.

Vincemmo a Milano , non capitava da anni. Difesi su G. Franco Pieri, che ancora si ricorda le “gentilezze” ricevute.

Pieri

Non durai molto tempo con quel marcamento, pressing tutto campo. Pieri era un grande. Un atleta in movimento continuo.

Gli permettevo solo la rimessa, ma dopo 17’ fui trasportato fuori dal campo in barella … Ciao GianFranco, ti ricordi? Che tempi!.

TIRO, DIFESA E CONTROPIEDE

Steve Nash.3

Il tiro nasce dall’equilibrio del corpo, mi diceva. Non tirare su una gamba sola, entrambi i piedi devono rimanere a terra.

Trascorrevamo molti pomeriggi per sistemare il tiro e in poco tempo dimenticai le vecchie abitudini apprese da solo.

Non solo tiro. Anche molto lavoro su tutti i fondamentali. Nessun esercizio difensivo.

La sua richiesta, senza suggerimenti, bastava allo scopo.

La pietra angolare della sua pallacanestro era “difesa-e-contropiede”, per cercare di non arrivare mai al 5c5.

Solo transizione primaria, quella secondaria fu il frutto di una evoluzione futura.

Con difesa schierata si giocava sempre con la squadra. Nessun schema particolare. Il “free-lance”, ovvero gioco libero con l’idea di coinvolgere il pivot.

Kucharski 1960.1

Schieramento con due guardie (2-2-1), ma anche con una guardia solamente come nel Diag. di fianco.

In questo caso si giocava senza il pivot classico, praticamente tutti esterni.

Dai-e-vai, alternato dall’incrocio in palleggio e , raramente, gioco-a-due col blocco.

Quindi, “Uno-contro-Uno” , con palla , senza la stessa e a rimbalzo. Molto rimbalzo, soprattutto dopo il proprio tiro.

Descrizione del Diag. Il gioco fatto con palla di lato era sempre gestito con l’idea del “finto attacco”. Va da sé che (4) può fare molte cose, ma è sempre con l’inversione che si sviluppa il gioco vero.

Da (4) a (5) per il gioco fatto con la collaborazione in palleggio con (2).

Anni ’60, I Personaggi. Nello Paratore

Paratore LombardiNel 1954 giunse in Italia su invito di Decio Scuri, occupandosi della nazionale femminile.

Nel 1956 l’abbandono di Jim McGregor gli aprì le porte della nazionale maschile che guidò per 11 anni, portandola a due mondiali e tre olimpiadi (raggiungendo il quarto posto nel 1960 e il quinto nel 1964 a Tokio).

Nel 1968 abbandonò la guida della nazionale e nel 1969 esordì in Serie A, guidando per una stagione prima l’ APU Udine e poi la Virtus Bologna .

OLTRE LA CONOSCENZA

Nello Paratore

Era l’allenatore dell’anima ovvero della consapevolezza dei processi cognitivi, maestro della psicologia dell’apprendimento.

La categoria , ora chiamata “Mental Coach” , ha come capostipite questo grande personaggio , a mio avviso il tipo di “Coach” in grado di allenare sempre … perché dentro il giocatore c’è sempre l’uomo. Come lui altri hanno seguito questa pista, da Rubini a Peterson, fino a Bucci.

Strano ma vero. Dopo avere portato qualsiasi squadra da lui allenata ad altissimi livelli è stato dimenticato.

Conosceva ovviamente la tecnica, la tattica. Sarà facile descrivere la sua filosofia di gioco, quella psicologica no, appartiene alla cultura. E alla sua personalità.

CONTRO LA “UOMO”

Lombardi G.Franco

La sua idea idea di gioco? Schieramenti diversi per l’isolamento 1c1. E’ sempre stata la sua idea vincente, ma solo come soluzione speciale.

La sua filosofia? “Batti il tuo avversario. Con palla, senza la stessa e a rimbalzo”. Leggendo la difesa , naturalmente.

Si giocava con tre idee leader che si modificavano dopo il primo passaggio del Playmaker.

Una forma di “Free Lance” ovvero gioco libero, basato sulla lettura difensiva e scelte per battere l’avversario dopo aver preso vantaggi di spazio e tempo.

Abitualmente si giocava con lo schieramento “5 fuori dall’area”
• Dai-e-vai
• Dai-e-cambia
• Dai-e-blocca

ATTACCO SPECIALE PER “DADO” LOMBARDI

Attacco Triangolo Inversione

Un lato libero per lo specialista nell’1c1, era quella scelta preferita da Nello Paratore.

Come si realizzava? Importante lo schieramento con due playmaker, ma anche con uno solo, come nel Diag.

A Sx o Dx si giocava per l’1c1 in isolamento oppure il gioco a due “Post-Guardia”. Dall’altra parte? Tre uomini con diverse possibilità di gioco.

Il gioco in isolamento, contro la difesa individuale, va fatto senza forzature. Purtroppo non è stato mai così.

Ci voleva una certa maturità per comprendere cosa fare quando non si riusciva a prendere un vantaggio.

Va da sé che i tiri della disperazione vanno sempre evitati. Diventa una abilità che pochi giocatori hanno.

ATTACCO ALLA ZONA

Attacco alla zona Paratore

Contro la zona Paratore preferiva il gioco col “Triangolo” per servire il pivot. Naturalmente già utilizzato abitualmente negli USA.

Il “triangolo” come finto attacco, naturalmente, mentre l’attacco vero avveniva con l’inversione di palla.

Il Playmaker (1) si spostava lateralmente anche col palleggio. Questo inizio era adatto per costringere la difesa a sistemarsi allo stesso modo, sia uomo che zona.

Inversione zona

Quindi , un attacco che si utilizzava anche contro la difesa individuale perché con l’inversione del gioco c’era la possibilità di giocare 1c1 in isolamento laterale.

Tenere la palla impegnando la difesa di lato, come finto attacco era importante. Soprattutto dare la palla al Pivot (5), ma solo per richiamarla difesa.

Dal Diag.: quando la palla arriva a (4), può tirare o passare leggendo la difesa. Con ottime percentuali si realizza il passaggio di (4) per il taglio di (3) lungo la linea di fondo.

L’IDEA “LEADER”

Idea Basket

Questo vecchio attacco racchiude tutta la filosofia dell’attacco alla zona. Un’idea che prevede di attaccarla lateralmente, ma come finto attacco.

Presuppone la reazione difensiva , con spostamento in massa verso la palla, posizionata prima in ala poi in angolo, formando il triangolo laterale.

C’è il rischio del raddoppio di marcamento, ma da (3) la palla può essere passata subito a (1), anche molto lontano, sopra il prolungamento dal T.L.

“Finto attacco” significa che si può passare a quello “vero” fin da subito, ma solo se costretti dalla difesa.

Sull’inversione del gioco, invece, facendo spostare la difesa, sempre in massa, sono possibili diverse soluzione comprese Tiro-Rimbalzo, l’azione finale del gioco di squadra per eccellenza.

Anni ’60, I Personaggi. Beppe Lamberti

Beppe Lamberti Fortitudo

“La devozione per il basket, per giocarlo, allenarlo e viverlo come si vive la passione più importante della propria  vita”.

Questo era Beppe Lamberti, nato come giocatore della Virtus, cresciuto come allenatore della Virtus giovanile, ma sposato poi , fedelmente, con la Fortitudo Basket.

Nata con lui , creata dalla sua passione, un modello di società che rappresentava la sua grande invenzione, una risposta alla Virtus.

Beppe&Zet

Mi ha allenato e cresciuto nelle giovanili della Virtus, poi abbandonato per l’altra sponda di Piazza Azzarita.  Giuro, ci sono rimasto male. Così come ora sto male a non essere nella foto di gruppo, insieme a Mandelli, Samoggia e Dazzi, miei compagni di squadra.

Ho ancora un grande ricordo di Beppe, non mi ha ripagato vestirmi in bianco-e-nero per bilanciare il calore della sua amicizia perduta.

FORTITUDO

Il 12 agosto 1966 la Fortitudo approdò in Serie A grazie all’acquisto di una società bolognese che aveva deciso di terminare la propria storia cestistica, la Sant’Agostino.

L’accordo fu raggiunto attorno ad un tavolo del Ristorante “i Franco” di via della Grada, fra Gino Galletti per la Sant’Agostino e Pietro Lucchini, Bruno Mezzadri, Beppe Lamberti e Piero Parisini per la Fortitudo.

L’acquisto costò 20 milioni di lire. Così la Fortitudo approdò in Seria A 1966-67.

Beppe Lamberti

Il 1º marzo 1993, adeguandosi alle nuove norme sul professionismo, mutò la ragione sociale in S.R.L (Società a Responsabilità Limitata). 

Gli autori di questa trasformazione furono Renato Palumbi, Dario Danielli, Beppe Lamberti e Silvano Biagi.

La storia del club è caratterizzata dalla totale antitesi con i rivali cittadini della Virtus Bologna, una delle squadre più titolate della pallacanestro italiana.

Così Beppe Lamberti fa parte anche della mia storia. Come detto è stato il mio primo allenatore perché verso la fine degli anni ’50 ha allenato le giovanili della Virtus. Avrei giocato sempre per lui.

Finito il mio periodo con la Virtus ho fatto di tutto per tornare con lui, ma non riuscimmo a realizzare il mio sogno.

GIOCO E FONDAMENTALI

Beppe è ricordato da tutti per le sue capacità d’insegnamento ed il grande entusiasmo da trascinatore. Amante della tecnica e grande osservatore del basket americano, sempre informato su  ogni novità.

Lamberti Lampo

Ancora oggi utilizzo una sua idea, abbandonata nel “cimitero” dei vecchi ricordi. Abbandonata perché si copia sempre l’ultimo schema che ha vinto il campionato.

E’ il movimento “Lampo” che si basa sul taglio dopo una collaborazione senza palla.

Di solito il difensore del “tagliante” si rilassa perché guarda la palla, dopo lo scambio di posizione, cercando di assumere la “postura” difensiva corretta (aiuto).

Un’azione rapida che ripeteva in situazione speciale. Un movimento a coppie senza palla, considerato un finto attacco, mentre quello vero è rappresentato dal taglio “rosso”.

Lamberti e Schull

E’ stato l’allenatore di Gary Baron Schull, ma non è noto per questo. E’ l’apprezzamento di tutti gli altri suoi giocatori che fanno sempre brillare la sua stella, ricordandola per sempre.

All’inizio degli anni ’70 mi confidò un pensiero che ho sempre ricordato. Cominciavo ad allenare e mi disse di stare attento con l’insegnamento attraverso le varie procedure didattiche.

Non c’è nulla da insegnare quando è tutto da apprendere , disse. Ricordati sempre come hai imparato tu. Quella è la strada.

IL MITO DEL GLADIATORE

Gary Baron Schull

Va da sé che il “Barone” era una figura importantissima, oserei dire mitica specie per chi ha vissuto i tempi d’oro a cavallo degli anni ’60 e ’70.

Era, semplicemente, ciò che i tifosi Fortitudo (e generalmente di ogni altra squadra in qualsiasi sport) vorrebbero vedere sul campo: determinazione ai limiti del sacrificio, voglia di vincere, attaccamento alla maglia e capacità di trascinare i compagni.

 

Anni ’60, I Personaggi

PAOLO VITTORI

Vittori Simmenthal MilanoUn giocatore autodidatta, fuggito incredibilmente dalle gabbie dei ruoli.

Non tutti ci riuscivano e ancora oggi pochi ce la fanno, solo i migliori sanno cambiare.

E’ stato sicuramente il giocatore più determinante degli anni ’60.

Per conoscenza e comprensione del gioco, difensore notevole e intimidatore, capace si mettersi la squadra sulle spalle ogni volta che c’era bisogno di farlo . Un vero leader.

Nelle giovanili giocava da pivot, poi ala , ma incredibilmente ha finito giocando playmaker.

Non è detto che lo fosse, ma anche senza abilità nel palleggio sapeva come condurre la squadra.

Cosic.1

Spesso faceva portare palla da un compagno piccolo e veloce e prendeva il primo passaggio oltre la metà campo. Esattamente come faceva il grande Cosic.

Nessuno gli ha insegnato a farlo, da autodidatta conosceva tutto quello che c’era da sapere per giocare e vincere.

Vuol dire che aveva tutta la consapevolezza possibile per stare in campo, anzi era il padrone del campo.

Cosic e Vittori. Ecco due esempi da imitare, due mete per come devono diventare, talento permettendo, tutti i ragazzi delle giovanili.

Due mete con riferimento per gli allenatori , naturalmente.

I ragazzi devono giocare nell’unico ruolo “valido sempre”, giocare per organizzare, come fa il Playmaker. Senza obbligo , ma predisporre tutto tecnicamente per quelli che ci vogliono provare. Si può.

Nelle giovanili, tutti devono avere la possibilità di apprendere l’arte, facendo almeno l’esperienza. Non diventeranno “Playmaker” per questo ma miglioreranno la conoscenza dello spirito del gioco.

Per il Coach è solo una questione di scelta. Aiutare i giovani oppure fare carriera come allenatore. Solo in questo caso i “ruoli” sono una soluzione che non si discute.

Il Basket Del 1960? Unforgettable

NaismithPer parlare di evoluzione del basket non si può cominciare dall’inizio, almeno noi non ci pensiamo nemmeno.

Non riporteremo nemmeno i dati storici, quelli che tutti conoscono da sempre , cominciati dal dicembre 1891, col fondatore James Naismith. Basta andare in rete.

Solamente, vogliamo ricordare che il gioco è nato in una scuola e Naismith era l’insegnante di Educazione Fisica.

La classe era di 18 ragazzi, quindi le prime partite erano fatte 9c9 , senza palleggio. Si fa fatica ad immaginare lo sviluppo del gioco 9c9, giusto? Bisognava avere un colpo di genio per portarlo al 5c5? Grazie James.

LA TECNICA E LA SUA EVOLUZIONE DAL 1960

Evoluzione basket.1

Con il termine tecnica del Basket , ci si riferisce ad un insieme di schemi motori utilizzati per la risoluzione di un compito di gioco.

Tecnica del basket vuol anche dire capacità nell’esecuzione dei “fondamentali” dentro lo stesso gioco.

Per non trarre in inganno diciamo subito che è l’esecuzione del “sistema di gioco” a proteggere e favorire la tecnica. Il gioco ha quindi la priorità sui fondamentali.

Comunque, insieme, sono una bella coppia capaci di continui miglioramenti. Legati dallo “spirito del gioco” offrono tutta la bellezza di questo sport.

IL GIOCO

Partita di basket

Il gioco ha da sempre un’idea leader da applicare alle caratteristiche dei giocatori, ma si deve percorrere una strada piena di impedimenti per renderla vincente.

Infatti, bisogna comprendere quello che sta succedendo in campo, leggendo la difesa e realizzarlo (il gioco) coi fondamentali a disposizione , molti o pochi che siano.

Va da sé che , se c’è la comprensione del gioco, anche l’esecuzione dei fondamentali darà apprezzabili vantaggi .

Comprensione Gioco

Quanti sono i giocatori che tirano bene facendo gli esercizi, oppure palleggiano e passano meglio eseguendone altri? Sempre soli esercizi della “Progressione Didattica”? Non va, non è il modo di apprendere il gioco.

Poi, in campo tutto crolla perché non sanno giocare. Non hanno l’abitudine a comprendere la situazione e non hanno la consuetudine di leggere la difesa per batterla.

L’interpretazione del gioco, si sa, può seguire concetti esclusivamente fisici, ma anche rigorosamente legati alle regole, oppure agendo dopo avere compreso la situazione.

I fondamentali sono quindi come il vento per la vela, ma senza la “comprensione” del timoniere non si va da nessuna parte.

Roma 1960

Avrete compreso che, pur amando i fondamentali, ci interessa soprattutto il gioco e , come detto, vogliamo considerare la sua evoluzione tecnica a partire dal 1960.

Il motivo? Personalissimo. Ho cominciato in “Serie A” proprio nel 1960 ed ho ricordi che partono solamente da quel periodo storico.

Va fatta necessariamente una fotografia alla situazione psicologica, fisica e tecnica dei giocatori nel loro periodo storico e non solo.
Va considerata la loro cultura e abitudini del periodo storico. Soprattutto va evidenziata la mentalità.

Coach

E il Coach? Non c’era sempre, soprattutto negli anni ’50.

Va da sé che negli anni 60, si presentarono sui campi molti giocatori autodidatti. Sono uno di questi, un giocatore che ha appreso il basket da solo.

Da solo andavo al campetto a ripetere quello che vedevo sui campi da gioco, in TV e sui giornali. Mi bastava una foto e immaginavo il movimento.

Anche questa è una modalità di apprendimento da tenere in considerazione, coi suoi pregi e difetti.

Autodidatta, ma sempre pronto ad ascoltare fortunatamente i miei Coaches , con molta disponibilità. Per primo Lamberti, poi Kucharski, quindi Sip.

ALLA RICERCA DELLA GIRAFFA

Considerare la tecnica dagli anni ‘60, confrontarla con quella attuale sarà interessante per la trasformazione del gioco dovuto al cambiamento delle regole e quant’altro.

Manute Bolt

In quel periodo gli allenatori hanno sperimentato una pallacanestro basata sui ruoli la cui scelta aveva anche un riferimento particolare riguardo l’altezza, che però non è una capacità fisica.

Molti tentativi di inserimento nel gioco, non hanno avuto esito positivo e solo dopo ci si è resi conto …che la “Giraffa” non è un giocatore di basket, perché ha solo l’altezza da offrire.

Se da un lato la spartizione del lavoro tecnico , attraverso i ruoli, ha portato ad un certo rendimento di squadra, molti giocatori sono stati ingabbiati e limitati tecnicamente con la conoscenza e comprensione specialistica circoscritta alla loro responsabilità.

Bisogna pensare ad un futuro diverso togliendo i giocatori dalle “gabbie” della specializzazione. Si è parlato spesso di realizzarlo almeno nelle giovanili.

Ci penso dal 1972, l’anno in cui ho iniziato ad allenare. Fin da quei tempi ho messo in pratica, coi miei allievi, un aspetto tecnico che è sempre stato il “mio fiore all’occhiello”.

Tutti devono giocare nel ruolo unico, valido sempre. Quello del Playmaker.

Paolo Vittori

Ai miei tempi c’erano Gianni Giomo e GianFranco Pieri due super Playmakers, ma anche Paolo Vittori in grado di giocare in tutti i ruoli. Per questo motivo lo considero il miglior giocatore degli anni ’60.

 

NELLO PARATORE

Nello Paratore

L’interesse è via via aumentato dagli anni ’60 in poi. Come detto, erano appena finite le Olimpiadi di Roma e l’Italia aveva fatto una buona figura.

L’allenatore della Nazionale era Nello Paratore, sicuramente un “grande” e figura carismatica di primo piano.

Punto di riferimento per gli allenatori di quel periodo storico, una guida tecnica , ma non solo.

Era un conduttore di uomini e grande psicologo.

In quel periodo usci il film “La sporca dozzina” con Lee Marvin, lo ricordate? Mi fece una significativa confidenza che non ho dimenticato.

“In un periodo di guerra mi sentirei in grado di guidare gli uomini a combattere, mi disse. Proprio come nel film.

Forse voleva dirmi che la sua speranza era allenare tutti giocatori combattenti. Purtroppo non era sempre cosi.

(Continua con “Protagonisti degli anni ’60)