Gianni Malavasi, Il Maestro

GIANNI, IL MAESTRO

Gianni Malavasi Maestro

Ho avuto diversi Maestri da cui ho appreso molto. Casualmente hanno lo stesso nome. Gianni Giomo per primo, poi Gianni Zibordi, ma con Gianni Malavasi ho un ricordo speciale. Mi ha illuminato con la metafora sulle interpretazioni giovanili del Basket. Un affettuoso “Grazie” a tutti.

Il suo Curriculum come insegnante? Diplomato nel 1984 con 110/110 e lode all’ISEF di Bologna. Quindi vincitore nel 2004 del concorso per il ruolo di Supervisore presso la SSIS di Bologna – indirizzo Scienze Motorie, con incarico che ha lasciato nel 2015.

Gianni scrittore lo vediamo, insieme a Matteo Ansaloni, impegnato nella pubblicazione di un manuale di Pallacanestro per la Facoltà di Scienze Motorie di Bologna. Con “Il Basket Per Tutti” ha lasciato una traccia indelebile nella facoltà.

Come allenatore di Basket ha una grandissima esperienza, dalle giovanili alla A2. E’ stato anche conduttore di un Basket-Show televisivo, insieme a Roberto Martini.

Con Gianni Malavasi ho lavorato quando il CastelMaggiore-Basket, partecipante al campionato di A2, si allenava a Budrio nel 2002.

Una collaborazione preziosa che mi ha sdoganato, tolto dal mondo giovanile. Ho potuto così cogliere il suo grande valore umano, insieme alla capacità didattica per trasmettere una cultura di notevole spessore. Un vero maestro.

L’impostazione che diedi alle riunioni tecniche per il settore giovanile di Budrio, negli anni successivi, seguirono l’impronta che lui stesso diede a Castel Maggiore, settore giovanile.

Era impegnato con la prima squadra e partecipò una sola volta, lasciando uno scritto di una paginetta. Una benedizione piovuta dal cielo che anche ora fa parte, come pietra angolare, della mia cultura.

La volper e il libro

L’ho “rubata” e conservata segretamente. Una perla che testimonia la sua grande conoscenza del Basket. Un punto di partenza per i miei impegni che si susseguirono dopo il suo confronto. Un “segreto” così grande ed importante che vale più di ogni altro dettaglio del Basket.

C’è qualcosa di meglio del Tiro e degli altri fondamentali, del Pick&Roll e del tiro da 3Pt., del Flex Offense e di Tex Winter, del “Run-and-Jump” , del Pressing e quant’altro…

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di leggere attentamente il suo messaggio e , chiudendo gli occhi, immaginare le situazioni che le parole di Gianni Malavasi esprimono.

“LO SPIRITO DEL BASKET”

Libro-Basket-Zet

Ritengo che nella pallacanestro, e forse in tutti gli sport di squadra, si possono notare diversi stili nell’interpretazione del gioco, legati a criteri tra loro molto differenti.

Da parte mia , ho provato a individuare e riconoscere tre possibili linee.

Potremmo così distinguere un modo di giocare dove è preminente l’aspetto fisico e agonistico (gioco di “PRESTAZIONE”), oppure un altro sistema di avvicinarsi allo sport fatto di regole e automatismi, con ruoli ben distinti e specializzati (gioco di ESECUZIONE) , infine un terzo tipo di approccio più elastico, nel tentativo di intendere gli sports come una situazione ove si verificano una serie di problemi da affrontare e risolvere (gioco di COMPRENSIONE) .

Gianni Malavasi color

Inseguono prevalentemente la “PRESTAZIONE” i giocatori più istintivi e naturali, come quei ragazzini del mini-basket che cercano di imporre il loro sviluppo precoce nei confronti di quelli ancora in crescita.

In effetti, il primo tipo di risposta che si prova a dare a problemi di tipo motorio è sicuramente fornire una prestazione fisica per superare gli ostacoli che ci separano dal nostro obiettivo.

Questo modo di risolvere le sfide sportive, in particolar modo nel basket, molto presto si concludono in un grande spreco di energia a fronte di risultati insoddisfacenti.

Play.1

“L’ESECUZIONE” è propria di coloro che cercano di prepararsi ad affrontare, secondo modalità preordinate, tutte le situazioni che di volta in volta si verificheranno, in nome di una rigida organizzazione tesa a privilegiare risposte automatiche preparate in allenamento, piuttosto che affidarsi alla interpretazione diretta del gioco.

E’ un atteggiamento che frequentemente s’incontra nei giocatori alle prime esperienze, almeno in quelli più portati a seguire la figura paterna dell’allenatore, che guadagnano così l’approvazione del “genitore” mettendo in pratica (alla lettera) i suoi suggerimenti, senza magari averli compresi fino in fondo.

Basketball Coach.1

Sebbene l’esecuzione di schemi automatizzati e predeterminati porti molto velocemente a grandi miglioramenti nell’efficienza del gioco, a volte questo tipo d’atteggiamento sfocia in errori macroscopici, legati alla ingenuità dei giocatori non abituati a ragionare in campo né a vedere quello che succede loro intorno.

L’esempio più classico che mi viene in mente riguarda il mini-basket, nei primi approcci all’indicazione di mantenere accoppiamenti difensivi (la difesa a uomo, per intenderci).

Poiché questa direttiva a volte non viene preceduta da una chiara visione dell’obiettivo della difesa, cioè quello di non subire canestro dall’altra squadra, capita di vedere ragazzini intenti ad ostacolare faccia-faccia il proprio avversario a metà campo, mentre l’azione degli avversari si sta svolgendo da un’altra parte, magari con un giocatore che se ne va indisturbato a canestro.

Idea Basket

Ritengo invece che la “COMPRENSIONE” sia una forma flessibile di “lettura” dei problemi, capace di adattarsi anche alle situazioni più imprevedibili grazie all’universalità dei criteri da seguire.

Comprendere quello che succede in campo significa avere sempre ben chiaro lo scopo del gioco, gli obiettivi da conquistare per raggiungerlo, i sistemi conosciuti per eseguirli.

Non deve sembrare così assurdo che ad un giocatore possa sfuggire come lo scopo del gioco sia vincere la partita segnando (attraverso la propria squadra) più canestri degli avversari.

Che l’obiettivo è assumere il maggior numero di volte possibile il controllo della palla per tentare un tiro a canestro.

Che le proprie capacità tecniche e fisiche debbono essere messe a frutto in questo contesto.

Finta per la partenza Gentile

Spesso, invece, si vedono giocatori di qualsiasi livello dimenticarsi di guardare la palla in situazioni elementari (come potranno afferrarla?) ; mettere maggiore enfasi ed impegno in palleggi e finte piuttosto che nel tiro (come potranno segnare?) ; addirittura dedicarsi con attenzione solo alle azioni di attacco disdegnando l’impegno difensivo (come potranno vincere, se gli avversari riusciranno sempre a segnare?).

Coach

Mi sto infatti convincendo che, a qualsiasi livello, la comprensione del gioco viene colpevolmente trascurata, anche se la cosa appare di portata macroscopica solo a livello giovanile.

Credo che la via per risalire alle cause di quest’ignoranza sia legata alla nostra formazione d’istruttori ed insegnanti, legata a criteri sperimentati su generazioni precedenti.”

TUTTO CHIARO?

Spero che quest’ultimo pensiero non venga letto superficialmente, venga meditato profondamente perchè le generazioni precedenti, a cui appartengo, erano notevolmente diverse. Anche il Basket giocato.

 I “Figli” di periodi storici diversi non vanno allenati allo stesso modo. Se qualcuno pensa che il Basket sia sempre lo stesso, almeno deve aprire gli occhi sul fatto che gli uomini sono diversi. I periodi storici cambiano le persone.

Riusciranno i nostri giovani allenatori a comprendere profondamente questo consiglio? Vorrei scriverlo a caratteri cubitali, ma confido nella capacità di “leggere” di tutti coloro che amano il basket.

DOVE RICONOSCERSI

Quando un tecnico si pone il problema di come far giocare la propria squadra, quello che proporrà ai ragazzi sarà automaticamente in stretta relazione con la sua mentalità.

Negli atleti evoluti è possibile riconoscere il tipo d’espressione che il tempo e la pratica sportiva hanno reso più adatto a valorizzare le capacità del singolo, e sarà compito del Coach adattarvisi;

1-La conquista

Nei giovani atleti, come accennato prima, è il tipo di gioco di prestazione ad esprimersi in modo prevalente: l’istinto ha quasi sempre la meglio sulla riflessione, e qui iniziano i problemi per gli istruttori che debbono ricercare un metodo tale da sviluppare la capacità di ragionamento dei giocatori in campo;

La strada del gioco di comprensione, in questo caso, sebbene più lunga e difficile, è a mio avviso la più sicura per garantire risultati a lunga scadenza: quando un atleta capisce il perché di quello che fa, dovrebbe avere la capacità in seguito di adattarsi ad ogni tipo di organizzazione.”

 

Confronto Con Gabriele “Julius” Giuliani

ALLENARE E’ GESTIRE

Saper stare coi propri giocatori e guidarli durante la stagione non è da tutti. Inutile correre dietro alla tecnica, che un allenatore la conosca è scontato. Non lo è invece la programmazione per il progetto e la disciplina.

E l’intransigenza per il rispetto delle regole. Tutto questo ha bisogno del supporto della “comunicazione”.

La personalità dell’allenatore , la sua cultura e coerenza hanno l’appuntamento nel confronto con la squadra.

“Gestire e comunicare” è  decisivo  come dire  “vivere o morire”, per chi si appresta a farlo.  Chiedendo scusa ad Amleto potremmo usare “essere o non essere”, senza che sia un problema. Saper stare coi propri giocatori è il primo talento. Vuol dire avere la capacità di conoscerli anche se uno è diverso dall’altro, di apprezzarli e di farsi apprezzare per quello che si è.

Con coerenza.

Soprattutto , vuol dire avere un “progetto” per ognuno di loro, dalla “stella” al più giovane.

Gabriele Julius Giuliani.1

Gabriele “Julius” Giuliani è stato capo allenatore a Budrio per tre stagioni, dal 2007-2010. Al primo “colpo” ha portato la squadra nella categoria superiore. Non solo. Ha vinto anche la “Coppa Italia” di categoria.

E’ arrivato a Budrio (Basket E’ Vita) con un misto d’entusiasmo e umiltà e con grandi capacità organizzative. Un gran lavoratore in palestra, un amante dei fondamentali e del lavoro fisico. Le ultime esperienze? Le sue grandi capacità di “leader” sono state messe al servizio di Cento (FE) e Salus (BO). Con ottimi risultati.

Non basta? Conduce la squadra, in partita, con grande maestria tecnico-tattico e fa di tutto per valorizzare i giovani.

Ovviamente, quando “Julius” parla, non si sente volare una mosca. I giocatori stessi si girano con occhiatacce che liberano “frecce”, come scoccate da un arco, se qualcuno disturba.

“Quando un allenatore parla ai suoi ragazzi” , diceva Dan Peterson, “puoi osservare e comprendere la loro stima, dall’attenzione che prestano durante i discorsi del Coach”.

Basket Coach respect

Amato e difeso sempre dai suoi giocatori. Un aneddoto simpatico? Come saprete, ci sono sempre dei “pensionati” che guardano i “lavori in corso” e il loro brusio di fondo spesso disturbava l’allenamento dentro il PalaMarani.  Julius li ha sempre tollerati, ma non i suoi ragazzi…

Per concludere, non deve sfuggire che “Julius” è un vincente, ma non perché cerca sempre di vincere, come è ovvio che tutti facciano.

Il vincente si vede quando perde una gara.

La sua caratteristica principale è la capacità d’intensificare lo sforzo e lavorare in modo tale da superare subito le sconfitte.

“LA GESTIONE DEL GRUPPO SECONDO JULIUS”

Budrio 2009-10

1.Primo approccio con la squadra all’inizio della stagione;
2.Come “vendere” alla squadra una  priorità tecnica;
3.Come inserire e coinvolgere i giovani del “Settore Giovanile” in “Prima Squadra”;

Il primo argomento viene sviluppato subito, al primo allenamento. Alla base di tutto metto delle regole di comportamento che tutti devono rispettare, dalla “stella della squadra” al più giovane.

Va da sé che, dal momento che metti delle regole, devi essere inflessibile con tutti nel farle rispettare. Mai dare al giocatore un pretesto di poca credibilità, devono essere consapevoli che farai tenere in alta considerazione le regole, anche se questo può comportare svantaggi temporanei.

Quando si parte da zero, è evidente che si arriva anche a parlare di cose scontate, ma voglio essere chiaro subito e trasmettere ai miei giocatori l’importanza di un “codice di comportamento”.

Si generalizza, è vero, ma chi può stabilire che una regola sarà scontata? E’ proprio dentro il concetto di “semplicità” che si afferma il fatto che nulla è scontato.

PRIMO APPROCCIO: LE REGOLE

Basket Immagine squadra

1-Puntualità all’allenamento.

Siamo nell’epoca dei cellulari e avvisare è più facile che in passato. Avvertire sempre per eventuali ritardi o assenze. Il massimo del ritardo è rappresentato da cinque minuti. Non si va oltre questa tolleranza per impedimenti dell’ultimo istante. Il giocatore che passa il limite non si allena. Mi è capitato alcune volte di non far allenare un giocatore, diciamo che posso contare 3-4 casi.

2-Eliminare i tempi morti durante l’allenamento.

“Cazzeggi” vari, tiri dopo la fine d’ogni esercizio, bere quando uno vuole. Occorre dimostrarsi “squadra” anche nelle piccole cose: si beve insieme, si finisce l’allenamento tutti insieme, salvo infortuni o necessità che possono sorgere improvvisamente.

3-In allenamento dare sempre il 100%.

La gara del campionato deve essere più riposante. Se un giocatore non si sente al massimo, non sono certo io l’allenatore che vuole fare fargli pratica a tutti i costi. Preferisco che un giocatore salti un allenamento se non è in grado, mentalmente, di dare il 100% e questo lo si sa prima di cominciare.

4-L’immagine della squadra è sempre positiva.

Basket Immagine Squadra.1

Quando? Negli atteggiamenti registrabili in allenamento, nelle partite, nel modo di rapportarsi con il pubblico, con gli avversari. Alcuni esempi: non mi piace vedere giocatori “sbragati” in panchina. E’ un atteggiamento negativo. Come quando si notano giocatori a sedere “fuori” della stessa panchina con un asciugamani in testa, magari “incazzato” col mondo. Non mi piacciono e glielo dico , soprattutto se li ho già avvisati. Cosi come quando ci sono i rientri “nervosi” con calci ai “gommoni pubblicitari” o a bottiglie. Un giocatore del genere mi risulta sgradevole. Per fortuna mi è successo raramente , ma intervengo duramente col giocatore.

5-Rispetto per i compagni.

Basket rispetto

No alle “sclerate” , “rompo” abbastanza io affinché tutto vada per il meglio. Ai compagni che escono dal campo, basta un “cinque” oppure una pacca sulla spalla è un segno che gli sei vicino, sia che abbia giocato bene oppure in modo insufficiente. In fondo cosa si vuole dimostrare?  L’equilibrio aiuta a riflettere e a nessuno verranno attribuite colpe.

6-Rispetto per gli allenatori.

Basket Coach rispetto

Non solo per me , ma anche per il miei collaboratori.

In 20 anni che alleno non ho mai insultato un mio giocatore e pretendo per me e per i miei collaboratori lo stesso rispetto che ho per loro.

Mi è capitato un episodio sgradevole durante una amichevole mentre il giocatore rientrava in panchina: “Mandato a quel paese in modo volgare…” .

Naturalmente il giocatore è andato alla doccia e non è stato convocato per la partita successiva. Non esistono multe, sussistono codici di comportamento.

Tutto questo è capitato a uno dei miei pupilli e alla vigilia di una partita che valeva un possibile play-off. Quindi, mi serviva un bel po’. Penso che sia stato utile più a lui e alla Società stessa.

E’ evidente che se tutto questo non sta bene alla Società, sono pronto ad allontanarmi dalla stessa.

Non ci crederete ma tutto questo è già capitato col rapporto con un’altra società della quale ero responsabile del Settore Giovanile. Abbiamo avuto lo stesso atteggiamento con due giocatori, prima di una semifinale regionale, traguardo mai raggiunto.

Erano due giocatori importanti, la società non era d’accordo con la punizione. Sono stati fuori dalla semifinale (partita vinta ugualmente) e l’anno dopo ho rimesso il mandato del Settore Giovanile e ho allenato solamente la prima squadra.

La penso così, mi hanno dato anche del “talebano” in passato, ma vado avanti per la mia strada.

7-Il comportamento verso gli arbitri.

Basket rispetto.1

E’ l’ultima regola , ma non per importanza. E’ un aspetto sul quale non transigo.

Penso che l’autocontrollo faccia parte del bagaglio di un giocatore alla pari di un fondamentale e va allenato. Sono durissimo sotto questo aspetto, all’inizio della stagione.

Un “tecnico” è sempre punito con un “cambio” e, sui giocatori recidivi, se la partita me lo consente , c’è l’ esclusione per il resto della gara.

Penso che un comportamento asettico nei confronti dell’arbitro valga 6-8 punti in ogni campionato e può voler dire la possibilità di una vittoria, sconfitta o altre mete come Play-off o retrocessione. Non voglio neanche che un giocatore parli costantemente con l’arbitro , anche se in modo educato.

Sono pronto a contestargli anche questo atteggiamento apparentemente corretto e mai andrò dietro ad una protesta di un mio giocatore. Se lo fanno ripetutamente li “aggredisco” fortemente.

Basket espulsione

 

State pur certi però che, nel momento che la mia squadra incassa e non reagisce alle fischiate negative, mai sarà lasciata in balia di un arbitraggio scandaloso. Devono sapere che interverrò prontamente.

Più la squadra è debole e più deve lavorare sotto questo aspetto perché sarà sempre più penalizzata e più facilmente renderà nervosi i giocatori. Ogni mia squadra ha recepito bene questo genere di comportamento. 

Il sottoscritto una volta è stato punito, ma con un solo tecnico, neanche per proteste, ma per avere superato il proprio box… Coi ragazzi  questa situazione va allenata a mio avviso. Quando? Nella partitella durante la settimana. In che modo? Con tecnico istantaneo per proteste su falli subiti.

Capita spesso perché chi perde corre ,come punizione, ma il “tecnico” costringe a pensarci di più. Alleniamo i ragazzi con la “partitella no-faul”, utilizzata nella settimana dove la squadra si prepara per la trasferta, dove gli arbitraggi sono un po’ penalizzanti.

Così metti in preventivo che qualsiasi contatto non verrà sanzionato dagli arbitri e i ragazzi si abitueranno a giocare in modo penalizzato . Si aumenta in questo modo l’intensità della partita d’allenamento. E l’esagerazione? Bisogna intervenire nel momento in cui i giocatori stessi passano ai falli “intenzionali”.

SECONDO APPROCCIO O ARGOMENTO: IL PROGRAMMA TECNICO

All’inizio della stagione spiego alla squadra la progressione del programma tecnico e le priorità dello stesso.

La mia priorità assoluta è la difesa.

Difesa atteggiamento

La metto al primo posto perché è quella che esprime meglio lo spirito di squadra. La difesa è sacrificio, è attenzione, è concentrazione, tutto a disposizione della squadra. Sono molto esigente sotto l’aspetto difensivo, l’alleno costantemente , fisicamente e come “mentalità”.

Ci sono esercizi adatti allo scopo. Mentre per l’attacco penso sia solo questione di fare buone scelte dentro un sistema efficace, per la difesa devi avere qualcosa dentro. Per l’attacco devi cercare il contropiede, proprio come risultato di una buona difesa. Devi però anche pensare di non subirlo e lo facciamo col rientro, ma anche usando il “fallo tattico”.

Alle mie squadre dico: “L’attacco può avere anche una giornata storta, dovuta agli avversari, al campo, pubblico, e arbitri. La difesa mai! Deve essere una costante, positiva in tutte le partite”. Difesa individuale, naturalmente, ma anche uso della zona.

Naturalmente gratifico chi si impegna individualmente , nel senso che do molta più importanza alla difesa .

Il Valore della palla

Sottolineo un “tuffo” realizzato per un recupero, uno “sfondamento” preso, una rotazione perfetta, piuttosto che un bel canestro che di per se è gratificante.

E il giocatore apprezza che l’allenatore possa capire il suo sacrificio e mette il suo “mattoncino” dietro, nel suo “sacco”, per costruirsi la “casa della fiducia”.

Quando analizzo la partita giocata, non sottolineo mai i 25 punti del “Bomber-di-Turno”, ma certamente il fatto che il Pivot avversario è stato annullato con anticipi , lotta per la posizione ecc.

Quindi premio il ragazzo che magari ha fatto solo 6Pt. Inizio la difesa in pre-campionato alla terza settimana della preparazione. Aspetto che abbiano fatto un po’ di “gamba”. Quindi, durante la 1° e 2° settimana solo attacco e durante la 3° inizio la difesa

IL TERZO E ULTIMO ARGOMENTO

L’inserimento dei giovani del settore giovanile della prima squadra.

Stiamo parlando del gruppo più vicino alla prima squadra. Il dettaglio fondamentale, che ha la priorità assoluta , è la disponibilità degli allenatori del settore giovanile.

Ho lavorato a Budrio  con Beppe Calandriello e Fabio Bugamelli e colgo ora l’occasione per ringraziarli della loro disponibilità.

Naturalmente ringrazio anche Michele Bazzi , mio assistente per la prima squadra da due anni, che fa anche da raccordo fra i gruppi di lavoro e gestisce gli inserimenti dei giovani nel lavoro settimanale. Questa disponibilità non è relativa solamente a fornire i giocatori, ma precisa disponibilità tecnica.

La prima condizione che abbiamo scelto è relativa al fatto di giocare con gli stessi principi di gioco.

Chiaramente, il programma sarà molto più ampio per la prima squadra, ma basato sugli stessi principi. Parlo di un sistema-base d’attacco e di principi difensivi.

Basket Tex Winter Triangle

Noi giochiamo col “Triangolo di Tex Winter”, che può piacere o meno, ma ritengo che sia molto formativo per un gruppo giovane perché non è uno schema vero e proprio, ma un sistema di gioco dove il giocatore deve saper riconoscere delle situazioni leggendo la difesa e risolverle coi propri fondamentali.

Quindi un sistema-base comune, magari anche una rimessa della palla in gioco, dal fondo e di lato, a piacimento. Noi ne abbiamo quattro e averne una in comune, richiesta con lo stesso “nome” è il minimo per la collaborazione tra i due gruppi.

Poi, massima libertà di avere altri tipi di giochi d’attacco a seconda della propria “filosofia”, riguardo la collaborazione tra gli allenatori.

I progetti sono diversi tra giovani Under e i seniores della prima squadra.

Qui, il giocatore di una certa età va sfruttato per quello che sa fare, perchè lo  esegua con massima fiducia. Comunque sono convinto che non sia una questione di età ma di impegno mentale per migliorarsi sempre.

Con gli allenatori delle giovanili, avendo anche gli “stessi principi difensivi” si crea una base comune che produce meno confusione al giovane quando si allena con la prima squadra.

Basket Triangolo Pinch

Una debolezza? Ho una simpatia particolare per il gioco col Post-Alto detto anche “Pinch-Post”.

Trattasi di una collaborazione a due che si realizza con l’inversione del gioco, dopo aver costruito il “Triangolo Laterale”.

Descrizione:formato il triangolo laterale come “finto-attacco”, il playmaker inverte il gioco, passando a (2), quindi a (5) che si smarca. Dopo il passaggio può rimanere fermo per favorire l’1c1.

Meglio se l’attaccante (2), si muove. Potrebbe tagliare direttamente a canestro (dai-e-vai) oppure seguire il passaggio. I questo caso, la collaborazione-a-due crea una grande varietà di soluzioni. Non è una mia idea, ma la scelta è  sempre un gioco di condivisione con altri che hanno avuto gli stessi progetti.

Esiste anche una “collaborazione” che si è sviluppata  tra gli allenatori che va oltre l’utilizzazione dei giocatori.

Cosa intendo dire? Ho seguito Calandriello mentre insegnava la difesa “1-3-1” , la cui costruzione mi ha molto interessato. Non ho avuto problemi ad adottarla ed utilizzarla negli scorsi play-off.

Per l’inserimento dei suoi Under, mi sono interessato a creare una sicurezza nel giovane ,che veniva di volta in volta ad allenarsi con noi, utilizzando le stesse idee allenate nel suo ambiente, coi suoi compagni. Evitava così di trovarsi in un mondo sconosciuto. Quindi:

•Prima condizione: disponibilità tecnica;
•Seconda condizione : disponibilità del giocatore

Basket Coach and pupils

Non vado, come Capo-Allenatore, dal più bravo anche se ho le mie idee in proposito, ma mi muovo verso l’intero “Gruppo-Under” e chiedo chi è disponibile ad allenarsi con la prima squadra.

Senza mezzi termini dico loro che dovranno fare più ore d’allenamento, più sacrifici e che avranno in compenso molto poco a livello di soddisfazioni. Sta in loro procurarsele, mentre da parte nostra garantiamo il “coinvolgimento” agli allenamenti come se fossero giocatori della prima squadra e questo è un modo per migliorare.

Se ci pensate bene , non è poco.

Quindi disponibilità, meritocrazia, ma tutto in secondo piano rispetto al comportamento. Partiamo sempre da li.

Ho due giocatori giovani in prima squadra che sono fissi, in pianta stabile dentro al gruppo, ma a loro faccio una richiesta specifica ad inizio di stagione: devono essere un esempio da seguire quando giocano con i loro pari età nei campionati giovanili.

Un traino importante , positivo, che eviti comportamenti negativi. Qual è il messaggio? Non giocano in prima squadra perché sono più bravi, ma anche perché si comportano in un certo modo, impegnandosi al 100%. Lo ripeto, sempre positivi negli atteggiamenti.

Basket Italiano

Mi è capitato lo scorso anno che un giocatore giovane , stabile in prima squadra,come  se fosse con noi un orologio svizzero, mai avuto un problema, solo apporto positivo, risultando importante sempre per l’economia della prima squadra…cambiasse atteggiamento con gli Under di pari età. Cosa voglio dire?

Al contrario, è stato ripetutamente dannoso con il gruppo Under. Chiaramente gli è stato fatto presente l’aspetto negativo delle sue prestazioni, sottolineando l’importanza del suo atteggiamento. Per due volte non è stato convocato con noi, sperando di dargli uno stimolo ad avere un atteggiamento migliore col suo gruppo. Ora la situazione è migliorata.

Ci sono bravissimi giocatori che per carattere o per supponenza si perdono. Cerchiamo di “lavorare” anche su questo aspetto perché alla fine l’affidabilità di un giocatore e il suo rendimento passa da un certo comportamento. Quando sarà grande si comporterà nello stesso modo con compagni in età matura?

TORNIAMO AL DISCORSO TECNICO

Basketball Pinch-Post

Adottando lo stesso sistema tecnico di gioco , con noi può venire il 10° giocatore dell’Under e fare tranquillamente l’allenamento, senza dovergli spiegare nulla e questo è un grande vantaggio. In tutti gli anni ci sono periodi dove mancano anche 4 o 5 giocatori della prima squadra. Ci si può allenare bene comunque.

Per la gestione dei giovani in partita, dico sempre loro che voglio giocatori veri, non “tappabuchi”. Per me il giocatore vero gioca minuti “veri”. Se un giocatore non è pronto, non gioca neanche sul “+20” , il tempo della “spazzatura”.

Quelli, a mio avviso, non sono minuti “veri”. Meglio due azioni (un minuto) nel 2° quarto che sei minuti alla fine durante il tempo senza “anima”. Questo lo trasmetto ai miei giovani e quando sono in grado di farlo non ci metto niente a dare loro questa possibilità.

Li metto in questo modo alla prova.

Ci sono momenti che ti costa poco inserirli. Alla fine del 2° quarto, all’inizio del 2° quarto. Se mi danno qualità durante il loro impiego ho più coraggio ad inserirli anche nella seconda parte della partita. Nel momento che entrano sanno una cosa: se difendono stanno in campo, se non lo fanno scendono da li a poco.

Non esiste proprio che li tolga dal campo per un tiro sbagliato. Se non fanno danni “dietro” gli regalo qualche errore in attacco, di conseguenza vanno più sicuri e prendono fiducia.

Basket giovani.1

Se commettono un errore banale in attacco e un “buco” in difesa diventa un problema e li tolgo velocemente. Ogni giocata buona in difesa garantisce loro l’azione offensiva successiva. Spesso li metto alla prova anche con inserimenti nel quintetto di partenza .

Parlo di giocatori pronti in un buon periodo di forma. Come li inserisco? A tradimento!!!

Mai preparandoli prima, non voglio che nessun giocatore dia nulla per scontato. Noi abbiamo un quintetto base, ogni tanto comunico il cambiamento , altre volte no, ai giovani non lo dico mai quando li inserisco. Vedo la reazione, l’impatto della notizia sulla loro personalità…

Spesso questo modo d’agire è positivo.

Un’altra cosa che dico ad un giovane è di rinunciare ad un buon tiro appena entrato!

Mai , in nessuna occasione e con nessun giocatore dico di rinunciare a un buon tiro…tranne (appunto) al giocatore giovane appena entrato. Il motivo? Meglio andare in “temperatura” con una o due azioni .

Dico loro : “Se un avversario ti concede subito un tiro , farà la stessa cosa anche dopo e questo ti permetterà di avere un buon “riscaldamento” che farà aumentare le percentuali di realizzazione”.

(Continua Categoria Confronti…)

Confrontarsi Col Preparatore Fisico

Marani  Preparatore

Carlo Marani è il preparatore fisico con cui ci siamo confrontati nel 2009 a Budrio.

Ha frequentato il corso di allenatore di base e successivamente l’APFIP per la pallacanestro.

Si è laureato nel 2006 alla facoltà di scienze motorie con una tesi su “Influenza delle problematiche posturali nel giocatore di basket”.

Possiede numerose le esperienze professionali, tra cui Budrio nel 2009 con E’ Vita Basket.

Segue da anni le nazionali giovanili, l’anno scorso si è occupato della Fortitudo in B2 e del settore giovanile dei Crabs Rimini.

Nonostante la sua giovane età, classe ‘83, è uno dei preparatori atletici di maggior spessore che ci siano oggi in Italia.

GLI INFORTUNI E LA FORZA NEL BASKET

Due tipi di infortuni

Basket Infortuni

1-Infortuni articolari: distorsioni di caviglie e ginocchia, lussazioni delle spalle e infortuni alle dita delle mani.

2-Infortuni muscolari: elongazioni, stiramenti di varie gravità, strappi muscolari.

Per prevenire gli infortuni articolari o muscolari è importante avere una buona mobilità articolare, allenare costantemente la propriocettività e la muscolatura interessata all’articolazione;

Quindi una preparazione fisica adeguata porterà ad una sensibile diminuzione degli infortuni, seppur da tenere in considerazione gli infortuni di origine accidentale e traumatica (contusioni e atterraggi del piede sul piede di un altro giocatore).

Appena avvenuto l’ infortunio è fondamentale l’ immediata immobilità (allacciare più stretta la scarpa, o bloccare il ginocchio e la spalla) e gli impacchi di ghiaccio, possibilmente compresso, per evitare l’ insorgere di ematoma e gonfiore.

Alternare sempre 10 minuti di ghiaccio a qualche minuto senza, per evitare le ustioni da freddo; dopo 15-20 minuti si può procedere a muovere la parte interessata, togliere la scarpa etc etc.

Basketball accident training

E’ consigliata anche una fasciatura comprimente per la prima giornata di infortunio e tenere l’ arto in alto (all’ altezza minima del petto), onde evitare l’ insorgere del gonfiore.

Dopo qualche giorno, se il dolore o il gonfiore persiste, farsi vedere da un medico per le diagnosi del caso, non improvvisare diagnosi senza gli strumenti o la qualifica necessaria!

Basket Accident.1

Per il recupero post infortunio si deve iniziare dagli esercizi con gradualità lenta ma crescente; iniziare con una mobilità attiva in scarico, muovere la zona interessata senza il peso del corpo, magari utilizzando l’ausilio di una banda elastica, poi provare a fare movimenti in stazione eretta, lenti e rettilinei.

Infine, con il passare dei giorni, si può tornare ad allenarsi sui cambi di velocità, direzione, scivolamenti etc etc, ma sempre senza che il dolore ritorni!

Nel caso di rottura di legamenti o fibre muscolari è consigliabile, dopo 4-5 settimane, una diagnosi di controllo per valutare la totale guarigione, prima di poter tornare ad allenarsi a regime.

Importante anche, nei primi tempi di ritorno in campo, una fasciatura specifica per controllare il movimento; attenzione, una fasciatura sbagliata è dannosa!!

LA FORZA NEL BASKET

Basket Athletic

Distinguiamo tre “tipi” di allenamenti per la forza muscolare:

Il primo è l’ allenamento della forza massima, con carichi tra l’ 85% e il 95% della forza massimale, dove si avranno poche ripetute e la velocità di esecuzione è lenta, sul 10-20% della velocità di esecuzione senza sovraccarico.

Questi allenamenti tendono a sviluppare e a stimolare l’ accrescimento della massa muscolare, per l’ ampia durata della contrazione per ogni ripetuta e il necessario tempo di recupero tra una serie e l’ altra.

Nei giocatori di basket questo tipo di forza, a mio parere, è da allenare fuori stagione e solo per chi ha bisogno di aumentare la propria massa muscolare.

Il secondo tipo è l’ allenamento della forza dinamica massima, con carichi tra il 60% e l’ 85% della forza massimale, dove si avranno più ripetute e la velocità di esecuzione e di contrazione sarà più rapida, circa il 40%-60% della velocità senza sovraccarico.

 

Basketball dribbling

Nel basket è un buon allenamento da fare con bilanceri e manubri in sala pesi, possibilmente lontano dalle partite perché può creare affaticamento muscolare.

L’ ultimo tipo di allenamento della forza è la forza veloce e reattiva, con carichi tra il 20% e il 50% della forza massimale, dove possono essere fatte ripetute veloci e magari composte da più movimenti, associando braccia e gambe, o partenze e atterraggi in monopodalico, o specificatamente tecniche (vedi palle zavorrate o traini elastici).

La contrazione muscolare è veloce, tra il 60% e il 90% della velocità che si ottiene senza sovraccarichi, si migliora la coordinazione e la stabilità articolare.

E’, a mio parere, la forza più specifica per i giocatori di basket, perché oltre che aumentare la forza si può associare un miglioramento tecnico e coordinativo specifico. Si può quindi allenare in campo, integrato con esercizi tecnici individuali.

Il Confronto Con Cesare Rubini

Cesare Rubini.5

Cesare il “principe”, lo ricordate? E’ stato un grandissimo sportivo a livello internazionale cimentandosi con successo in diverse discipline (pallacanestro e pallanuoto). Chi lo ha conosciuto dice che aveva un carattere particolare, come atleta, che sapeva farsi rispettare e riuscire bene in ogni sport. Finita l’attività di atleta è stato un allenatore vincente e un grandissimo dirigente.

“Unforgettable” ,come pochi…

Il suo primo amore sportivo è stato sicuramente il basket. Esordisce con la Ginnastica Triestina e con la quale vince gli scudetti nel 1940 e 1941, finché all’Ausonia non scopre la pallanuoto e soprattutto quanto gli riuscisse bene questa disciplina, tanto che nel 1947 arriva per lui la convocazione in Nazionale sia nel basket che nella pallanuoto.

“Cesare Rubini, aveva una spiccata capacità nel guidare gli uomini. E’ stato il migliore allenatore di basket degli anni sessanta e sedeva nella panchina dell’avversario più difficile, per noi della Virtus. Quella milanese del Simmenthal.

La sua filosofia? Una grande cura per gli aspetti umani e semplicità nell’uso della tecnica. Quando sei un maestro nei rapporti è sufficiente attirare alla tua corte i più bravi, da gestire poi sapientemente.

E’ quello che hanno sempre detto i suoi giocatori, miei amici. Aveva una “rete” costruita con la collaborazione dei suoi allievi per ascoltare i desideri riguardo l’eventuale possibilità di giocare nel grande Simmenthal. Ho appreso questo da Massimo Masini, mio coetaneo e , credetemi, ci sarei andato volentieri. Essere allenato da “Cesare” sarebbe stato il massimo.

E’ stato il promotore della passione come veicolo per apprendere l’arte di allenare: “Se hai qualcosa dentro puoi diventare allenatore, però ci vuole talento. I corsi come priorità non sono la strada giusta.”

Cosa significa avere qualcosa dentro? Cultura, spiritualità ed amore per questo sport. Ecco perché Peterson ha avuto successo a Milano! Era come lui. Infatti , è stato il degno successore di Cesare , anche se , prima di lui ha allenato Alessandro Gamba , allievo prediletto di Rubini, cuore e anima dedicata al basket milanese.

Cesare Rubini.1

Cesare il grande. Il confronto con questo “monumento” della pallacanestro italiana ci porta sulla strada giusta, quella dell’aspetto psicologico come priorità assoluta per gestire il gruppo. Vuoi partire dalla tecnica? Niente di più sbagliato.

La vera strada? Il “rapporto umano” e la capacità di gestire gli uomini, di farli sentire importanti. Ecco il primo passo. Poi, la voglia di lavorare in palestra con intensità per migliorare le capacità fisiche, per difendere con orgoglio. Non ha mai escluso il divertimento, ma quello vero, fatto con l’impegno massimo. Per la tecnica c’è tempo…è l’ultimo aspetto da considerare, anche se importantissimo.

UN ESEMPIO DI COACH

E’ sempre stato critico con gli allenatori che si guardano allo specchio, che pensano alle “passerelle”, che curano soprattutto l’aspetto del rapporto coi giornalisti. Anche nei miei confronti non è stato certamente tenerissimo.

Cosa mi ha sempre rinfacciato? Un allenatore deve buttarsi “full time” e prendere l’attività d’allenatore come un lavoro. Il professionismo è la strada. Fare delle scelte. Se non vuoi fare il professionista, non fare l’allenatore.

Mi è sempre sembrato eccessivo. Infatti, chi ha agito secondo il suo pensiero, nella misura del 99%, non ha certamente curato la propria famiglia. Tuttavia, ha sicuramente ragione quando dice che bisogna fare delle scelte ma, nella scala dei valori, lo sport non occupa il primo posto. Le scelte giuste devono soddisfare i propri bisogni.”

L’INTERVISTA DEL “PRINCIPE”

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Pur non essendo stato il mio allenatore voglio riportare il suo pensiero, la sua saggezza, la capacità critica (positiva) verso gli i giovani Coaches che calcavano la scena degli anni ’70.

Un monito che apparve in un mensile sportivo 30-40 anni fa.  Diceva appunto come doveva essere l’allenatore per potersi chiamare con questo nome. Il titolo dell’articolo?

“Due o tre cose che so di voi”. L’ho sempre conservato e tenuto come punto di riferimento. Prima o poi si raggiunge, gradino dopo gradino, il livello della propria incompetenza. L’errore è sempre in agguato e commetterlo quando sei al “top” ti fa cadere in basso, sollevando molta polvere. E’ capitato a molti, ma non Cesare Rubini.

DUE O TRE COSE CHE SO DI VOI ALLENATORI

“Vita da allenatore: dicono che sia un tormento. Io penso , invece, che sia una benedizione. Si studia, si lavora, si cerca di scalare la grande montagna che è l’uomo. Se è troppo alta, spesso si cade e si rimane senza niente”.

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Bisogna però ricominciare da capo. Si va ai corsi, ai clinic, pensando di potere imparare ad allenare:illusione.

S’impara soltanto se c’è dentro qualcosa, se c’è amore per il lavoro, non per la vetrina, se si comprende che un tecnico è un mezzo per la grande armonia che deve nascere dalla organizzazione di un club.

Non ho mai creduto ai miracoli, alla gente che, svegliandosi al mattino e guardandosi alla specchio ha detto: “Io sarò un grande allenatore!” No, signori. Bisogna cominciare muovendo cautamente ogni passo, un gradino alla volta.

Dai ragazzi alla grande squadra, maturando ogni esperienza, viverla intensamente, sentirsi ogni giorno più preparati, ma soprattutto più solidi spiritualmente e mentalmente.

Non si può diventare  allenatori perché non c’era nulla di meglio da fare: buoni e furbi? Una teoria che non paga. Eh no, ci vuole talento e su questo non ci piove.

Si comincia come istruttore dei giovani, si avanza lavorando in società di valore medio, dimostrando che si sa vivere con i giocatori e si arriva al “top” che vuol dire completezza tecnica, capacità di amministrare psicologicamente un gruppo, umiltà di cercare sempre contatti con la gente, facendo attenzione a non sprecare troppe parole.

Su l’istruttore ho idee abbastanza personali: non è lui che deve andare a cercare i giovani talenti, ma deve essere la società, il capo tecnico ad inviargli i ragazzi sui quali vuole che si faccia un certo tipo di lavoro. All’istruttore il compito di allenare educando. Per questo ci vuole una maturità che non si può acquisire con nozioni apprese da un libro.

L’uomo psicologicamente maturo è quello capace di amare e di lavorare per gli altri. Va da sé che amare vuol dire dedicarsi ai propri giocatori. riuscire ad unificare le componenti della propria personalità, a capire chi si è veramente.

L’istruttore non deve mai pretendere dai propri giocatori una prestazione prima del giusto, in quanto vi sono dei tempi e dei ritmi d’apprendimento naturali dai quali non si può prescindere.

Il ragazzo va in palestra per divertirsi a giocare, per imitare il campione , si auto identifica nel personaggio dei suoi sogni.

L’istruttore deve saper cogliere e sfruttare a beneficio del ragazzo queste sfumature emulative. La palestra non deve essere solamente il luogo dove si fa allenamento, ma un posto dove ognuno è sollecitato a mettere in atto le proprie capacità, dove si socializza e si lavora, divertendosi.

La squadra va considerata prima come entità umana e poi come entità tecnica, mai il tecnicismo deve superare la persona. I ragazzi non sono “robot”, degli automi. E’ proibito far venir nausea di basket ad un ragazzo.

Cesare Rubini.3

La seconda categoria di allenatori , quelli che devono incominciare ad inserirsi nel tessuto connettivo di una squadra, devono essere di temerari, gente che ha voglia di sperimentare, scoprire, cercando però di non dimenticare mai il materiale umano che si trova a disposizione . Osare va bene, studiare sul campo anche, però usando il cervello per non sprecare le mille possibilità che offre la tecnica ai giocatori che sono a disposizione.

IL MITO DELLE SCARPETTE ROSSE

Cesare Rubini è legato al mito delle scarpette rosse. Rosse come la Ferrari, ma anche come le scarpette rosse del Simmenthal.  Storie e colori delle imprese sportive che sanno di trionfi e amarsord, come quando vinsero la Coppa dei Campioni (1966) .

Cesare Rubini si è spento il 08-02-2011. Unforgettable.

Il Confronto Con Aza Nicolic

Aza Nicolic?Indimenticabile,come nella canzone di Nat King Cole.  Un vero gentleman, per disponibilità e garbo con chiunque volesse parlare con lui di basket. Un’altra persona in campo, mentre lavorava, come si stesse girando il film “Doctor Jekyll e Mr Hyde”.

Nicolic.BMP

Un perfezionista , scrupoloso e gran lavoratore sul terreno di gioco. Come detto, qui si poteva vedere un’altra persona: il grande professionista.
Mi chiedeva un collega: “Perché è sempre stanco quando esce dalla palestra? Capisco la stanchezza dei giocatori, non la sua.” Infatti, col termine “lavoro” si è sempre pensato alla fatica del giocatore e mai a quella dell’insegnante. Niente di più errato. Lavorava anche lui, tanto era l’impegno, questo era il motivo della stanchezza. Energie nervose che uscivano dal suo corpo formando un “campo elettro-magnetico”, una calamita, per catturare l’attenzione altrui. Quella dei suoi giocatori, naturalmente che non potevano rilassarsi, se non con la sua benedizione.

Sempre preoccupato che le cose venissero fatte al meglio , utilizzava l’insistenza come “pressione mentale” per cercare di mantenere alta la concentrazione. Capite perché andava a casa stanco, stremato? Correggeva, fermava il gioco, faceva ripetere. Era inflessibile. Si arrabbiava anche, era normale. Il motivo? Scontato.

Non erano ammessi cedimenti di concentrazione nelle due ore e più di lavoro. Quando era soddisfatto concedeva tempi di recupero che si consumavano tirando. Certo, c’era anche il tempo per bere, ma una sola volta per allenamento. Se chiedeva ad un giocatore, alla fine del lavoro in palestra, se fosse stanco, era meglio negare. La spada di Damocle pendeva sulla sua risposta, in caso di affermazione: “Vuol dire che non hai ancora una buona condizione fisica. Farai un lavoro in più…”

Esagerato? Anche nelle vittorie. E’ li che la bilancia tornava in equilibrio. I veri atleti lo apprezzavano, facevano di tutto per accontentarlo. La soddisfazione dei giocatori pareggiava la fatica. Altri tempi.

Infastidisce dirlo, vero? Allora era più facile capire il termine sacrificio, faceva parte della vita normale. I giocatori, erano abituati ad intensificare lo sforzo, a dare veramente tutto. Scoccia doverlo dire, ma è così. Certi giocatori, con grande temperamento e abitudine al duro lavoro nascono anche oggi, sia ben chiaro, ma col contagocce.

Nicolic Ignis

Se il divertimento è una meta da raggiungere sul campo, secondo alcune filosofie, per Nicolic no, non conosceva questo termine. Inconcepibile?
Mentre si lavorava in palestra non ci si poteva divertire. E gli italiani facevano un po’ fatica a comprenderlo. Lui stesso notava la differenza rispetto ai giocatori jugoslavi, ma era fiducioso nel miglioramento di mentalità. Chi ha la memoria che funziona si ricorderà che. negli anni ’60, Aza Nicolic allenava la grande Ignis Varese, diventata “mitica” anche a livello internazionale. Lui era un “duro” ma , secondo voi com’erano i giocatori italiani che “lavoravano” con lui?

BOLOGNA LA MECCA DEL BASKET

Durante il periodo storico degli anni ’70 è stato a Bologna. Allenava la Fortitudo, mentre Dan Peterson stava con la Virtus ed io col Fernet Tonic.
A ripensarci mi viene la pelle d’oca. Che anni indimenticabili! In quel periodo a Bologna hanno lavorato i due allenatori più importanti della storia della pallacanestro bolognese… e italiana. Hanno insegnato a tutti gli allenatori d’Italia . Si può ben comprendere la mia immensa fortuna. Voleva spesso giocare in allenamento contro il Fernet Tonic, terza forza bolognese del basket. Il vecchio Gira, per intenderci. Non mi sono mai piaciute le partite infrasettimanali, ma come si poteva dir di no al “professore”? Potevi confrontare il tuo gioco col suo e magari scambiare qualche pensiero, ascoltare la sua lezione, rubare qualche idea.

DUE PAROLE SU AZA NICOLIC, LA SCIENZA DEL BASKET

Se è riconosciuto da tutti che la razza nera è nata per giocare a basket , bisogna sicuramente aggiungere che quella jugoslava non è poi tanto da meno. Grandi fisici, eccezionale mentalità di lavoro, fantasia , conoscenza dei fondamentali. Li conosco dagli anni ’60 come avversari sul campo e nessuno , meglio di loro sapeva e sa interpretare il basket in modo efficace. Da questa gloriosa razza, madre di tanti campioni ,tre  grandi personaggi si sono distinti su tutti: Aza Nicolic come allenatore , Kresimir Cosic e Drazen Petrovic come giocatori. Quando si parla di loro, i connazionali si mettono sull’attenti in un atteggiamento di rispetto, quasi religioso. Qualcuno penserà , giustamente, che altri personaggi sono da ricordare. E’ vero.  Il loro gioco? Negli anni ’60 e ‘70 giocavano molto individualmente, al massimo giochi-a-due mettendo in vetrina una grande capacità di tiro. Avendo tutti questa caratteristica, si può dire che esistesse una “scuola” jugoslava? Secondo Nicolic , no.

Nicolic Squadra Ignis

Il lettore pensi di essere un giornalista , qualificato e competente, per fare le solite domande che si usano fare ad allenatori stranieri. La prima? Riguarda al modo di giocare  in Jugoslavia.  Bisogna tornare con la mente un  po’ indietro , e immaginarsi la Jugoslavia unita,  quella sotto Tito.

LA SUA FILOSOFIA

“Più o meno si gioca come in Italia, con la differenza che le squadre della Yugoslavia non amano gli schemi fissi e quasi tutte le grosse squadre sfruttano i giochi-a-due per le conclusioni. Raramente si gioca a tre, quasi mai a cinque. La caratteristica principale del gioco? La velocità e si cerca soprattutto di sfruttare la potenza fisica. I giocatori yugoslavi hanno la tendenza a cercare, piuttosto che evitare, il contatto”

Niente da ridire, ma giustamente, veniva particolarmente curato il fondamentale più importante. Infatti, al tiro, gli slavi davano giustamente un’attenzione individuale, i giocatori andavano spesso a tirare per allenarsi da soli. In Yugoslavia c’è sempre stato la “cultura” dell’auto-allenamento. Stiamo parlando degli anni ’60-’70. Tiravano anche con palloni di diverso peso, in differenti modi, sotto pressione psicologica e, lo stesso Cosic, diceva: “Avete mai provato a tirare per 5’ o anche di più, da fermi ed in movimento?” Mai fatto una cosa del genere, ai miei tempi, qui in Italia, sicuramente non ci si allenava cosi. Il Professor Aza Nicolic non voleva parlare di “scuola” perché gli indirizzi da dare al basket sono logici: giocare molto, curare il fisico, esercitarsi sui fondamentali. Che bisogno c’era di dare un indirizzo “scolastico”? Il basket è cosi, ci sono priorità che non vanno trascurate, altrimenti si esce dal campo sconfitti. Ai miei tempi , ma anche dopo, dalla Yugoslavia si vinceva poco. Quando accadeva e ogni tanto ci si riusciva, era festa nazionale. Il gioco di Nicolic però non era fatto di tanta libertà, bisognava muoversi senza la palla, si usavano molto i blocchi e, attenzione, la palla veniva mantenuta nella fascia centrale, niente lato debole&forte.

“Io preferisco che le mie squadre usino una libertà organizzata, anche se i due termini sembrano contrapposti. In pratica voglio che un giocatore non perda mai la sua personalità per sacrificarla allo schema. La squadra deve avere degli schieramenti-base da cui partire per poi muoversi secondo la propria iniziativa. Diciamo dunque: libera iniziativa in un gioco organizzato”

L’idea corrisponde al “passing-game”, a quei tempi cominciava ad essere di moda. Le sue squadre lavoravano molto a metà campo , sia per l’attacco che per la difesa. Contemporaneamente. Non è sicuramente facile, giusto? Quando i suoi giocatori erano impegnati nelle gare di campionato avevano una prontezza incredibile per sviluppare il contropiede . Si pensava addirittura che fosse quello il gioco-base, altro che gioco-libero-organizzato.

IL CONTROPIEDE

“A mio avviso non si può imporre il contropiede, utilizzarlo come un sistema di gioco. Il contropiede è un’arma efficacissima, sulla cui utilità nessuno può discutere. Io dico , tuttavia, che non ci si può basare solo sul contropiede, per quanto organizzato esso sia. Bisogna sfruttare quest’arma nei momenti opportuni, soprattutto quando è necessario cambiar ritmo ad un incontro. Per essere efficace deve restare un’arma che sorprenda l’avversario perché altrimenti, per una squadra, può essere abbastanza facile rallentare il gioco ed impedire la realizzazione del contropiede.”

Si può fare il contropiede solo se si difende. Qui è il “nocciolo” della questione. E la difesa a metà campo deve essere efficace, pressante, pronta ad utilizzare il “battitore libero” l’uomo più lontano dalla palla, il leader della difesa che guida la squadra con la voce… e aiuta! Non viene nulla dal caso una difesa può essere fatta solo con l’organizzazione e bisogna spendere tempo ed energia, mantenere la concentrazione alta in allenamento. Non si può ottenere tutto subito occorre programmare.

“In genere , io credo che, come percentuale media ci sia un buon 60% da dedicare all’attacco e un 40% alla difesa. La mia idea è arrivare abbastanza presto al 50% dei due aspetti principali del basket. L’ideale sarebbe sovvertire i due dati precedenti ed ottenere il 60% del lavoro in difesa. C’è un proverbio che dice che la miglior difesa è l’attacco. Io non sono d’accordo con questa massima e credo anzi che non vada bene per il basket. Semmai , dovrebbe essere capovolto. La buona difesa da possibilità di creare situazioni favorevoli all’attacco. Inoltre, se i giocatori difendono bene, acquistano fiducia in se stessi e non si scoraggiano per gli errori commessi in attacco. Quando si gioca bene in difesa, in genere si riesce a giocare meglio in attacco. Comunque, credo che molti non abbiano le mie stesse convinzioni perché ho visto molti allenatori lavorare per l’80% in attacco ed il resto in difesa”

Capito l’antifona? E’ chiaro perché il “Prof.” è stanco alla fine di ogni allenamento? Sapete cosa significa tenere dieci ragazzi a metà campo concentrati in attacco per impegnare al massimo la difesa? In questi casi la difesa sa benissimo cosa intende fare l’attacco in quanto è la stessa squadra che agisce. E’ qui che il giocatore migliora in quanto deve giocare individualmente , dentro l’organizzazione della sua stessa squadra. E in modo imprevedibile. La sua capacità individuale deve essere portata al massimo e solo il lavoro analitico lo può fare. Quando sono possibili questi miglioramenti? Il lavoro sui fondamentali individuali? Quando troviamo il modo di farlo? Questo è un grande problema. Durante la stagione agonistica qual è il momento giusto da dedicare ai giocatori?

IL GIOCO DI SQUADRA

“Io credo che si possa migliorare poco durante la stagione agonistica, così intensa come quella che di solito porto avanti. Non riesco a dedicare molto tempo ai fondamentali individuali. Il mio compito , durante il campionato, è di tenere i giocatori al massimo della forma e di curare il gioco di squadra , sia in difesa che in attacco. Questo lavoro di miglioramento individuale andrebbe fatto subito dopo il campionato, ma sia i giocatori che la società non sono molto sensibili al problema…”

C’è un tempo per ogni cosa. I fondamentali vanno allenati prima della stagione agonistica per prepararsi al gioco vero e proprio, poi alla fine. Durante la stagione agonistica , quello che conta è il gioco e i giocatori devono sapere esprimere bene questo aspetto che non dipende solo dalla conoscenza del gioco stesso, ma anche dalla condizione fisica. Non è finita. Il basket è un gioco tattico, basato sulla conoscenza delle caratteristiche degli avversari e sul concetto di produrre l’imprevedibilità che è il sale del basket. Tecnica e tattica sono due aspetti che vanno portati avanti essendo anche loro, pilastri della vittoria.

“Credo nella specializzazione. Da qualche anno io faccio degli allenamenti specifici: o solo tattica oppure solo tecnica di squadra. Credo in questo sistema perché è inutile a mio avviso voler fare troppe cose in un allenamento. Bisogna insistere su una sola cosa fin quando non viene assimilata. Alla fine di ogni allenamento io mi chiedo: cosa hanno imparato i miei giocatori, cosa ho imparato io stesso da questa esperienza, che traguardo ho raggiunto o devo raggiungere?”

Una delle definizioni più importanti della pallacanestro dice che questo sport è un gioco di abitudini (giuste) che si ottengono “leggendo la difesa”, ovvero considerando il più grande principio del basket. L’abitudine si ottiene con le ripetizioni che possono essere semplici oppure varianti dello stesso tema. Se si ripetono i movimenti in maniera stereotipata si rischia un apprendimento acefalo che non tiene conto del contesto ,che va vissuto con lo spirito del basket, rappresentato dalla conoscenza della situazione e dalla reazione istintiva. Ripetere in modo continuo lo stesso movimento nel medesimo modo si rischia la noia che è sempre a discapito dell’apprendimento.

IL BASKET E LE ABITUDINI

“Si, il basket è un gioco di abitudini. Certamente lo stesso fondamentale , la stessa cosa può essere presentata in varie maniere, cioè con esercizi sempre un po’ diversi, ma se lo scopo da raggiungere è difficile non è neanche il caso di cambiare troppi esercizi. Bisogna insistere sempre sullo stesso esercizio, anche perché se in un allenamento si cambiano molti esercizi si perde molto tempo per spiegarli e quello è tempo perso. Il problema della noia purtroppo esiste, ma per me non è valido. In palestra si va per lavorare, non per divertirsi. E’ una questione di mentalità che, per esempio, gli italiani non hanno ancora ben assimilato.”

La mentalità del lavoro è sempre stata più sviluppata in Yugoslavia. Anche qui c’entra l’abitudine ma anche la condizione sociale. Essere abituati a lottare nella vita crea anche una buona mentalità sportiva. E’ anche una questione di cultura. Da noi per esempio, negli anni ’60 non avevamo minimamente l’idea di cosa fosse la preparazione fisica e quante volte ripeterla durante il “microciclo” settimanale. Assolutamente nulla, cultura uguale a zero. Va da sé che non sapevamo “come” gestirla.

“Alle mie squadre faccio fare allenamenti atletici col preparatore due volte alla settimana. Preparazione fisica specializzata per 30’ o 45’.  Com’è organizzata? Una serie di esercizi studiati per il cestista. Salti, scatti brevi, piccoli recuperi, scivolamenti difensivi. Contrariamente a quello che fanno in molti non comincio mai l’allenamento con l’atletica, ma uso la stessa per finirlo. E’ dal 1965 che sono giunto alla conclusione che la parte atletica in un allenamento va fatta alla fine. Perché , se si comincia con l’atletica, i giocatori si stancano subito per fare poi, malvolentieri, la parte tecnica. Inoltre, rischiano infortuni a freddo e non hanno più la concentrazione per svolgere gli altri esercizi. Alla fine, invece, pur un po’ stanchi, riescono ancora a concentrarsi su questa parte dell’allenamento che io ritengo importantissima. ”

Gli orari di lavoro. Certamente per l’allenamento , quando si sommano tecnica e preparazione fisica, il tutto non può essere contenuto dentro orari prestabiliti. E’ importante avere la chiave della palestra , oppure il permesso del custode, che va sempre ringraziato. Sappiamo che Nicolic lasciava volentieri a Dan Peterson la prima fascia d’orario pomeridiano perché dalla seconda in poi non c’erano più squadre che potessero interrompere il suo lavoro.

ALLENAMENTO TIPO

“Il mio allenamento tipo? Si comincia con 20’-30’ di riscaldamento fatto con la palla (tiri, contropiede, scatti in palleggio). Poi, ci sono 25’-30’ di lavoro differenziato: da una parte gli esterni e dall’altra i pivots. Gli esterni giocano 2c2 o 3c3, curando alcuni concetti base. Cosa voglio in particolare? La lettura della difesa. La cosa più grave che noto nei miei giocatori è che durante il gioco non guardano quasi mai il comportamento del proprio avversario. Raramente i giocatori eseguono uno-contro-uno in base alle reazioni del proprio difensore, piuttosto giocano a memoria. Questa è una lacuna gravissima e difficilissima da eliminare. Da una parte , quindi , curiamo queste cose e dall’altra i pivots giocano uno-contro-uno oppure 2c2 curando sia la difesa che l’attacco. Ogni tanto questo lavoro viene sostituito dalla difesa pressing 3c3 oppure con esercizi di difesa in soprannumero (1c2; 2c3). Poi, si passa a 45’ di difesa di squadra. Proviamo tutte le nostre difese con il massimo impegno. Dopo ogni esercizio c’è un recupero più o meno lungo di tiro, poi proviamo gli schemi d’attacco e si gioca curando sia l’attacco che la difesa.”

La difesa è la base del lavoro d’ogni squadra che vuole vincere e va fatta disturbando l’avversario per metterlo in difficoltà . L’unico modo è farlo aggressivamente, sulla palla e cercando di evitare la ricezione negli appoggi vicini. La capacità di anticipare per impedire la ricezione è un atteggiamento che dà sempre buoni risultati, ma ci vuole anche il lavoro dei compagni lontani dalla palla, pronti ad aiutare. Il test migliore per un difensore è la sua capacità d’intervento con l’uso del corpo (anticipo, tagliafuori e sfondamento).

“Si, io preferisco la difesa aggressiva. Voglio che il mio difensore studi il suo avversario e cerchi di capire i suoi punti deboli, cosa non gradisce fare per costringerlo a farlo agire solo in questo modo. Nella mia difesa lavorano soprattutto gli esterni che devono chiudere le penetrazioni in palleggio ed impedire tiri facili. I pivots intervengono solo in caso di necessità. Cerchiamo sempre di costringere gli avversari ad occupare posizioni sbagliate o inconsuete per il loro attacco. Anticipare l’attaccante senza palla per farlo andare dove lui non vuole. Mi piace molto la zone-press che va sempre combinata con il pressing. Sono difese da utilizzare solamente con i giocatori adatti a farla”

Negli anni ’60 era di moda (si fa per dire) la difesa “Help And Recover” utilizzata prima di tutti e soprattutto da Bobby Knight, ma poi è diventata nel tempo la difesa base di qualsiasi squadra di basket. Il mondo della tecnica cambia perché si evolve. La difesa di Bobby Knight fu messa in difficoltà col “passing-game”, e allora? Ecco nuove difese all’orizzonte per rispettare la definizione che il basket è uno sport di reazione.

“Help-and-recover, è sicuramente una buona difesa , ma io a Liegi in un film sulla difesa ho visto una novità in questo campo applicata per ora solo in America. Mi ha veramente entusiasmato e la definisco sicuramente il miglior sistema che abbia mai visto. Consiste in una difesa individuale con raddoppi improvvisi di marcamento, su segnale del difensore vicino alla palla. Qualcosa di veramente favoloso, ma per fare una difesa simile occorrono uomini velocissimi, gambe forti e un po’ di tempo per lavorarci sopra”

LA ZONA

La difesa “a zona” è una variante del tema difensivo che comporta un cambio di mentalità per batterla. E’ anche definita la “difesa di squadra” per eccellenza che comporta altrettanta mentalità collettiva per farla saltare. Ogni squadra deve sapere giocare a zona per (almeno) allenarsi, in modo adeguato, abituarsi a batterla. Ci sono tantissimi modi per difendere a zona.

“Parlo volentieri della difesa a zona che abitualmente uso con le mie squadre perché non voglio che sembri più segreta di quanto si dica. Non ci sono segreti nel basket. Un tipo di zona può trovare impreparata l’altra squadra e si possono prendere importanti vantaggi. Anche quando difendiamo a zona noi marchiamo “tutto-campo” i palleggiatori e difendiamo molto aggressivi sull’attaccante con la palla. Inoltre, assumiamo sempre , in difesa, lo stesso schieramento dell’attacco. Poi, cerchiamo sempre di assumere delle posizioni che impediscano all’avversario facili passaggi. E’ un po’ difficile da spiegare , anche perché ci sono altri accorgimenti, comunque non è poi tanto pazzesca come sembra, anche se devo ammettere che non sempre i miei giocatori riescono ad applicarla bene.”

Questo modo di fare la zona è preparatoria alla “Match-up” dove ,appunto, si parte da uno schieramento per assumere velocemente quello degli avversari, praticamente accoppiandosi (Match-up), tale da sembrare una difesa a uomo. Meglio dire che lo è , di fatto. Si parte dal presupposto di conoscere lo schema d’attacco alla zona degli avversari e schierarsi con le “mani alte”. Un bel inganno! Molto diversa è la zona tradizionale , detta anche “classica”. Molti la scelgono per la semplicità…

“La zona tradizionale non mi piace perché dà troppa libertà alla squadra che attacca. Io penso che una buona difesa può decidere la maniera di giocare degli avversari, può imporre un ritmo, può costringere a giocare in maniera precipitosa. Con la zona tradizionale tutto questo è impossibile”

Quando si hanno giocatori bravi è tutto più facile, ma esiste una fase dell’apprendimento dove si formano i ragazzi. Trattasi dell’ambiente del settore giovanile dove i ragazzi devono imparare il gioco attraverso “concetti” e l’esecuzione dei fondamentali.

“Credo che sia il lavoro più difficile e meno riconosciuto. L’allenatore di una squadra deve avere molta pazienza e molto tempo disponibile da dedicare ai giovani. Ho allenato i giovani per anni, poi sono stato insegnante di basket all’università per curare la cultura degli allenatori. Non tornerei più indietro perché non ho più la pazienza necessaria. Mi piacerebbe invece sovrintendere ad un’organizzazione che curi bene il settore giovanile”

PSICOLOGIA

Sia con i giovani, ma soprattutto con “ragazzi più maturi”  l’aspetto psicologico è determinante. Coi ragazzi bisogna parlare per poterli capire e sapere le problematiche della loro personalità, ma bisogna essere decisi per insegnare una disciplina ed educazione sportiva che li aiuterà tutta la vita. Coi giocatori professionisti è più difficile, ma dipende anche dalla cultura del Coach. Si dovrebbe anche qui avere un colloquio costante. Non sempre è così. Molti usano la punizione in modo esagerato altri solo se oggettivamente il professionista manca di serietà nel suo lavoro.
Per esempio, l’orario dell’inizio dell’allenamento e il peso forma sono due dati che non ammettono discussioni. Spesso il rispetto delle regole è inserito nel contratto e la gestione di una parte dello stipendio è nelle mani dell’allenatore.

“So che è importantissimo per un allenatore. L’aspetto psicologico è il mio più grosso problema. Non riesco a comunicare con gli atleti. E’ sempre stato così, nonostante io mi sforzi di migliorare. Evidentemente mi manca qualcosa. Sono dell’idea, comunque, che in una squadra occorra una psicologia collettiva, perché ad un certo livello non si possono più curare i problemi personali. Sono stato per 5 mesi in America osservando il comportamento di molti allenatori. Li ho tempestati di domande sulla psicologia. Alla fine, prima di partire , mi hanno regalato un libro del 1924, l’anno in cui sono nato. Sapete come era intitolato: “Psicologia dell’allenatore di pallacanestro”. Una vera “perla” psicologica, giusto?”

Questo “diario filosofico” del più grande scienziato del basket europeo è stato scritto per contribuire a non dimenticare Aza Nicolic ed il suo pensiero fondamentale. L’ho fatto innanzitutto per me.

Il 14 Marzo del 2000 si è celebrato il suo funerale a Belgrado.

Insieme a lui vogliamo ricordare anche Kresimir Cosic, l’espressione più bella della pallacanestro giocata. Il ricordo va soprattutto all’uomo  e alla nostra amicizia.

Si è spento a Baltimora il 25 Maggio del 1995.

Diversa la tragica morte di Drazen Petrovic che aveva scelto di tornare a casa in macchina piuttosto che in aereo. Un incidente stradale ha troncato la sua vita.

E’ morto a Denkendorf il 1992

La grandezza di Aza Nicolic  non è stata solo in quello che insegnava ai giocatori in campo: è stato il primo a elevare la preparazione atletica a componente fondamentale del gioco, il primo a volere un medico che seguisse la squadra in ogni momento. Le società e gli allenatori di tutta Italia, oltre agli stessi giocatori, hanno imparato molto da lui.

I suoi allenamenti erano durissimi, sapevi quando iniziavi mai a che ora sarebbero finiti: lavorava moltissimo a metà campo, sezionando ogni movimento fino a raggiungere un’armonia e un tempismo perfetto di ogni gioco.

Dan Peterson? Clonatelo!

Ora è in pensione , ma il suo “modello” di Coach è unico. Non si può copiare un allenatore, non ha senso,  ma confrontarsi con lui si. Per comprendere ad esempio di essere sulla stessa lunghezza d’onda in qualche dettaglio didattico oppure argomento tecnico. Si può condividere una scelta, mai l’intera filosofia.

Psicologia e cultura sono le capacità più importanti per un allenatore e sono altamente specifiche. Ma è il carattere che conta, decisivo per la sicurezza e il controllo di se stesso.  Fanno si che si possa prendere per mano un gruppo e fargli percorrere una strada piena di trappole.

Dan Numero Uno

Dan Peterson non si può imitare nel campo della leadership. Si perde subito il confronto. Il “Piccolo Grande Uomo”,  che diventava due metri quando caricava i suoi giocatori, ha una personalità inarrivabile.

Ma, a mio avviso, è stato grande anche nella didattica per l’insegnamento della pallacanestro. Come tutti i grandi maestri ha insegnato ad apprendere la  filosofia del basket,  utilizzando la  sua capacità di grande comunicatore.

Il linguaggio figurato , basato sulla metafora, è stata la chiave della sua didattica. Ci sono tutti gli ingredienti dell’insegnamento che portano il giocatore ad apprendere con consapevolezza. Due, tre piste avanti a tutti, tant’è che ancora oggi nessuno l’ha imitato in quel campo. Maestro della didattica  “metacognitiva” , per questo in grado di essere il “Numero Uno” , non solo nel suo periodo storico, ma per sempre.

Insegnare ad apprendere direttamente dalla vita, perché proprio dalla storia prendeva spunto per comunicare principi e valori.  Esattamente come faceva Annibale  per  battere continuamente i romani, giocando per 16 anni “in trasferta”… 

peterson MacAdoo.1

Amato da tutti i suoi giocatori sceglieva tempestivamente il momento per accattivarsi la loro simpatia.  Un esempio? L’invito a cena se avessero compiuto le mete proposte sul campo, lui che era conosciuto come “l’uomo dal braccino corto” perché non offriva  mai il caffè al bar.

E’ un tipico insegnamento “metacognitivo” perché faceva leva sull’orgoglio per ottenere prestazioni che  l’allenamento fatto in palestra non avrebbe mai potuto produrre .

Come si può pensare di ottenere lo “sfondamento” (fondamentale difensivo)  in partita, solamente con gli esercizi fatti in palestra? La consapevolezza nel farlo può partire solo dall’orgoglio.

Esattamente come faceva Annibale, il più grande allenatore della storia, grande proprio perchè batteva i romani  “in casa loro”  con la psicologia,  che univa abilmente  al senso tattico.

DUE PAROLE SU DAN

“Sono stato molto fortunato nella mia lunga attività di coach. E non lo penso solo io. 

Dopo tanto tempo alcuni colleghi mi hanno confessato, senza mezze misure, di avere provato una certa invidia nel vedermi insieme, tanto tempo fa, a Dan Peterson.

Agli inizi degli anni settanta, avevamo tutti una gran fame di tecnica “cestistica”  e lui veniva dall’altro mondo con lo scettro un’autorità per il mondo del basket. Anche senza sapere se era bravo o no, per noi era già il massimo.

Peterson Grinta

Era americano, vestiva coi pantaloni “quadrettucci” , che poi ha prontamente sostituii con quelli della moda italiana. Teneva però la scena da grande protagonista e a noi bastava. Non voglio però lasciare dubbi: era anche molto bravo. Ve lo dice uno che ha conosciuto fior di allenatori, Dan era super. Il migliore.

Il fascino era talmente grande che l’effetto alone ebbe una grande influenza sui comportamenti di tanti. Alcuni coach cominciarono a vestire come lui, a comportarsi come lui e, naturalmente a copiare quello che predicava, senza sapere che non era possibile farlo.

Copiavano anche la mimica, le pause e il cambio di ritmo dell’oratore, ma soprattutto “contavano” cominciando dal mignolo. Solo gli allenatori erano “innamorati”? Dan era anche entrato nel cuore dei tifosi virtussini.

Era fantastico il suo comportamento e, soprattutto , era un coach diverso dagli altri! Quello che proponeva e come lo trasmetteva non era del nostro mondo.

Gli allenamenti erano a porte aperte. Nessuno lo aveva mai fatto. Ore 16,00 allenamento al palasport di Bologna con la curva est piena zeppa di spettatori. Uno spettacolo. Nessuno giocatore poteva tirarsi indietro nell’impegno  e lui “volava” da un atleta all’altro, legandoli insieme con una dialettica “ispano-americana” ( veniva dalla esperienze del Cile). Una capacità di correzione veramente didattica.

La prima lezione che ci impartiva era la comunicazione figurata, per raggiungere la massima chiarezza. Un esempio di “didattica metacognitiva”.

Poi, l’accessibilità dell’esercizio proposto, che deve essere adatto alle possibilità motorie del giocatore. L’evidenza , basata sulla dimostrazione, che lui sapeva fare benissimo, fotogramma per fotogramma. Quindi, la progressione didattica che va dal semplice al complesso e , infine, il divertimento.

Un programma basato sulla diversità giornaliera del lavoro, non poteva certo annoiare.

IL MICROCICLO DEGLI ALLENAMENTI

Lunedi, riposo dopo la gara.
Martedi,fondamentali individuali d’attacco e gioco: metà campo e tutto campo , basato sulla organizzazione delle situazioni di gioco.
Mercoledi, fondamentali individuali per la difesa , poi situazioni di gioco difensive, quindi il gioco non mancava mai.
Giovedi, massima intensità nel gioco con cura delle priorità difensive ed offensive, senza tante interruzioni. Si arrivava alla fine sfiniti.
Venerdi, cominciava a calare l’intensità, ma solo un po’, per dare spazio alla conoscenza della tecnica dei prossimi avversari. Un lavoro prezioso. Sabato , studio vero dell’avversario e gioco prevalentemente a metà campo. Ripasso delle situazioni d’attacco e difesa. Niente lasciato al caso.   E la domenica? Se giocavamo in casa, ore 11,00, tutti pronti per il tiro. Nessuno poteva pensare di stare a dormire fino a mezzogiorno.

Peterson Virtus.1

Dan è stato il primo allenatore, formatore e programmatore degli allenamenti. Tutto organizzato: un piccolo promemoria da tenere in tasca era la sua guida, una coperta di Linus a cui teneva tantissimo.

Per noi era un modo d’interpretare la professione veramente eccezionale. Per lui non era solo routine, ma proposta precisa di una didattica fondamentale.

Era la “goccia” che cadeva costantemente sul “sasso” per far nascere il “fiore” del basket.  

La stessa cosa ogni settimana. Erano le abitudini giuste che si consolidavano per affrontare la gara.

Attraverso Dan Peterson , tutti noi abbiamo imparato la lezione , anche perché è stato il primo divulgatore della tecnica “cestistica”, attraverso un certo numero di libri.

Non sto ad elencare la sua produzione come autore di best-sellers sportivi, perché non era questa la sua caratteristica principale. Ci mancherebbe!

COME LEE MARVIN

Dan amava ed ama la storia, come dispensatrice di episodi fatti da uomini che l’interpretano a seconda delle situazioni. Proprio come il basket, giusto?

Conoscendo episodi storici e le biografie dei personaggi che l’hanno interpretata , si possono trarre episodi per risolvere le situazioni psicologiche della squadra nei momenti chiave, quelli precedenti alla gare.

Niente deve essere storicamente dimenticato perché tutto ritorna. Non ci avete mai pensato vero? E’ una questione di cultura. Infatti, allenare è principalmente questo…una questione di cultura.

Peterson Driscoll

Dan è stato un grande conduttore di uomini, con lui si arrivava ad interpretare la figura del guerriero in campo. Ti faceva sentire importante e trovava mille modi per trasmetterlo. Un esempio?

L’ultimo allenamento della settimana teneva una piccola riunione nello spogliatoio. Disegnava cartelli che io stesso appendevo sulle pareti e , quando i ragazzi finivano l’allenamento, teneva il discorso preparatorio per la gara, proprio nello spogliatoio.

Non accennava mai ai cartelli affissi, sembravano li per caso, ma i ragazzi li vedevano, eccome!!! Cosa c’era scritto? Con il ritratto di Renato, Villalta dice: “Per vincere a Varese, tagliafuori e sfondamenti. Senza Pieta!”

Peterson Villalta

Infuocava gli animi, non ci credete? Così piccolo, ma grande! Diventava alto più di due metri quando parlava, indicando la via del successo.

Io stesso invidiavo Villalta, Berolotti, Caglieris e tutti gli altri. Avrei voluto anch’io sentire quelle parole prima di entrare in campo. Ai miei tempi ci si caricava da soli e spesso non ci riuscivamo.

Disegnava il viso dei ragazzi come un ritrattista di professione. Era più importante quello, oppure insegnare la tecnica? Chi non è stato giocatore può sorridere , ma non sa cosa vuol dire.

E’ logico che c’è bisogno di tutto, non si può escludere nulla , ma la tecnica è una priorità facile da conquistare. “Ettore, secondo te ,cosa pensano i ragazzi dei cartelli affissi al muro? “Ho visto Villalta staccarlo e portarlo a casa. Sono un messaggio importante.”

Peterson Osserva gioco

Come già detto, Dan era un grande conduttore di uomini che li portava sul campo, per vincere una battaglia. Su una palla vacante si eccitava nel vedere che tutti si tuffavano.

Vietato avere paura del contatto fisico. Se scorreva il sangue, era un buon segno. Una grinta, la sua, che sfiorava la cattiveria. Cosa sarebbe stato se avesse avuto il fisico di Meneghin? Non avrebbe sicuramente allenato.

Mi è sempre piaciuto prestare attenzione a Dan mentre parlava, mi trasportava con l’enfasi, sarei andato in campo anch’io a giocare con loro e per lui. E ora provate a rispondere a questa semplice domanda: “Era possibile imitare Dan?” 

Quelli che lo facevano, copiando i suoi allenamenti , gli schemi o quant’altro erano sulla strada giusta? A mio avviso, lontanissimi dall’essenza del suo essere coach, comunque inimitabile. Mi sembra scontato dire che Dan non era solo un esempio di coach trascinatore, lo psicologo che sa penetrare dentro l’animo umano. Conosceva la tecnica. Alla grande!!!

IMPREVEDIBILITA’

Un dettaglio che nessuno sa è l’interessante orgoglio che lui (raramente) dimostrava nel sottolineare l’idea vincente del gioco di squadra.

In altre parole, era consapevole che l’efficienza di uno schema (offensivo e difensivo) ,diverso da quelli che si vedevano in campo, era fondamentale.

Aveva un sentimento innato per la diversità tecnica che determina l’imprevedibilità di una squadra.

Un giorno cominciò ad allenare i ragazzi per fare la zone-press. “Dan, perché lo fai?” gli chiesi, “Perché non lo fa nessuno ed avremo molti vantaggi da questa sorpresa. E un po’ di tempo per viverci sopra”.

Per un mese vincemmo con la zone-press in tutti i campi d’Italia. Per allenare ci vuole anche il coraggio che viene dalla sicurezza delle proprie idee. Uniformarsi tecnicamente agli altri non è la strada giusta. Certo non si può rinnegare il valore dei fondamentali che lui faceva inesorabilmente esercitare ogni settimana ,nel suo microciclo settimanale. Era però solo routine.

Peterson suadra virtus

Ma l’idea tecnica che sconvolge le abitudini degli avversari non è certo da meno, per importanza, nei confronti dei fondamentali individuali e di squadra.

Lui aveva questo sentimento, che io ho colto. Non ha mai manifestato apertamente questo pensiero, forse era istintivo, ma io l’ho compreso perché sono d’accordo con quella sensibilità che appartiene anche al giocatore protagonista.

Non è mai stato un giocatore di quel tipo , quello cioè che sorprende ed improvvisa , ma Dan ha avuto l’intelligenza sportiva di comprenderne l’importanza ,che ha sempre espresso come coach.

Che dire ancora di Dan? Aveva un grande rispetto delle idee dei giocatori.

Se uno di questi gli diceva che per lui sarebbe stato meglio fare diversamente rispetto a quello che lui stesso proponeva, gli rispondeva con sincero entusiasmo di provarlo a fare. Senza problemi da parte sua.

Quanti allenatori hanno questa formidabile capacità? E quanti risultati positivi si raggiungono in questo modo? Per finire, diciamo che psicologia, programmazione , lavoro sui fondamentali erano la base della filosofia di Dan, ma c’erano anche idee tecniche , nuove e rivoluzionarie per quel periodo storico.

Triangolo alto-basso.1

Portò il “Triangolo laterale alto-basso” che si distingueva nettamente da quello di Tex Winter.

Il playmaker si spostava di lato e quattro attaccanti si posizionavano al limite dell’area. Lo scopo? Costringere i propri giocatori al gioco di squadra, mancando lo spazio per l’1c1. Era interessante anche il comportamento della difesa il cui spazio per muoversi era altresì insufficiente.

Un gioco che migliorò incredibilmente l’abilità nel passaggio dei giocatori. Non c’erano tracce da seguire schematicamente e quindi prevedibili, perché gli attaccanti si muovevano liberamente come dentro la loro casa.

Era la palla che si muoveva veloce. Come nell’attacco alla zona, doveva andare da un lato all’altro, dall’alba al tramonto.

Prima che la difesa si adattasse a questo modo d’interpretare il gioco, passò il tempo necessario affinché tutto il movimento cestistico italiano facesse propria l’idea per controbatterla.

Ogni sua intuizione finiva così. E quello è stato anche il tempo del suo successo.”

 

Il Confronto

Coach

Non ci sono solo confronti tra culture e religioni, ma ogni campo delle idee merita questo spazio.

Cosa voglio dire? Sto pensando anche allo sport che è patrimonio di conoscenze.

C’interessano particolarmente i confronti delle idee sul basket, ma non solo. Infatti, anche il calcio ha affinità interessanti col nostro sport.  Penso che siano due attività sportive che agiscono come due “gemelli”, ma con diversità  evidenti d’ interpretazione.

Oppure possono considerarsi come due “rette sportive parallele ” dove i componenti che operano viaggiando su una, “buttano l’occhio” su quello che succede da l’altra parte. Ovviamente, scopro “l’acqua calda”, è un fatto risaputo.

Aforismi

Prendere , rubare idee dal mondo degli altri sport è utilissimo. E’ logico che si deve rispettare il principio dell’adattabilità. Un esempio? La difesa a “zona” è stata utilizzata da entrambi gli sport, così come la “uomo”.

La “Zone-Press”, invece, si è vista prima sui campi da basket, così come il “control-game”, legata alla regola dei 30”.

Pian piano , molto tempo dopo, è stata fatta  anche nel calcio. E’ stato , inizialmente , un problema di spazio, colmato poi dal calcio con la  sua evoluzione fisica e tecnica.

Questo sport, non dimentichiamolo, è stato definito (giustamente) “naturale”, mentre il basket è “costruito” sulle regole e fondamentali dove le prime hanno la priorità sui secondi.

Dan Ball

Per questo motivo l’evoluzione è stata rapida nel basket perché cambiando le regole mutano certi aspetti del gioco.

Non c’interessa solo la “storia” dei due sport, ma quella degli allenatori che ne hanno segnato le tracce, comportamenti filosofici a cui tutti hanno attinto.

Questi allenatori sono anche chiamati i maestri dello sport e bisogna confrontarsi con loro pensando di non copiarli.  

Comprendere il “perché” del loro agire sarebbe già un “bell’andare”.  Per quanto siano stati “grandi”, per l’esempio e per il loro procedere come “apripiste”, spesso mi chiedo:

“Ci sono allenatori del passato che potrebbero allenare nel presente?” 

Sicuramente, ma pochissimi a mio avviso, perché ogni tempo storico presenta caratteristiche particolari , sia nella cultura che abitudini dei singoli. Abbiamo comunque ottimi esempi nel calcio e nel basket, dove questi personaggi si sono adattati alle priorità che caratterizzano i vari periodi.

Si preferiscono , in genere, i giovani coaches, ma c’è ancora posto per i vecchi.  Devono avere soprattutto capacità psicologiche e culturali notevoli.

A questo punto devo cominciare sbilanciandomi un po’: sono certo che lo potrebbe fare Dan Peterson, ma non solo. Non voglio fare torto a nessuno perché la scelta, il giudizio, appartiene alla mia conoscenza che è, ovviamente , limitata. Tuttavia, mentre alcuni allenatori erano figli del loro periodo storico, Dan è padrone della “Didattica Metacogniva” ovvero dell’insegnamento per la consapevolezza.

Questo nuovo capitolo vuole aprire un immaginario confronto d’idee, basato su quello che si conosce della “filosofia” di questi “maestri”,senza fare un elenco dei risultati ottenuti. C’interessano quindi le loro opinioni.

Nicolic.BMPRaccontare come agivano e perchè, sarà il nostro compito, col supporto della conoscenza dello scopo che volevano raggiungere.

Può essere un valido confronto con gli allenatori del nostro periodo storico? Il motivo della sicurezza che ho su Dan Peterson potrebbe essere spiegata in poche righe, ma risulterebbe arida.

C’è invece la necessità di sottolineare il grande merito che bisogna riconoscergli.  Sicuramente Dan è  il rappresentante N°1 della “didattica metacognitiva”.

Quando arrivò in Italia nel 1973 ero suo assistente e sono rimasto al suo fianco per 5 anni. Diversa era la filosofia di Aza Nicolic, anche lui a Bologna nel periodo che allenavo il Fernet Tonic. Insieme a questi due grandi allenatori aggiungerei Cesare Rubini.

Dopo di loro l’allenatore che ha avuto più successo è stato Alberto Bucci. La sua capacità di “gestire” lo rende adatto a tutti i periodi storici. Ha cominciato negli anni ’70 come Dan Peterson e ancora nel 2015 è in grado aiutare ogni tipo di giocatore.

(continua…)