La Didattica Metacognitiva

Ovvero, apprendere con consapevolezza

Driscoll e Roche

C’è stato nella storia della pallacanestro italiana un solo allenatore che aveva nella sua didattica l’idea di far apprendere con consapevolezza. Dopo 45 anni il suo “verbo” è ancora attuale.

Trattasi di Dan Peterson. Da lui viene l’idea di ripetere la pratica dei fondamentali secondo la metafora della “Goccia ed il Sasso”.

Ogni settimana , il martedi e mercoledi erano dedicati ai fondamentali individuali, offensivi e difensivi. Una goccia costante che cadeva sulle abitudini tecniche dei giocatori.

Una grande lezione con al centro il giocatore che può crescere coi suoi tempi di apprendimento.

Non solo. L’insegnamento donato allo stesso atleta procedeva ricercando l’accessibilità del messaggio tecnico, nel rispetto della persona.

Una attenzione didattica che vale per tutti i livelli, dalla scuola elementare alla serie “A”.

Non tutte le didattiche devono essere necessariamente uguali.

Per esempio Peterson aveva una didattica opposta a quella di Aza Nicolic, basata sull’insegnamento che viene dall’alto.

Due personalità e culture diverse, entrambe di successo in un certo periodo storico (allenavano a Bologna negli anni ’70).

Tuttavia , quella di Dan Peterson si è rivelata vincente in ogni periodo storico ed è ancora attuale. Questa la grande differenza.

LA DIDATTICA E’ L’ARTE DELL’INSEGNAMENTO

Aforismi

Dipende dalla propria cultura anche se i libri di scuola ce ne hanno proposta una, quella classica.

Non bisogna però seguire quello che dicono gli altri, ma solo tenerne conto.

Va da sé che ne conosciamo l’esistenza da sempre, appresa da tutti gli allenatori , che segue le regole della: “chiarezza”, “accessibilità”, “evidenza”, “progressione didattica”, “divertimento”.

Niente da ridire, un ottimo punto di riferimento.

Ne esiste però un’altra, più profonda , che tende alla consapevolezza, quindi all’autonomia.

E’ basata sulla ricerca del perché, quindi della “comprensione” che noi chiamiamo “spirito del basket”.

Coach e Pick-Roll

Diversa dalla didattica che fa dei giocatori degli esecutori, sfruttando solo il fisico.

Infatti, il termine “metacognitivo” significa oltre la conoscenza normale, una percezione più profonda che induce a chiedersi il perchè di quello che succede in campo. Faremo alcuni esempi per l’accessibilità del termine.

Va da sè che la didattica e il suo modo di procedere sono un aspetto personale della cultura. Oltre ad essere “elastica”, adattata cioè al gruppo di allenamento , si prenota per dire la sua riguardo un tema importante: insegnamento e apprendimento.

INSEGNAMENTO E APPRENDIMENTO

Poiché è l’insegnamento che si avvale della didattica (Progressione Didattica), va da sé che insegnare ed apprendere non sono per niente la stessa cosa. Se c’è un insegnamento, come viene appreso? Con consapevolezza? Qui, di solito, nascono i disaccordi.

Si può sicuramente insegnare , ma anche apprendere con superficialità e insicurezza. Scontato? Forse. Sono sicuro che molti insegnano pensando che attraverso la “progressione didattica” l’allievo apprenderà con consapevolezza. Non è così.

Cosic coach

Ci troviamo in una situazione veramente ingannevole perché, in effetti, con la progressione didattica s’impara indiscutibilmente con facilità, ma anche con dipendenza psicologica.

Un pensiero che mi ricorda la frase famosa di Kresimir Cosic: “Giocatore, allenatore dipendente, tristo-che-puzza!”

Nello sport occorre essere consapevoli, sicuri di se e avere la forza di superare da soli gli ostacoli. Si chiama “autonomia”.

Quindi, occorre andare “oltre” l’uso massimale della “progressione didattica” e limitarla.

Bisogna assicurare agli allievi un apprendimento che lasci una traccia consapevole nella memoria. Va da sè che è necessario invitarli all’auto-allenamento.

UN TERMINE POCO GRADITO

Avere Talento

Auto-allenamento? Arricciano il naso gli allenatori aggrappati alla “procedura didattica”. Eppure loro stessi affermano che l’autonomia è la grande meta del dell’allenatore in generale o del Preparatore in particolare. Una contraddizione.

Si va dal piccolo al grande, dal semplice al complesso e l’allievo ha un apprendimento apparentemente facilitato. E anche comodo, senza però essere un vantaggio perchè produce insicurezza di fronte ad ostacoli non contemplati precedentemente.

Nelle situazioni imprevedibili se la cava sempre e solamente il ragazzo autonomo. I giovani giocatori argentini e spagnoli sembra che nascano con questa caratteristica. Sarà un caso?

Ci si trova nella situazione di quei genitori che danno tutto ai propri figli, togliendo però il gusto della conquista, fatta con sofferenza e sacrificio ,che porta però ad un’esperienza consapevole.

5c5 attacco al pressing

E’ la fisiologia della memoria che insegna. Ci dice che l’apprendimento consapevole lascia una traccia molecolare perenne. Una base, una pietra angolare per costruire movimenti più complessi.

Deve essere però fatto come un’esperienza personale, giocando. Soprattutto in allenamento, come si può vedere dal video.

Va da se che i ragazzi si muovono liberamente con principi di gioco, leggendo la difesa e la conclusione è istintiva.

LA CONSAPEVOLEZZA

La “didattica metacognitiva”, dunque, mira a rendere consapevole l’allievo dei suoi processi conoscitivi e a metterlo in grado di sceglierli, controllarli e migliorarli.

Allo scopo consigliamo l’auto-allenamento per tiro-rimbalzo. Non solo.

Tutti devono provare l’organizzazione del playmaker e solo in un secondo tempo , tutti giocano nel ruolo del pivot. Due soli ruoli, ma inizialmente uno solo, il playmaker.

Mi sembra importante mettere in bella evidenza alcuni modelli che riguardano l’apprendimento consapevole. Sono esempi interessanti.

Esercizio autovalutazione

1-La consapevolezza viene quando una persona è immersa in un problema che deve risolvere da solo.

Come guardare e vedere per copiare, riproducendo esattamente il movimento di un compagno. Copiare e realizzarlo esattamente in partita. Inizialmente la montagna è troppo grande da scalare, ma non per tutti.  Copiando a scuola si diventa “asini”, ma nel basket “campioni”.

2-La consapevolezza è come il giovane pittore che prende i colori per mescolarli e scegliere la tonalità giusta.

Vuole illustrare un sentimento che è partito da dentro ed arriva a sognare la risoluzione. Si sveglia per scriverla sul libretto degli appunti. Lo fa per non dimenticare la decisione. Se avrà successo, a livello molecolare, una traccia di memoria si insedierà per sempre.

Se il suo maestro gli avesse costruito, con progressione didattica, la modalità risolutiva, non sarebbe stato la stessa cosa, non avrebbe costruito nella sua memoria una sicurezza, un ricordo per sempre.

Metterlo in condizione di eseguire quel processo con motivazione, dicendogli che avrebbe dovuto raggiungere il risultato da solo, il maestro è sceso sul campo dell’insegnamento fatto con didattica metacognitiva.

3-La consapevolezza assomiglia al giovane disegnatore di fumetti che ha una sceneggiatura scritta da trasformare in immagini.

Devono diventare una storia sulla base di una narrazione attenta, precisa e costruita con realismo. Dopo grandi difficoltà, se riuscirà a risolvere il problema, farà un’esperienza da memorizzare positivamente, una base stabile per nuovi apprendimenti e risoluzioni.

Se avesse avuto il maestro pronto a fargli seguire un’idea passo-a-passo, una strada percorsa con didattica dettagliata, senza stress e facilitata, il giovane fumettista sarebbe diventato un insicuro operatore. 

Solamente un buon esecutore, ma dipendente.

1-La conquista

4-La consapevolezza è ciò che risulta da un allenamento individuale di “tiro a canestro” dove però l’allievo, allenato precedentemente dal maestro insieme agli altri, ora è solo.

E da solo deve migliorare i difetti che l’allenatore ha rilevato. Se riesce nell’intento, se corregge le carenze della “meccanica del tiro”, quelle relative al “controllo della parabola”, “regolazione della distanza”, delle “spinte” che partono dai piedi fino alle dita della mano, diventerà consapevole, sicuro e autonomo.

Completerebbe la capacità di correggersi se usasse anche la correzione “fisica”, andando a rimbalzo.

La sua memoria immagazzinerà tutto con consapevolezza e farà agire il giocatore in un modo diverso.

Diverso da quello che avrebbe fatto se il risultato finale fosse stato raggiunto con la sola “progressione didattica” e sempre in presenza dell’istruttore, suggeritore delle correzioni.

Va da sé che questi agisce con “didattica metacognitiva” se induce l’allievo a completare il suo insegnamento  convincendo il giocatore ad allenarsi anche da solo.

Andare a rimbalzo dopo il proprio tiro è solo una questione di “comprensione”. Un ragazzo intelligente comprende che l’avversario è battuto, senza scampo.

REPETITA IUVANT

Chi insegna non può avvalersi solo della “progressione didattica”, ma riconoscere che con la “metacognizione” si arriva alla consapevolezza di quello che l’allievo apprende, l’inizio del percorso che conduce all’autonomia.

Si comprende questo concetto solo se si conosce il funzionamento della memoria, la sua reazione fisiologica di fronte all’esperienza personale, fatta con partecipazione mentale.

IL GRANDE LAVORO DELL’ISTRUTTORE

Coach

Va da sé che la didattica metacognitiva si avvale dell’auto-allenamento come uno dei tanti modi per espletarla. Pensate forse che l’allenatore non sia ugualmente importante?

E’ semplicemente indispensabile quando indica la strada della consapevolezza che si raggiunge facendo anche scrivere, su un quaderno, il programma dell’allenamento.

Con gli scopi degli esercizi, naturalmente.

La consapevolezza per apprendere il Gioco-del-Basket può realizzarsi solo giocando nei tantissimi modi che l’allenatore conosce per la pratica di campo, ma anche stimolando il giocatore verso il Play-Ground e giocando insieme a giocatori di altre squadre.

Quando dico “giocare” intendo la pratica del 5c5 fatto nella metà campo oppure tutto campo.

E’ nettamente diverso che apprendere il gioco con gli esercizi in progressione didattica, che comunque vanno usati senza esagerare.

Contropiede.2

Il “gioco” ha bisogno di essere interpretato dai soli “principi” per lasciare fare un’esperienza.

Un esempio dei principi da osservare? Non c’è solo “leggi la difesa” e la partita. Costringi il difensore a fare quello che vuole l’attaccante è un bella meta da conquistare.

Con l’idea prioritaria, rispettando gli spazi da sfruttare,  di battere l’avversario quando c’è il possesso della palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Ovviamente occorre un’idea che leghi e sviluppi questi principi, non si può pensare che tutto nasca spontaneamente. L’allenatore ed il suo lavoro… sono fondamentali.

SOLO PER CONCLUDERE

A nostro avviso, questa è la “metacognizione” che va oltre la conoscenza normale delle cose. 

Didatticamente, si parte dal “lasciare fare una esperienza” che è uno dei nostri segreti più importanti , anche questo è un insegnamento “metacognitivo”.

Lo si raggiunge dedicando molto tempo al gioco. Gioco libero  per  scegliere quelle idee che dovrebbero pian piano sostituire le abitudini pregresse dei giocatori. Innanzitutto tiro-rimbalzo e non solo tiro. Se i professionisti non seguono il loro tiro, non possono essere imitati dei giovani. Coi giovani non bisogna mai usare le procedure con tiro senza rimbalzo.

Occorre allenare con costanza formando abitudini giuste, valide sempre.  Tiro-Rimbalzo è valido sempre.

Il fiore nella roccia

La “goccia e il sasso” ci guida sempre. La continuità fa nascere il fiore del basket. Dan Peterson docet.

I miglioramenti partono dalla esperienza personale e avvengono quando il giocatore deve scegliere, in modo consapevole , la nuova strada.

Solo così il ragazzo impara. Non tutti scelgono di cambiare, solo i migliori lo fanno per migliorare.

L’apprendimento è una vittoria della motivazione individuale.

Passa attraverso le correzioni personali e quelle delle scelte, dopo l’intervento tecnico dell’allenatore, poi realizzate perché comprese. La comprensione stimola la decisione del cambiamento.

La comprensione è lo spirito del basket.

Tex Winter e Il Triangolo Laterale

Morice Tex Winter
Morice Frederick “Tex” Winter è stato una leggenda della Nba, allenatore di successo e innovatore del sistema di gioco americano con il suo “Triangolo Offensivo”.

Dopo 62 anni di panchina ha lavorato come consulente di Jackson per i Bulls , poi per i Lakers. Detiene nove anelli di campione del mondo.

Studiando a Los Angeles presso l’Università South California , nel 1947 imparò il triangolo offensivo da Sam Barry.

Tex Winter Kansas

Immediatamente, Coach Winter cominciò la sua carriera nel mondo della pallacanestro professionistica come assistente del noto coach, premiato nel Hall of Famer , Jack Gardner, nella squadra Kansas State University (Manhattan Kansas).

Tex Winter Giovane

Nel 1951 diventò il più giovane allenatore nella lega universitaria americana alla Marquette University.

Poi è passato come allenatore nel Kansas State, dove si fermò per 15 anni, vinse otto titoli della “Big Eight Conference” e si qualificò per due Final Four. Fu premiato come allenatore dell’anno 1958.

Tex Winter Libro

Quattro anni dopo pubblicò un libro sul “triangolo offensivo”, sistema che utilizzò con successo al Kansas State, intitolato “The Triple Post Offense”.

Allenò anche Houston Rockets, University of Washington a Seattle, Northwestern University Evanston , Illinois e Long Beach State , California. Un computo generale di 454 gare vinte a livello universitario.

Tex Winter Assistant

Come detto, all’età di sessantadue anni, nel 1985, cominciò una nuova tappa della sua carriera come assistente allenatore con i Chicago Bulls.

Affiancando Phil Jackson, primo allenatore dei Bulls dal 1989, Tex Winter fu parte integrale dei 6 campionati vinti dai Bullls nel 1991, 1992, 1993,1996,1997 e 1998, con un record di 72 vittorie in una sola stagione.

Phil Jackson è stato un grande estimatore del Triangolo Laterale. Ha fatto di tutto perché il suo vate lo seguisse. Tex Winter segui Jackson quando lasciò i Bulls per Los Angeles Lakers, dove aggiunse altri tre titoli alla bacheca personale: 2000, 2001 e 2002.

Tex Winter Book

La sua vitalità, saggezza e integrità sono note così come il suo contributo al gioco del basket rimarrà nella storia. Il suo libro “Il triangolo offensivo” è all’ennesima edizione ed è stato pubblicato in parecchie lingue, considerato uno dei migliori libri di strategia del gioco.

L’importanza di Tex Winter non è qualificabile in numero di premi come quella di Red Auerbach o John Wooden. 

Tuttavia, il suo segno rimarrà nella storia come l’uomo che insegnò la geometria del basket a Phil Jackson, Michael Jordan , Shaquille O’Neil , Kobe Briant e Steve Keer.

ANALISI TECNICA DEL TRIANGOLO DI TEX WINTER

Analisi Triangolo

1.E’ un attacco che basa la sua caratteristica principale , l’idea leader, sul gioco del pivot e sulla circolazione della palla, particolarità che gli permette , teoricamente , di giocare contro qualsiasi tipo di difesa;

2. La distribuzione degli spazi prevede un cambiamento di schieramento per facilitare sia la costruzione del triangolo laterale che la circolazione della palla;

Analisi Triangolo.1

3.La spazialità è garantita dalla possibilità della costruzione del triangolo laterale su entrambi i lati dell’area. Tutti devono essere pronti a giocare nella circolazione interna ed esterna;

4. E’ un attacco di collaborazione a cinque con molta libertà d’esecuzione, basato sul passaggio e movimento, ma con una meta precisa, già sottolineata: la costruzione di un triangolo laterale per servire il pivot dentro le linee difensive;

Analisi Triangolo.2

5.La formazione del triangolo , sul primo lato, è una sorta di “finto attacco” per creare volutamente un lato forte e debole della difesa. Con più s’impegna la difesa su questo lato, più fragile sarà la sua reazione nel ribaltamento del gioco. Si può giocare in continuità da un lato all’altro, difesa permettendo. Questo concetto lo rende un valido attacco contro la zona.

6.In fase di transizione offensiva non c’è specializzazione del palleggiatore per la conduzione del contropiede. Per fare il primo passaggio, avanti, all’ala, qualunque esterno può prendersi la responsabilità di questa esecuzione;

7.Il ricevitore del primo passaggio è il “fulcro” di tutto l’attacco. Da lui partono vari tipi di passaggi ad altrettanti compagni, che caratterizzano la diversità d’azione;

Analisi Triangolo.3

8. Tutti i principi di gioco sono applicabili all’attacco “triangolo laterale”, per questo motivo molti allenatori lo considerano la meta didattica di un settore giovanile. Essendo però , il basket, uno sport opinabile bisogna anche dire che altrettanti Coach non sono d’accordo.

9.Non è uno schema rigido. E’ un attacco flessibile, facile da fare nella sua “costruzione” , ma anche prevedibile per la difesa. Questo dettaglio non è negativo, ma fa pensare. 

Non sarà l’efficacia del sistema a favorire i vantaggi per un tiro, ma l’imprevedibilità tecnica dei giocatori nel battere l’avversario con palla, senza la stessa e a rimbalzo.

L’imprevedibilità è una caratteristica speciale che si trova solo nei grandi giocatori.

10. Come detto, non tutti gli allenatori sono d’accordo di usarlo coi giovani perché è un attacco per specialisti.
In un settore giovanile , dove la specializzazione non deve essere né pensata e ricercata, è bene che si giochi anche con altri concetti.

Analisi Triangolo.4

11. Questo discorso ha un significato preciso, che non esclude l’utilizzazione del triangolo laterale. Infatti se è vero che tutti i giocatori devono essere in grado di avanzare con la palla, organizzare e giocare 1c1 tutto campo, allo stesso modo gli stessi devono essere in grado di giocare nella posizione di pivot, caratteristica di questo attacco.

11. Il “Pinch-Post”. E’ una delle soluzioni più interessanti del gioco. Si può considerare come una variante dell’attacco per favorire l’1c1 oppure il Gioco-a-Due col Post. L’immagine è chiara.

Si realizza formando il “triangolo-laterale” come “finto Attacco” per una inversione rapida e successivo gioco col Post. Le soluzioni sono molte, che vedremo.

Innanzitutto l’1c1 con metà campo a disposizione. Anche negli anno ’60 si sfruttava il “Triangolo laterale” in questo modo.

LA SPARTIZIONE DELLO SPAZIO

Triple post offense

Un attacco va sempre adattato alle caratteristiche psicologiche-fisiche e tecniche dei propri giocatori.

A seconda di queste caratteristiche c’è una diversa spartizione dello spazio.

Nel Diag.1 i giocatori sono disposti per una partenza che ricorda anche un tipo di attacco alla zona “2-3”.

Era la partenza che utilizzava Tex Winter allenando il Kansas State. Contro la difesa individuale può esserci una collaborazione tra (4) e (5), senza palla, per la formazione del triangolo laterale.

Con i Bulls si utilizzava un attacco “2-3” (vedi Diag.2) mentre con i Lakers (Diag.3) , quando K.Bryant vuole giocare in posizione di post-medio, sfrutta il blocco di (5) per posizionarsi. Il blocco di (5) ,che manda un esterno dentro il triangolo laterale, può essere fatto anche per le guardie.

Possiamo dire , senza ombra di dubbio che tutti questi schieramenti sono pronti ad attaccare la “zona” e qualsiasi tipo di difesa “mista”.

Va da sé che, per adattare il gioco del “triangolo laterale” alle caratteristiche dei propri giocatori, si possono utilizzare anche altri schieramenti.

SERVIRE IL PIVOT

Triple post offense.1

Ogniqualvolta la palla è nelle mani dell’attaccante posizionato in “ala” ed il nostro pivot è marcato dietro, sarà obbligatoriamente destinatario del secondo passaggio.

Automaticamente, potrà diventare l’autore del terzo passaggio, leggendo la difesa.

Ovviamente, potrà concludere con una soluzione di uno-contro-uno comportandosi come nei tre casi che seguiranno:

Il giocatore “chiave” sarà sempre (3) che è in grado di vedere, leggere e passare la palla, direttamente o indirettamente.

Nel Diag.4, il passaggio è diretto.
Nel Diag.5, il passaggio può essere diretto, ma anche con la sponda portata da (4). Se il pivot (5) non riceve il passaggio deve spostarsi in post-alto. Nel Diag.6 , l’ala (3) può passare in angolo a (2) , oppure aspettare l’azione “alto-basso” con l’intervento di (4).

Infatti, questa è un’azione classica in quanto l’ala dal lato debole deve sempre muoversi verso la palla per togliere la possibilità dell’aiuto da parte del proprio difensore. In questo caso, è anche un aiuto veramente importante per poter passare, indirettamente, a (5).

Triple post offense.2

Ecco la grafica del movimento “completo”, che sottolinea il momento in cui la palla viene passata a (4) , nella posizione di post-alto.
C’è la possibilità, da parte di (4), di passare direttamente a (5) oppure servire il taglio “back-door” di (1).

Ovviamente, dopo il passaggio di (3) per (4) , c’è il suo successivo movimento con blocco per (2). In questo modo si mantengono i difensori impegnati. Il pivot (5) gioca individualmente , buttandosi dentro, sfruttando il “tagliafuori” d’attacco(mantieni la posizione), contro il suo difensore che anticipava.

GIOCARE “DENTRO” IL TRIANGOLO

Triple posto offense.3

Vediamo nel Diag.8, una situazione dove si vuole utilizzare il “triangolo laterale” per servire la palla al pivot (5).

Basta immaginare che il (5) sia Squille O’Neal e che qualcuno pensi di anticiparlo.

Nel Diag.9 abbiamo la classica soluzione col blocco cieco di (5) e la possibilità di uscire per giocare con (2). Il suo dai-e-segui crea la premessa di un gioco a due laterale.

Nel Diag.10, il dai-e-vai di (3) libera lo spazio per il pick-and-roll di (5) con (2).

GIOCO CON L’ALA

Triple post offense.4

Se l’ala (3) trova i compagni del “triangolo” anticipati, può invertire il gioco per l’1c1 dell’ala come si vede nel Diag.11.

Se il compagno (4) è anticipato si può giocare “le mani parlano” che rende il back-door imprevedibile (Diag.12) .

L’ipotesi più pericolosa per la difesa è il movimento “Flash” dell’ala (4) che riceve per uno sviluppo interessante del gioco. Il compagno (1), taglia back-door mentre il gioco senza palla di (3) e (2) , che incrociano (tagliando e rimpiazzando) creano un gioco a due ,in palleggio, con (4) che decide , leggendo la difesa.

Questa idea è assai aggressiva , più di quanto si possa immaginare dal diagramma. (Diag.13)

IL GIOCO A DUE COL POST (Pinch-Post)

Triple post offense.5

L’ala (4) che si smarca per ricevere nella posizione di post-alto dà la possibilità di un gioco-a-due classico con la guardia.

Lo si può fare con il palleggio, ma dalla parte debole, dove non c’è la palla, i difensori riempiono l’area per aiutare.

Per questo motivo è molto meglio giocare a due con il passaggio e conseguente dai-e-segui. Una delle possibili soluzioni è ricevere il passaggio di ritorno senza penetrare, possibilità comunque da non escludere.

Il Diag.15 mostra la continuità del gioco col palleggio verso il centro del campo , molto più redditizio.

GIOCA COL PIVOT NEL TRIANGOLO: DOPPIO TAGLIO

Triplle post offense.6

Diag.16 : quando la palla arriva al pivot (5), è sempre lui che decide e regola il gioco ,
leggendo la difesa.

La prima soluzione è il taglio back-door dall’angolo;

La seconda è il taglio dell’ala che blocca per (4);

La terza è il passaggio sul lato debole, se il difensore di (1) aiuta.

Diag.17: il taglio di (5) dentro l’area troverà una buona difesa che però nulla potrà fare contro la “sponda” fatta da (4).

GIOCHI SPECIALI

Triple post offense.6

1°-IL PIVOT PARTE BASSO

Il difensore di (2) è chiamato “maiale cieco” perché anticipa senza guardare la palla, giocando “faccia-faccia”. (Diag.18)

L’inserimento di (4) per ricevere e creare un’azione “back-door” è scontata. Se (2) non riceve subito da (4) , continua sfruttando un blocco “stagger”.(Diag.18)

Diag.19. Variante della situazione precedente. Anche in questa situazione si capisce l’importanza dell’allineamento delle guardie (1) e (2); tale allineamento serve per rompere la pressione e per superare la prima linea difensiva.

Quando (4) riceve palla, (5) blocca-cieco per (3) e il taglio di (2) deve trovare un’altra soluzione , sistemandosi in angolo a sx, per non disturbare l’azione di (5).

Dobbiamo sottolineare che questi movimenti risalgono agli anni ’50 e ’60 ed erano stati inventati dagli allenatori Sam Berry e Pete Newell. Significa solamente che raramente si  inventa qualcosa, nemmeno il grande Tex Winter, che ha utilizzato questi due attacchi coi Chicago Bulls.

Tutti però hanno la possibilità di scegliere (intelligentemente) quello che è utile per i propri giocatori.

2°-ENTRAMBI I PIVOTS SONO “ALTI”

Triple post offense.7

Diag.20-21. Gli attaccanti (5) e (1) fanno un “finto attacco”, come se volessero attuare un doppio blocco “tandem” verticale, a favore di (2).

Invece è una finta. Improvvisamente, (5) cambia direzione e sfrutta il blocco di (1).
Se non è libero il pivot (5), lo sarà sicuramente (1), che esce in ala.

Dopo il passaggio, (4) si potrebbe inserire per formare il triangolo.

Variante non presente nella grafica: quando (1) si abbassa verso il centro dell’area (Diag.20) potrebbe, se la difesa lo permette, bloccare-cieco in angolo per (3) e (5) agisce da solo, tagliando in mezzo all’area.

Questa variante è molto interessante. Infatti, per impedire il blocco di (1) per (5), la difesa potrebbe utilizzare il “body-check” su (1) e costringerlo ad andare da un’altra parte.

I SETTE PRINCIPI DEL PASSAGGIO

Passaggio e ricezione

1. La distanza tra il passatore ed il suo difensore deve essere inferiore ad un metro, preferibilmente meno. L’attaccante deve avere la padronanza di sé e fiducia nel proprio controllo di palla e capire che praticamente impossibile per il difensore portargli via la palla se mantiene il controllo di sé. Più vicino è il difensore all’attaccante e meno tempo avrà per reagire ai movimenti del passatore. Il principio di un buon passaggio è violato più di qualsiasi altro principio.

2. Eliminare ogni movimento non necessario nel controllo di palla e di passaggio. Eliminare il passo in avanti, usare un rapido movimento di polso e dita in tutti i passaggi. Velocizzare al massimo tutto il movimento di passaggio.

Passaggio cieco
3. Vedere la linea di passaggio ed il ricevitore, ma non guardare direttamente verso di lui, a meno che il passaggio non sia preceduto da una finta efficace. Non fare passaggi alla cieca, ma evitare di girarsi per fronteggiare il ricevitore, perché questo è un passaggio “telefonato”. Usare la visione periferica per vedere il ricevitore. C’è una grande differenza tra il vedere e il guardare.

Passaggio attraverso

4. Usare le finte con scopo preciso. Non fintare solo per fintare. Fare finte che diano un risultato positivo e con uno scopo. Il giocatore che finta in maniera eccessiva, muovendo la palla costantemente, non è in gradi di determinare come sta muovendo le mani il difensore. Non può vedere la linea di passaggio e gli è impossibile fare un passaggio accurato al compagno, perché ha perso la sicurezza di cosa fare. Valutare dove sono le mani del difensore e passare rapidamente lontane da esse. Sfruttare le linee di passaggio attorno alla testa del difensore.

Passaggio Pivot
5. Passare verso il lato libero del ricevitore, un principio spesso violato anche dai giocatori più esperti. Questo deriva dall’incapacità del passatore di vedere non solamente cosa sta facendo il proprio difensore, ma anche la linea di passaggio ed il difensore di chi deve ricevere la palla. Si deve capire che cosa sta facendo la difesa e poi fare l’opposto. La responsabilità è anche del ricevitore , che deve muoversi per offrire al passatore un punto di riferimento dove far giungere la palla, tenendo il difensore lontano dalla linea di passaggio e stando tra la palla e la difesa e, una volta che ha ricevuto la palla, essere pronto a giocare immediatamente.

Passaggio K.Cosic

6. Passare la palla , non “massaggiarla”. La capacità di fare un valido e rapido passaggio ad un compagno libero è della massima importanza. I giocatori devono rendersi conto che un buon attaccante deve ricevere un passaggio da un compagno e giocare , cioè:passare , tirare o palleggiare o passare e tagliare, entro tre secondi dal momento in cui la palla gli giunge tra le mani. Ogni secondo in più oltre i tre, creerà problemi alla fluidità del gioco. La palla deve essere mossa per tenere occupata la difesa e quindi cerare linee di passaggio e possibilità di segnare. Osservate ogni grande squadra e vedrete come i giocatori sono padroni dell’arte di passare e del seguire questi principi.

Passaggio Abilità
7. Anticipare il momento in cui si sta per ricevere la palla e sviluppare una sufficiente intuizione per sapere in anticipo il posto migliore dove passare la palla. Il grande giocatore possiede questo istinto e questo è il motivo per cui alcune squadre professionistiche sono così efficaci in attacco anche se sembra che abbiano schemi poco definiti. I giocatori sono di un calibro tale che hanno bisogno di pochi schemi per creare opportunità di tiro. I grandi giocatori sono quelli che hanno imparato a giocare senza palla. Controllano i loro difensori e li tengono occupati e fuori dal gioco. Migliori sono i giocatori e minore necessità vi è di schemi per creare opportunità di tiro. La possibilità di muovere velocemente la palla non è data dallo schema , ma dai fondamentali individuali.

Maurizio Massari e La Sua Zona

InBin

Maurizio Massari , tecnico collaboratore dei progetti della FIP in campo nazionale per le giovanili, è stato il grande ideatore di InBin (Insegnare Basket Insieme), gemellaggio sportivo tra Budrio-Pontevecchio, associazione che sfortunatamente è durato solo un paio d’anni. Correva l’anno sportivo 2008-2009.

Maurizio Massari

Con lui, a Budrio, abbiamo fatto un grosso salto di qualità, non solo per la tecnica , ma anche per la sua cultura e capacità organizzative.

La struttura InBin è stata (finché ha retto) pari alle sue aspirazioni e cioè dare la possibilità ai nostri giovani di rimanere insieme, con opportunità di esperienze ad alto livello, senza tentare avventure con le grosse società.

Traendo spunto dalle proprie consapevolezze, che hanno portato le due Società fondatrici a ben figurare a livello giovanile in ambito regionale, era nata da Maurizio questa idea, basata su di una dettagliata progettualità, frutto della competenza e dell’esperienza, aperta a tutte le piccole Società Sportive.

Massari Maurizio

Non volevamo essere soli, ma purtroppo nessun altra società aveva compreso il valore sociale del progetto. Solo in seguito abbiamo ripetuto l’esperienza ad Argenta.

I suoi punti qualificanti, oltre alla possibilità di lavorare sui giovani utilizzando modelli tecnici di allenamento di grande qualità ,solitamente di difficile attuazione per le società non professioniste, sono stati diversi.

Lo ribadiamo e sottolineiamo, innanzitutto, la possibilità per i ragazzi di evolvere il loro percorso formativo presso le stesse Società di appartenenza, senza ascoltare le sirene delle grosse società, valide solo per i talenti di primissima fascia.

Passaggio raddoppio

Tenere ragazzi insieme in questo periodo storico, farli traghettare oltre le insidie che di solito portano i giovani allo sbando, ci è sembrata una metà che andasse ben oltre ogni traguardo prettamente sportivo.

Inoltre , sportivamente parlando, nulla vale come l’esperienza di essere protagonista , invece che comprimario.

LA DIFESA “MASSARI”

Trattasi del sistema difensivo “Pontevecchio 2009” adottata anche dalla squadra “InBin”.

Double Team.2

“Solitamente giochiamo la difesa a zona partendo da una distribuzione dei territori 1-1-2-1 a tutto campo, con il chiaro obiettivo di togliere spazio all’attacco e giocare quindi conseguentemente anche contro il tempo.”

Quindi, dopo un canestro realizzato, si “pressa” per rientrare poi a “Zona” coi due cacciatori sempre disposti a “L”. Per tutta la gara abbiamo questo tipo di organizzazione.

Sempre e comunque pressing tutto campo? In caso di errore al tiro,non catturando il rimbalzo, rientriamo subito per poi affrontare l’avversario con la stessa disposizione, partendo dalla linea di metà campo. Ecco i principi della “zona”.

GIOCATORE SULLA  PALLA

L’atteggiamento del giocatore sulla palla deve essere atto a condizionare l’azione dell’attaccante e togliere quanto più possibile la visione di gioco attraverso tre elementi strettamente integrati tra loro:

Massari sulla palla.1

• Cercare il contatto con l’attaccante in possesso di palla. Il meccanismo dell’elastico (due “cacciatori”a “L”) ha come bersaglio l’attaccante che entra in possesso di palla;

• Bisogna arrivare a contatto con l’attaccante “mentre” riceve la palla; se si è in ritardo, bisogna cercare l’avvicinamento, leggendo ed interpretando le possibilità dell’attaccante.

• Se la ricezione avviene in zona di tiro, la stretta distanza e un braccio alto hanno la funzione di disturbare il tiro;

• Un piede del difensore sopra la linea dei piedi dell’attaccante, ingabbiando i movimenti di piede perno, consente di condizionare sensibilmente la sua visione di gioco sul lato chiuso e indirizzare l’evoluzione offensiva in termini più prevedibili e controllabili dai compagni di difesa;

• Per questioni coordinative legate all’esigenza di essere reattivi in questa posizione a contatto, l’eventuale braccio alzato del difensore sarà quello omologo al suo piede sopra, per facilitarne la sua possibilità dinamica sul suo lato aperto di difesa.

LA PRESSIONE DI LATO

Difesa Massari

DESCRIZIONE:

Bisogna immaginare il primo “cacciatore” sulla palla, che invita il passaggio oppure la penetrazione, mentre il secondo è posizionato sul T.L. Quando la palla viene passata all’ala il difensore arriva con la stessa, correndo.

Massari Difesa sulla palla.1

Secondo Diag. : Il difensore corre e si ferma , in equilibrio, quindi a contatto con l’ala (5), disturbando il passaggio di ritorno al centro. E’ possibile vedere anche il movimento del primo cacciatore che , con palla in posizione di ala si era sistemato sul T.L. Ritorna a contrastare (1) se la palla ritorna in mezzo.

Nel Terzo diag. viene evidenziato il lavoro del “rimbalzista” , ovvero il difensore dell’ultima posizione. Passa da una posizione “aperta” a una “chiusa”, invitando la penetrazione sulla linea di fondo. In questo caso, tutta la difesa interviene.

NB. Sulla palla, bisogna essere a contatto come spiegato sopra. Consente di esercitare una buona pressione di lato. In caso di posizionamento offensivo del Post-Alto-Centrale, i “cacciatori” di turno nella “L” si posizionano davanti.

Contrariamente a ciò che molti giocatori istintivamente si trovano a fare, una efficace pressione di lato è imprescindibile, in pratica, dall’essere a contatto con l’attaccante;

L’attaccante con palla ,infatti, deve avere sì un lato chiuso, ma anche e soprattutto la linea del canestro oscurata sia visivamente che fisicamente;

La qualità essenziale che il difensore deve mettere in gioco in questo frangente è quella di spaziarsi sull’iniziativa di penetrazione dell’attaccante con lo spazio-tempo necessario a non commettere fallo.

TENERE E GUIDARE LE EVENTUALI PENETRAZIONI

Palleggio protetto 1c1

Una volta a contatto con l’attaccante in possesso di palla, e organizzata la pressione di lato, si tratta di resistere all’eventuale sua iniziativa in palleggio: mettendo il petto sul lato chiuso di 1c1;

Scivolando e tenendolo via dalla linea del canestro sul lato di invito.

In questo caso si andranno ad attivare due principali meccanismi di collaborazione in funzione di un buon livello di tenuta (Scatola) o di una tenuta solamente parziale del difensore su palla (Imbuto).

DISPONIBILITA’ A LOTTARE

Maurizio Massari.a

L’atteggiamento dei giocatori impegnati nei meccanismi di squadra dev’essere tale da organizzare due livelli di controllo delle penetrazioni:

1. “la scatola”, a carico del giocatore più attiguo al compagno impegnato nella difesa su palla. C’è l’organizzazione della “scatola” di primo contenimento della penetrazione;

Parimenti, lo stesso giocatore dovrà anche preparare l’uscita (in “elastico”) sul ricevitore più prossimo alla palla posto nel suo territorio di competenza;

2. “L’imbuto”: a carico del difensore interno posto per distribuzione territoriale alle spalle del compagno impegnato nella “scatola”, c’è la responsabilità di chiudere l’ “imbuto”.

Maurizio Massari.d

In qualsiasi caso di penetrazione, quindi, sarà prima attivata la “scatola” tra il difensore su palla ed il compagno più vicino sul lato di indirizzo;

In caso di sfondamento della scatola da parte dell’attaccante in penetrazione, la tenuta dei due difensori deve essere tale da consentire di guidarlo sulla chiusura dell’imbuto da parte del terzo compagno;

Durante questo tipo di situazioni, il comportamento degli ulteriori due difensori sarà quello di “tagliare” davanti alle eventuali posizioni offensive interne e preparare l’uscita ad elastico nei territori di competenza.

I giocatori che chiudono la “scatola” e l’ “imbuto” hanno un ruolo chiave: devono essere bravi nella tecnica di chiusura (gambe cariche, braccia pronte e aperte) e coraggiosi (togliere lo spazio all’attaccante, mettere il petto).

AIUTA E RECUPERA SULL’ALA

Massari Aiuta e Rescupera

DESCRIZIONE:

Nei territori perimetrali posti all’altezza del tiro libero, e quindi nell’inter-spazio tra le competenze del difensore sopra e del difensore dietro, per la stessa distribuzione dei territori codificata, l’obiettivo dell’elastico in uscita sarà presumibilmente a carico del difensore dietro, per il tempo necessario al difensore sopra ad arrivare e mettere pressione di lato.

Si verificherà un passaggio istantaneo di “scatola” sulla palla, prima che il difensore dietro rientri a presidiare il proprio territorio secondo gli atteggiamenti tecnici previsti dalle situazioni di difesa di squadra.

Nel caso in cui l’attacco lavori con sistematico soprannumero in angolo, attaccando il territorio a carico del difensore dietro nel momento in cui questo si alza per effettuare l’aiuto e recupero all’altezza del tiro libero, sarà il compagno difensivo a lui agganciato (responsabile del territorio centrale) ad uscire a contatto e a mettere la massima pressione di lato su palla in angolo.

Massari Raddoppio angolo

Rappresentando la palla in angolo la situazione di massimo vantaggio difensivo per il condizionamento dell’attacco, non si effettua alcun aiuto e recupero, ma un vero e proprio scambio in cui il difensore uscito resta sulla palla, ed il difensore in rientro dall’elastico scambia (con un taglio difensivo) all’interno della difesa di squadra assumendo l’atteggiamento necessario a bilanciare il lavoro dei compagni.

Al fine di permettere il necessario tempismo dei giocatori nelle situazioni di collaborazione previste, è necessario che tutte le posizioni interne siano “agganciate” davanti: è infatti necessario evitare che l’attaccante possa giocare in contenimento sul difensore preposto all’elastico in uscita o al contenimento di una penetrazione in “scatola”.

Inoltre, i giocatori “di squadra” devono essere sempre molto attivi mentalmente nelle situazioni a rimbalzo: su ogni situazione di tiro è necessario agganciare ed escludere l’attaccante di competenza o controllare eventuali tagli offensivi per i rimbalzi “in corsa” di attaccanti provenienti dal perimetro.

CONCLUSIONI DELLA DIFESA “MASSARI”

Logo Laura InBin

Una difesa a zona che possa considerarsi una difesa “base” e non una difesa tattica, deve garantire mediamente gli stessi livelli di intensità, aggressività e intercambiabilità dei ruoli che solitamente garantisce una buona difesa a uomo.

In più, deve permettere il riconoscimento e la sperimentazione agonistica di una serie di fondamentali di difesa di squadra quali l‘aiuto e recupero, la chiusura, la difesa sulle posizioni interne, la rotazione.

Viene a connotarsi quindi non una difesa “situazionale”, ma una vera e propria palestra difensiva in cui vengono allenate a fondo tutte le principali attitudini alla difesa sia a livello tecnico, che di agonismo, che di mentalità ed anche di tattica, se per tattica si intende la capacità di ogni giocatore di avere anche livelli di interpretazione d’insieme di ciò che accade in campo.

Maurizio Massari.3

Per esperienza, dopo molti anni di sperimentazione di questo sistema, posso dire che la sua valenza in termini di miglioramento delle qualità difensive dei propri atleti è riscontrabile negli indiretti miglioramenti (individuali e di squadra) che i giocatori hanno anche nel difendere a uomo.

La valenza agonistica invece è strettamente legata a due parametri: l’energia che i propri giocatori sono in grado di produrre sul campo (dove per energia si intende un mix tra intensità fisica e forza mentale) e il livello medio di abilità nel passaggio degli avversari.

Livelli non consoni di energia impediscono un sufficiente livello di “aggancio della palla” e conseguente condizionamento della circolazione offensiva, ottime abilità di passaggio nell’attacco pregiudicano le situazioni di “pressione di lato” mettendo in crisi la corretta distribuzione dei territori ed attivazione dei meccanismi di collaborazione.

Se Incontri Mario Floris Per Strada

Mario Floris

Non perdere l’occasione di ascoltarlo.

Mario Floris è approdato alle nostre riunioni tecniche, della “E’ Vita Pallacanestro Budrio” 2009, grazie a l’interessamento di Bruno Boero. Eravamo curiosi di conoscere la sua filosofia, quella relativa al fatto che ogni periodo storico è diverso, ed altrettanto differente dovrebbe essere l’approccio dell’allenatore nei riguardi dei bambini che vengono in palestra.

Con lui abbiamo appreso il termine “facilitatore d’apprendimento”, ovvero la considerazione di far sentire il lavoro sui fondamentali come “bisogno” da soddisfare. Questo la dice lunga sul suo modo di pensare.

E’ stato il primo allenatore che ha parlato della necessità di avvicinare, convincere il ragazzo all’auto-allenamento e basare il proprio lavoro in palestra partendo da Tiro-Rimbalzo.

Dice Mario : “Vi racconto la mia esperienza: alleno da 38 anni… dall’oratorio alla serie A maschile e femminile… passato attraverso esperienze di formatore… Ho avuto la fortuna di approcciare il problema da tante angolature… oggi lavoro a dei progetti di basket in carrozzina, bimbi autistici… il tunnel del “Palamaggiò” (guardare tra le fessure di una tenda, dentro il sogno…), equazione allenatore-facilitatore di apprendimento.

Mi sono fatto un’idea semplice: non si finisce mai di imparare… Scontato? Non direi. Agire fedeli a questa verità è molto difficile…”

LA SITUAZIONE DEL BASKET ITALIANO

Negli ultimi decenni, a fronte di una crisi profonda del mondo giovanile e ad una “crisi di sistema”, abbiamo però acquisito strumenti importanti di conoscenza:

Preparazione fisica
• Preparazione tecnica
• Didattica
• Metodologia
• Ecct

Basket 1992

In altre parole, i giovani hanno perso o stanno perdendo precisi riferimenti familiari, scolastici, luoghi come campetti , ricreatori od oratori dove potevano andare sicuri dal mattino sino a sera.

Bisogna tornare indietro affinché si possa constatare che i bambini “vivano la loro persona di bambini” ovvero “vivano il gioco come bambini”.

Teniamo conto che , anche dal punto di vista fisico-tecnico, essi hanno progressivamente perso:

Forza
• Capacità polmonari
• Prensilità
• Capacità coordinative
• Snellezza che è il contrario dell’obesità infantile oggi dilagante.

Se il fondamentale è lo strumento per giocare, bisogna saper usare gli strumenti:

Il bambino deve essere educato alla creatività;
• Deve saper giocare, non basta sapere eseguire:
• Chi sa rispondere a questa domanda: “Il bambino gioca oppure esegue?”

Gianni Giardini.1

Giocare vuol dire prendere iniziative e responsabilità, mentre coloro che semplicemente eseguono (senza giocare), non fanno né l’una cosa né l’altra.

Noi allenatori dobbiamo essere disponibili agli sbagli, agli errori perché in fondo sappiamo che nulla è giusto e nulla è sbagliato e che ogni sport è fatto di errori.

Però, nel basket non si può contrattare!!! Infatti, bisogna rispettare le linee del campo, le aree, la metà campo, l’altezza dei canestri, le regole di tempo e di gioco e quant’altro.

I REQUISITI DEL GIOCO

1. Il primo requisito da ricercare è la “PRONTEZZA” dove s’intende la postura, la posizione, lo sguardo, la visione periferica e tutte le doti senza le quali non si può giocare , ma solo eseguire.

Va da sè che , per essere pronti a giocare occorre avere le gambe piegate (postura).

2. Poi, viene la “IMMEDIATEZZA” che è una questione di mentalità . Ad esempio , nella pallacanestro, dopo ogni canestro non si ferma il gioco e bisogna essere “reattivi” per poter continuare. La capacità di concentrazione è la base per potere eseguire qualsiasi movimento in modo “immediato”.

Back-Door Play.1

3. Il terzo fondamentale da trasmettere è la capacità di “SPAZIARE” cioè essere pronti a dividere lo spazio a disposizione, sfruttando il proprio , senza disturbare quello dei compagni.

Non si tratta di un “concetto” astratto ma è una vera concretezza, perché è inerente ad una logica pratica. Ad esempio, l’efficacia di un movimento è data soprattutto dal rispetto delle distanze tra i vari spazi a disposizione.

Si pensi al tiro, al passaggio, alla penetrazione in palleggio, al marcamento difensivo, ecct. Tutto dipende dalla distanza tra i vari giocatori e dunque dallo spazio che li divide. Anche le posizioni in campo, statiche o dinamiche serviranno affinché la squadra non si disponga a casaccio, ma nella maniera più utile alla stessa.

4. Il quarto fondamentale riguarda il “TEMPO” che è legato a “QUANDO”. Un esempio? Semplice. Quando prendere un’iniziativa, quando e a quale velocità:

• Passare la palla al compagno;
• Passare e tagliare (dai-e-vai);
• Passare ed allontanarsi (dai-e-cambia).

Va da se’ che questi quattro “principi” servono per giocare. In ultima analisi “giocare” significa sincronizzare l’1c1 con la palla ,senza la palla ( e a rimbalzo). Ovvero, bisogna rispondere praticamente alla domanda:

Difesa Anticipo.1

COSA FACCIO, QUANDO….

• Quando il mio compagno gioca 1c1…
• Quando il mio compagno si sposta in palleggio…
• Quando il mio difensore mi anticipa…
• Quando la palla è per aria…

LO SVILUPPO DEI “BISOGNI”

In questo modo , e gradualmente, si sviluppano dei bisogni per poter giocare meglio.
Ad esempio:

Finta The Killer Fake

-Sviluppare la mano Sx;

-Usare il cambio di mano frontale;

-Tagliare davanti;

-Tagliare dietro;

-Andare a rimbalzo;

-Rimpiazzare;

-Anticipare;

-Scivolare;

-Ecc

Un’attenzione particolare occorre darla alla presa della palla e bisogna sottolineare che va “catturata” con i “piedi” e con le mani.

Fondamentali Tiro-Bird

Nel tiro bisogna poi lavorare sull’ “orientamento delle spinte” tenendo presente che le “correzioni” non devono essere destabilizzanti anche perché noi allenatori dobbiamo sapere che:

NON ESISTE UNA ESECUZIONE TECNICA IDEALE

L’esecuzione deve essere sempre personalizzata. Ad esempio nello “spezzare” il polso, non bisogna essere troppo rigidi.

Un buon allenatore di settore giovanile deve essere un “facilitatore” di apprendimento, …ovvero allenatore istruttore

SI LAVORA PER OBIETTIVI, CONSIDERANDO TRE ASPETTI.

Visto che il nostro traguardo, in questo campo, rimane la crescita dei ragazzi che affidano spesso a noi, insieme alla realizzazione dei loro sogni e la soddisfazione dei loro bisogni, non possiamo fare a meno di fare una riflessione che contempli il loro mondo che in fondo è anche nostro, anzi spesso determinato dalle scelte delle nostre generazioni precedenti.

ASPETTO SOCIO-CULTURALE

Un saggio proverbio nordico diceva: “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”… a testimonianza dell’esigenza di concomitanze e convergenze educative che la società di oggi non riesce a favorire per motivi facilmente individuabili nelle famiglie con doppio lavoro, spesso con orari non concordi, scuola in crisi rispetto a strutture e sistemi di istruzioni, oratori e luoghi educativi nel tentativo di trovare facili proseliti accondiscendono a un’assenza di valori semplici che erano un tempo capisaldi etici.

Non bisogna essere sicuramente nostalgici anzi, bisogna essere pienamente inseriti nel tempo senza perdere di vista il fatto che se qualcosa “ha valore” bisogna essere capaci di non farlo passare di moda.

ASPETTO EMOTIVO-MOTIVAZIONALE-PSICOLOGICO:

L’apprendimento qualitativo dei movimenti è il prodotto di interrelazioni componenti aspetti motivazionali, cognitivi, energetico-condizionali e coordinativi.

La proposta che si propone è una scuola di sport particolare. Deve essere particolarmente intrigante ed esaustiva di bisogni che le nuove generazioni esprimono continuamente, dove i contenuti devono continuamente essere supportati da metodologie coinvolgenti perché il giovane allievo possa sentirsi coinvolto come attore principale nel suo processo di apprendimento.

ASPETTO FISICO-TECNICO,

Studio parametri antropometrici, forza-prensilità, capacità polmonare massima, capacità coordinative, individualismo esasperato.

Esiste una realtà dove si opera con capacità di relazionarsi, dove bisogna fare riflessione su livello e sulle caratteristiche della formazione, della preparazione, della tipologia delle lezioni..

Basket Sogno

Un altro aspetto importante che bisogna tenere in grande considerazione sono gli esempi visivi ai quali oggi i ragazzi e noi allenatori possiamo accedere con molta facilità.

Bisogna evitare di eccedere in atteggiamenti limitativi rispetto alle iniziative che i ragazzi possono prendere cercando di emulare campioni che osservano e vedono continuamente perché in questo nodo potremo frustrarne le iniziative e impedire di far venire fuori quello che hanno dentro.

Piuttosto dobbiamo essere in grado di mediare questi aspetti per far si che non si sentano sminuiti eccessivamente se non riescono nell’esecuzione di gesti impegnativi stimolandoli ad essere “campioni di se stessi”.

CI SONO MIGLIAIA DI COSE DA FARE

Se devono considerare aspetti psicologici, fisici e tecnici per raggiungere l’obiettivo… Facendo una riflessione sui tanti mezzi oggi a disposizione, utili, esaustivi, intriganti, spesso generici.

Infatti abbiamo acquisito strumenti importanti di conoscenza come la preparazione fisica e tecnica, didattica e metodologia, uso dei filmati ecct.

COSA HO DECISO DI FARE PER RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI?

Mini-Basket Coach

Occorre stimolare la praticità, la semplicità, la funzionalità, la creatività di ogni giocatore. Vuol dire migliorare continuamente i giocatori partendo dalla comprensione del gioco.

Bisogna strutturare dei percorsi allenanti che tengano conto del tempo totale a disposizione (spesso il ragazzo che frequenta le nostre palestre ha a disposizione dalle 2 alle 3 ore settimanali).

Per questo occorre una grande semplificazione del lavoro individuando logiche significative del gioco (come funziona), compiti dei singoli rispetto a queste logiche (cosa faccio quando… in riferimento alle sincronie di 1vs1 con la palla e di 1vs1 senza la palla e a rimbalzo) e gli strumenti fondamentali devono essere appresi in funzione di queste logiche senza l’esasperazione di un tecnicismo fine a se stesso.

ECCO COSA VI PROPONGO COME ESEMPIO DI ALLENAMENTO

Avendo definito l’obiettivo, ferme restando idee come:

Idea Basket

Il giocatore deve saper giocare non solo eseguire pertanto prendere iniziative con consapevolezza e responsabilità, essere creativo, avere fiducia in se stesso e nel contesto.

Bisogna soprattutto motivare e stimolare all’idea che ognuno deve diventare “il miglior allenatore di se stesso”. E la ricerca dell’autonomia deve essere fatta con coerenza.

Si può sviluppare tutto come segue, senza dimenticare che qualsiasi elemento di programmazione che si riferisce a delle persone va sempre considerato come ipotetico e solo nella fase pratica potrà avere la sua realizzazione definitiva.

E senza dimenticare che i ragazzi sono unici, sempre diversi e sempre nuovi e che non si può operare per stereotipi.

• Creare il giusto clima psicologico, attivazione generale.
• Usare il gioco come momento conoscitivo, attivazione specifica. Per gioco s’intende il 5c5, ma anche pratichiamo il  3vs3 diversificato rispetto a lato del campo forte-debole, posizione (esterni-interni nelle diverse combinazioni).

Il fermo immagine chiaro delle situazioni definisce le priorità e supera eventuali stereotipi di “filosofia”.

Guardare (chi, cosa, posizione del corpo) per prendere iniziativa. Tenere in considerazione l’aspetto dell’utilizzo della verbalizzazione nel processo di apprendimento, senza però dimenticare che spesso il tempo del gioco è completamente diverso dal tempo delle parole.

CURARE LA CAPACITÀ DI SCELTA (COSA FACCIO QUANDO…)

• Come detto, abbiamo fondamentali di “concetto”. Come la prontezza , ovvero essere nella condizione di fare …

Contropiede.2

Tenendo conto che il gioco della pallacanestro per sua natura e logica è un gioco di transizione dove si passa continuamente da situazioni difensive ad offensive e viceversa , a tutto e a metà campo, in spazi ampi o ristretti in una sorta di concerto dove le diverse componenti si devono intrecciare per esprimere sonorità efficaci senza interruzioni prestabilite se non determinate dal regolamento del gioco.

Pertanto sviluppare la capacità di essere pronti ed immediati, con la capacità di cambiare atteggiamento diventa elemento indispensabile per poter fare questo gioco in modo efficace.

Considerando lo spazio (essere al posto giusto per poter giocare con gli altri e poter assolvere ai compiti, la distanza tra i giocatori determina spesso l’efficacia e la riuscita di una collaborazione attraverso l’utilizzo di un passaggio), e il tempo (essere nella condizione di prendere iniziativa al momento giusto in modo efficace).

Passaggio tecnica

• Abbiamo Fondamentali per il gioco senza palla, passaggio-palleggio-tiro (ricorda il fondamentale deve essere funzionale, pertanto appreso all’interno di situazioni e in tal senso consolidato e quando viene rinforzato in situazioni “a secco” deve chiaramente essere riferito verbalmente alle situazioni di gioco .

Disponiamo del “Momento Istruente” ovvero la progressione didattica, assegnazione del compito, esecuzione-interpretazione dell’allievo, difesa guidata, difesa agonistica, uso della correzione.

• Senza dimenticare delle “Verifica Parziale e Totale.

• Ricordiamoci sempre che il “momento finale” è dedicato allo scarico.

• Riflessione: allenamento non buono se non ho imparato niente.

UN CONSIGLIO

Rimbalzo bambini

Alla luce delle riflessioni esposte precedentemente in quest’ultimo periodo ho pensato di semplificare in qualche modo la programmazione di un percorso di apprendimento utilizzando due temi significativi rispetto alle logiche e alle caratteristiche del gioco della pallacanestro: il tiro e il rimbalzo.

Tiro: inteso come sintesi completa dell’obiettivo del gioco che ha come logica significativa fare canestro e impedire agli altri di farlo.

E’ facile pensare che ogni aspetto che riguarda l’esecuzione del gesto tiro può essere disposto nel gioco e come tale essere preso come riferimento per l’approfondimento di altri elementi che possano riguardare le collaborazioni e gli strumenti tecnici fondamentali.

Per esempio se mi riferisco alla presa si può facilmente ipotizzare che per una ricezione ci dovrà essere un passatore quindi l’approfondimento è doppio .

Rimbalzo è un fondamentale poco allenato. Rimane uno strumento straordinario per sviluppare reattività e tempismo, determinazione , volontà, elevazione dati da coordinazione, agilità, elasticità, velocità, forza esplosiva… prensilità, tutti elementi estremamente importanti per un giocatore di pallacanestro.

Lotta rimbalzo

Allenare il rimbalzo può essere abbinato facilmente all’utilizzo del “taglia fuori” quindi all’idea della sfida e della competizione, alla difesa sui tagli e quindi ad elementi importanti del gioco di squadra.

Tiro e rimbalzo possono essere sintesi ideali di un programma di lavoro.

Mi permetto alla luce anche della discussione che spero di aver esaurito nei paragrafi precedenti rispetto alle osservazioni e alle risposte, di proporvi un ultima riflessione. “Bisogna essere fedeli a se stessi e allo stesso tempo non diventare schiavi di se stessi e dell’immagine che ci siamo costruiti… per motivare ed educare alla libertà bisogna essere nell’intimità veramente liberi.”

Stefano Michelini, Uomo o Zona?

Michelini

Stefano Michelini è uno degli allenatori più noti in tutta l’Italia.

Penso che il suo primo successo sia stato allenando la “Pallacanestro Budrio”, vincendo il campionato di C1 nel 1980.

Poi è stato coach a Modena, assistente di Ettore Messina ai campionati europei del 1993, Battipaglia in B/1, Responsabile della nazionale “Under 20”, a Forli in A/2, col Banco di Sardegna per 4 anni, una promozione a Novara col Cimberio, quindi a Montegranaro e Rimini.

Ultima bella esperienza con la femminile A/2 della Reyer Venezia, finita con le sue dimissioni dopo aver portato le sue giovanissime ragazze ad un passo dal grande salto .

Una bellissima carriera quella di Stefano che ancora oggi lo vede impegnato sul campo a Modena, ma come coordinatore delle attività. La sua attività si completa come commentatore televisivo.

BUDRIO 2009

Ocarina di Budrio

Stefano ha partecipato alle riunioni tecniche che si tenevano a Budrio prima dell’evento aggiornamento tecnico PAO. Questa è la sua relazione riferita al solo attacco alla zona.

Di solito la difesa mescola le carte secondo la definizione : “Il basket è una partita di scacchi giocata a livello dei fondamentali individuali e di squadra”. Sappiamo tutti che la tattica mira a produrre il disagio tecnico negli avversari. Stefano indica una strada per non cascarci.

Interessante il contradditorio finale coi partecipanti.

ZONA O UOMO?

Il senso del tema è chiaro, una risposta a qualsiasi tattica proposta dalla difesa.

Attacco alba-tramonto

Stefano ha impostato la relazione sul suo metodo che semplifica l’attacco ad entrambe le difese e alle loro varianti, sottolineando anche il concetto che trova ragionevole l’utilizzazione sia della difesa a uomo che a zona.

Con riferimento alle “giovanili” dice che , quando la zona è concessa dal regolamento, è importante farla, ma soprattutto è necessario imparare ad attaccarla.

Determinante è il fatto di non creare confusioni e non smarrirsi nel mare degli schemi per coprire il bisogno di saper attaccare le varie applicazioni sia della zona che della uomo.

Si possono avere concetti precisi, validi per entrambi gli attacchi, dentro un unico sistema? Sicuramente.

Innanzitutto, bisogna aiutare i giocatori a scoprire i punti deboli della zona, a non smarrirsi davanti ad un cambio tra zona pari e dispari, a non riempire la testa dei giocatori di schemi fissi che portano fatalmente ad “eseguire” più che comprendere le situazioni.

GIOCARE IN “ALA”

Mike.1

Con palla in posizione e nelle mani dell’ala, qualsiasi difesa ha lo stesso schieramento.

Cambieranno l’atteggiamento difensivo , più o meno aggressivo e la tipologia del difensore (piccolo contro lungo, lungo contro piccolo).

E’ quindi importante saper leggere le situazioni d’attacco nel triangolo “Ala-Post-Pivot Medio” (Diag.2) e saper penetrare verso il centro dell’area e scaricare, giocando 1c1, se il pivot basso e (4) sono anticipati (Diag.3).

Mike.2

Fa parte dell’1c1 saper leggere la situazione e creare , allargando, la possibilità di far “soprannumerare” il compagno e liberarlo negli angoli. Si può far questo con successo perché i palleggi sono sempre aggrediti dai difensori della zona.

Se il difensore più vicino segue il soprannumero, è libero l’ala sul lato opposto. Il post (4) può servire anche come posto di blocco. Se il difensore frontale “cambia”, servire il soprannumero sul lato opposto.

Mike.3

La situazione dei due cacciatori impegnati nel pick-and-roll, realizzato da (3) con (4) è la stessa situazione che si può presentare nella difesa a uomo, giusto?

E il cambio difensivo è una delle possibili opzioni difensive. Proseguire l’azione sul lato debole contro la difesa individuale dipende dalle idee che vuole sviluppare l’allenatore.

Nel nostro caso , con la difesa a zona, rimane libero (1) che costringe l’ultimo difensore della zona a salire. A questo punto, però, l’uomo d’angolo (2) è libero per il tiro.

NB: a questo punto Stefano ha sottolineato l’importanza del tiro, mancando il quale è impossibile pensare di scardinare la difesa a zona. Tuttavia, non è possibile nemmeno soffermarsi a discuterne il suo grande valore perché non si riuscirebbe poi a parlare degli altri dettagli. Quindi , il primo fondamentale per qualsiasi attacco è il tiro a cui va collegato il rimbalzo d’attacco.

GIOCARE DIETRO

Mike.4

Sui tagli e i ribaltamenti vogliamo avere un piccolo che va in angolo e sarà marcato da un lungo: come sfruttare al meglio questa situazione?

Intanto la penetrazione lungo la linea di fondo è possibile, per poi scaricare la palla sul lato opposto. Come si comporta (1) durante il taglio?

Bisogna farlo cambiando velocità, guardando sempre la palla, per poi fermarsi ed uscire sulle iniziative di passaggio o 1c1 dell’ala.

Bisogna uscire dietro l’ultimo difensore della zona e prenderlo in contropiede sulla sua eventuale uscita . Così , si sfrutta il vantaggio-sorpresa, avendo maggiore velocità per il tiro e l’1c1. I due diag. sopra evidenziano la situazione.

GIOCARE POST

Mike.5

Nel primo diag. si può notare (immaginando) come sia importante ricevere in post-alto davanti al piccolo “cacciatore”. L’ala (3) passa a (4) che ha così buon gioco per i passaggi.

Nel secondo diag. qui sopra, il post riceve sulla linea dei 3Pt.e fa l’inversione. Se non è capace di giocare in quella posizione dovrà imparare.

L’inversione per (2), mentre (1) ha “sovrannumerato” nell’angolo opposto. E’ una situazione interessante.

Nel terzo diag., il post-alto fa i blocchi per l’inversione del gioco e per tagliare. Il post deve sempre andare a rimbalzo in corsa quando si trova sul lato debole.

Mike.6

Fin’ora abbiamo considerato il post alto il nostro giocatore più prestante fisicamente , ma questa posizione la può occupare anche un piccolo.

In quale situazione? Quando la difesa è aperta, muovendosi da dietro le linee difensive.

GIOCARE IN POST MEDIO

Mike.7

Sottolineiamo “medio” e non basso per avere più spazio per l’1c1, servire i tagli dal centro, passaggi diagonali sul lato debole e miglior posizione sul rimbalzo d’attacco.

Più spazio per l’1c1 con successivo scarico se riceviamo e giochiamo 1c1 sul fondo. Con la difesa che forza verso il centro:

• Fronteggiare per evitare aiuti pericolosi sul palleggio;
• Guardare il taglio del post-alto;
• La diagonale sul lato debole,
• Seguendo il passaggio per una ricezione oppure taglia-fuori d’attacco se vediamo partire il tiro.

Ribaltare continuamente la palla per linee esterne, per trovare un buon tiro, non è sufficiente. Bisogna giocare “dentro-fuori” per costringere la difesa a spostamenti verticali verso il canestro e a dover recuperare per impedire il tiro dai 3Pt.

Questo ci darà una buona posizione sul rimbalzo d’attacco sul lato debole e , quindi, equilibrio difensivo.

Aggiungiamo a tutto ciò le nuove situazioni che i 24” creano. A parere di Stefano ancora più incisivo è saper giocare la palla “dentro”, che sarà la “conditio sine qua non” dell’attacco alla zona, dove occorre far nascere e concludere situazioni e soluzioni migliori.

NB: interessante è la situazione, immaginabile guardando il primo diag. qui sopra che riguarda il pivot medio, nel caso di difesa fatta con l’anticipo. E’ importante che il pivot indichi all’ala (3) che ha la palla va passata verso il lato debole, a (4) oppure a (2) e, contemporaneamente, mantenga il vantaggio della posizione (uso del corpo) verso il canestro e, in caso di tiro di (4) oppure di (2) è anche pronto per il rimbalzo d’attacco.

VOCI DEL CONTRADDITORIO

Una discussione molto interessante per un tema che ha bisogno di risposte per migliorare le proprie certezze. Stefano con la lezione, con la quale tutti siamo d’accordo, ha acceso un fuoco di approfondimenti da leggere.

Gianni Malavasi color

Gianni Trevisan chiede perché l’uso del post alto viene fatto in mezzo alla linea del tiro libero e non sopra i “gomiti” del T.L, verso la palla.

Stefano risponde che in certe situazioni è in mezzo , ma abbiamo schieramenti dove partono di lato ai gomiti del T.L.

Gianni Zibordi è d’accordo sulla semplificazione dei concetti d’attacco per le varie difese e chiede se c’è uno schieramento particolare che favorisca la realizzazione di quanto detto.

Mike.8

Stefano risponde che qualsiasi schieramento si usi, quando la palla è in ala si ripetono le triangolazioni con pivot basso e post alto. 

Tuttavia , a seconda di come si comporta la difesa è importante che si legga nei termini di “difesa chiusa” e “difesa aperta”.

Allo scopo, per far arrivare la palla all’ala al più presto possibile usiamo lo schieramento del diag. per favorire, appunto, la sua ricezione.

Con questo modo, se i difensori si presentano per fintare qualcosa, usando tattiche, è subito possibile stabilire che tipo di difesa faranno. Se giocano a “uomo” sappiamo cosa fare e, allo stesso tempo, non ci mettono problemi se interpretano la difesa a “zona”.

Paolo Andreoli chiede se Stefano ha idee personali per quando cominciare ad insegnare un tipo di difesa e se è opportuno iniziare con la uomo oppure con la zona.

Mike.3

Stefano Michelini crede di non avere idee precise per rispondere a questa domanda perché pensa che sia un problema tipico delle giovanili.

Tuttavia, non ritiene che sia sbagliato iniziare a zona. Che male c’è? Iniziare in un modo o nell’altro non è importante e soprattutto non condizionante per l’apprendimento del gioco e della mentalità difensiva.

Ci sono difese aggressive a zona che preparano un successivo apprendimento della difesa individuale , dalla quale però non si può prescindere. Non è detto che una buona difesa a “uomo” prepari automaticamente per la zona.

Gianni Trevisan afferma che se non si insegna la uomo non si riuscirà mai a far bene la zona. Mario Martini gli risponde che non è assolutamente d’accordo e che il problema non è il tipo di difesa, ma perché è chiaro il fatto che non si insegnano più i fondamentali, che sono diversi per le due difese.

Martini Mario Norda

Il dettaglio più grave è che nessuno sa più insegnare come fare la zona e nei campionati la si prova così tanto per provare. Poi se, subito dopo, viene realizzato un tiro dagli avversari, si ritorna subito alla difesa individuale.

Mario Martini trova questo ragionamento sbagliato e per coerenza un allenatore dovrebbe fare la stessa cosa anche per la uomo.

Gianni Giardini Interviene sulla relazione di Stefano per dire che “semplificare” fa bene, ma vorrebbe puntualizzare alcune cose:

Gianni Giardini.1

1. Si sente troppo ripetere il verbo “insegnare” mentre questo sport è soprattutto da “apprendere” e questi due verbi non sono per niente uguali nel loro significato intrinseco. Bisogna agire in allenamento in modo che il ragazzo sia incentivato ad apprendere attivamente, mentre l’insegnamento è spesso subito, ovvero imposto dall’alto.

2. “Sono un po’ perplesso”, dice Gianni, “quando sento dire che , in fondo, attaccare la uomo e la zona è la stessa cosa, anche se si predispongono i giocatori ad eseguire concetti d’attacco simili per le due difese, perseguendo una meta di semplicità”;

3. Non si è parlato di circolazione della palla per favorire l’avvicinamento della stessa al canestro. Quindi per poter servire dentro, al pivot.

4. Concettualmente non è vero che sia la stessa cosa attaccare la uomo e la zona, anche se ci sono certi attacchi , come questo, che lo possono far pensare.

Infatti, quando si passa dalla difesa a uomo a quella collettiva (zona), si interrompe il ritmo di gioco e questo basta per far comprendere che non può essere la stessa cosa.

Gianni Zibordi : contrariamente a quello che dice Giardini , Zibordi pensa che lo sport vada insegnato e non appreso. Lui, come allenatore, insegna e loro (giocatori) imparano e non c’è altra via.

Per quel che riguarda la zona l’errore è stato della federazione che l’ha abolita senza considerare che è più difficile da apprendere (o insegnare) perché ci vuole una mentalità particolare. Per questo motivo, anche se non è il solo, è bene farla presto.

Teglia Michele

Michele Teglia: “ La pallacanestro é un continuo adattamento tra movimenti e gesti offensivi e risposte difensive; negli ultimi 25/30 anni ha subìto diverse evoluzioni tecnico/tattiche/fisiche.

Michele si chiede perché fino ai 12 anni (almeno) alleniamo i nostri ragazzi a pressare a tutto campo? Certamente non può essere considerato propedeutico per la difesa a uomo sulla metà campo (quella che é veramente necessario che i nostri allievi imparino): si stanno sviluppando metodologie consone e tassonomiche (classificazione per progressione didattica) per i bisogni dei nostri allievi? 

Perché mentre nel calcio la zona é modernità, nel basket é sintomo di sclerosi? Le frasi tipo: “Quell’allenatore fa difendere 40′ a zona, é antiquato….”Boh!

Martini Mario, sottolinea l’importanza di tenere soprattutto in considerazione le esigenze della propria squadra .

Vo Nguyen Giap

Un allenatore non può dire che il motivo per cui non insegna la zona è perché è fuori dalla sua cultura. Sarebbe bene che colmasse la lacuna. Quello che conta è sempre la squadra e le sue esigenze.

Ha usato l’esempio rappresentato da due parabole per far comprendere il concetto: le due mani (che vanno usate entrambe) e il commesso che vende comunque quello che piace a chi lo compra. Se a lui fa schifo quello che vende , che importa?

Poi ha esposto un concetto interessante che riguarda il generale Giap , che sottolinea il fatto che niente può essere convenzionale se si vuole vincere.

Difesa sul playmaker

Stefano Michelini, dice che dall’1c1 con la palla nasce il gioco e bisogna sempre essere pronti ad eseguirlo per essere pericolosi. Nel “pick-and-roll” si cambia in continuità (a due e tre giocatori). Tra poco verrà fatto anche a 4 e 5 ,che significa un probabile ritorno a zona.

Casarini Massimo : a mio avviso, essendo quasi sempre gli allenatori più anziani ed esperti del gioco e della vita rispetto ai giocatori, componente importante siano non solo la comunicazione con gli atleti, i fondamentali e la tattica, ma anche la condivisione di idee e cultura di cui l’atleta non ha la minima idea.

1) Uomo, zona e pressing hanno regole specifiche ma sono accomunate in quanto attività di collaborazione collettiva;

2) La gran parte degli allenatori non ha abbastanza conoscenze e capacità per addestrarle tutte – allora le squadre difendono a uomo, fanno zona per necessità e pressing per disperazione .

Ritengo si debba avere tutte e 3 nel carniere ed utilizzare, a seconda delle caratteristiche degli avversari, non la migliore ma quella che crea maggior vantaggio.

Non è Vero Basket, Dicono In Molti

Un tema da riunione tecnica. Immaginiamo di essere attorno ad un tavolo dove , un attimo prima, si mangiava. In questo caso ognuno trarrà le proprie conclusioni a stomaco pieno. Si aumenta così la disponibilità ad ascoltare le teorie degli altri.

La tattica

Vero Basket? Cosa ha di speciale quello genuino? A mio avviso, deve rispondere positivamente all’idea del gioco di squadra, pur riconoscendo diverse possibili interpretazioni.  Entra in ballo così la sua definizione più importante. “Il Basket è un gioco di squadra”.

Va da sè che , anche col “Basket Autentico”, è importante mantenere alta l’individualità con palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Si è sempre pensato di potenziarla, ma per rendere più efficace il rendimento della squadra. Senza esagerare, leggendo la difesa.

Teoricamente, con più un attaccante è pericoloso, più facili sono gli assist. Poi tutto dipende dalla comprensione del gioco ovvero dallo “spirito del basket”

Col dominio del fisico e della tecnica , fatta col tiro da 3 Pt., nascono  però dei dubbi sul suo aspetto fondamentale e caratteristico, quello del gioco di squadra. Non è vero basket, dicono in molti.

basketball Tiro-Parabola

Non dimentichiamo che il Basket è uno “sport di regole e fondamentali”, dove però le regole hanno la priorità. La conoscevate questa definizione? Sicuramente. Per cambiare il basket , basta farlo attraverso le regole.

Non sempre però le regole hanno migliorato il gioco, che non può essere diverso proprio nel suo aspetto più importante, quello del coinvolgimento della squadra. Il tiro da 3Pt., ha migliorato il gioco e il suo spirito?

Non è vero basket quello fatto col corri e tira, molto individuale e troppo  fisico.  Col corri-e-tira è scomparsa la pallacanestro definita come “vera”, rappresentata dal “Tiro-Rimbalzo”.

Solo tiro, niente rimbalzo del tiratore? Non va. Ci possono sempre andare gli altri, lontani o vicini alla palla. Non è la stessa cosa. Chi va a rimbalzo dopo il proprio tiro, e lo cattura, è come fare un assist a se stesso per ri-tirare o riproporre il gioco di squadra.

E’ la stessa cosa per chiunque lo prenda, naturalmente, ma andarci dopo il proprio tiro fa aumentare la possibilità di catturarlo e forma, costruisce un’abitudine valida sempre.

Anche prima del tiro da 3Pt non era scontato seguire il proprio gesto per andare a rimbalzo.

Questione di pratica, ma anche di comprensione dell’importanza del gesto.

Col tiro da 3Pt. non è possibile farlo, meglio il “rientro”. Pian piano l’abitudine a non andare a rimbalzo si evidenzia a prescindere dalla distanza del tiro.

Tuttavia, chi ha cercato di realizzare questa “idea leader” sfruttando la regola del tiro da 3Pt., con giocatori adatti, ha  raggiunto il top del rendimento lo scorso anno,senza che la difesa possa contrastare più di tanto, con le stesse armi.

Giocando cioè con la difesa individuale , un gruppo di ottimi tiratori , prestanti fisicamente, dominano la scena. Tiro e fisicità è il basket del futuro?

Non tutte le squadre possono presentare tanto talento in campo, perchè ogni giocatore deve saper tirare da 3Pt.

Non è comunque un basket per tutti, sicuramente da evitare nella fascia giovanile.

LE DEFINIZIONI AIUTANO A COMPRENDERE MEGLIO

rimbalzisti

Si è passato da una definizione da sempre conosciuta, all’altra frutto di una evoluzione fisica e tecnica.

La prima, “Il basket è Tiro-Rimbalzo”, rappresentante del gioco di squadra soprattutto per l’idea del possibile  recupero della palla.

L’altra, che tenta di sostituirla, “Il Basket è Tiro-e-Rientro difensivo”, perchè chi tira da oltre la linea dei 3Pt. fa una scelta diversa.

Con la seconda si elimina di fatto, il rimbalzo del tiratore e quasi completamente  il “Rimbalzo” degli altri.

Va da sé che quelli che non tirano ci possono sempre andare, ma è il rimbalzo del tiratore che è scomparso.

A mio avviso è quello più importante, un fondamentale che crea una mentalità.

Il rimbalzo di chi tira rappresenta e sostiene un triplice valore. Recupero della palla , “Correzione Fisica” del proprio gesto, aumento della fiducia nel scoccarlo. Senza contare il disagio tecnico che provoca.

Se l’apprendimento dei fondamentali si basa sulla ripetizione degli stessi , la mentalità del rimbalzo d’attacco si apprende solo con l’abbinamento del tiro al proprio e successivo rimbalzo.

Non è solo allenamento per il tiro.

Se in una seduta di allenamento si tira 300 volte, altrettante sono le azioni per il rimbalzo.

Rimbalzo d'attacco

La definizione del basket come “Tiro-Rimbalzo” non può scomparire. Gli allenatori della fascia giovanile  non pensino ad imitare le squadre professioniste. E quest’ultime sbagliano a copiare dalla NBA.

In Europa (e Italia)  c’è fortunatamente ancora la zona, la difesa di squadra per antonomasia, adatta al basket, sport di squadra.

Improvvisamente i “folletti” che corrono e tirano, spengono la loro luce contro la zona. Come mai? Colpa loro oppure di chi li guida?

IL RITORNO ALLA ZONA

Alto-Basso contro zona

Il vero basket è quello che da la possibilità, attraverso le regole , di avere sempre un equilibrio tra attacco e difesa.

Non si può giocare da soli, se c’è la possibilità di fare la zona. La zona costringe al gioco di squadra e ripristina doverosamente il “Rimbalzo di Attacco”.

Si diventa rimbalzisti d’attacco se si lavora individualmente col “Tiro-Rimbalzo”.

“Individualmente” è un avverbio chiaro, il tiro di squadra non costruisce sufficientemente una abilità di questo genere.

Rimbalzo dopo il tiro

La programmazione degli allenamenti con “Tiro-Rimbalzo” tornerà in auge con l’apprendimento di una abitudine importante. Proprio quella di andare a rimbalzo dopo il proprio tiro.

Infatti, sia contro la difesa “Individuale” che contro la “Zona”  non c’è nessuna abitudine al taglia fuori.

Andare a rimbalzo dopo il proprio tiro non disturba l’esecuzione dello stesso, come qualcuno suggerisce. Sono due atteggiamenti mentali consequenziali. Prima il tiro.

Come si procede? Bisogna convincere i giocatori  fin da ragazzi. Non avranno nessun tipo di pregiudizio nel realizzarlo. Si può fare anche con gli adulti , ma solo con quelli che hanno fiducia.

La fiducia non è come mangiare un gelato. Si scioglie prima di gustarlo se non si hanno basi psicologiche forti e sicurezze tecniche con radici profonde.

Dopo una certa età, non lo faranno tutti perché “solo i migliori sanno cambiare” abitudini. Di solito , aiuta a sviluppare questa prontezza l’emulazione del compagno che va a rimbalzo con consapevolezza.

IL BASKET “NBA” NON E’ VERO BASKET

Rimbalzo GriffinNella NBA conta lo spettacolo e si limita la difesa usando le regole.

“Il basket è uno sport tattico”, ma le regole lo limitano, sempre per favorire  lo spettacolo.

Per i giocatori della NBA il “Basket è tiro e rientro difensivo”. Il tiratore non segue quasi mai il proprio tiro per catturare il rimbalzo d’attacco. Raramente lo si può vedere. 

Il gioco di squadra d’attacco è ridotto alla collaborazione fatta col “Pick&Roll”. Chi blocca, andrà a rimbalzo senza palla.

Le squadre che interpretano il basket nella nostra Serie Professionale (A-B)  sono alla ricerca della loro  identità.

Fanno benissimo , ma con attenzione alle caratteristiche dei giocatori a disposizione. Copiare male può essere pericoloso.

“Tiro-Rientro difensivo” non è vero basket perchè non è “valido sempre”. Una distorsione pericolosa se proposta anche nelle fasce di livello giovanile.

Nell’elenco delle “definizioni collezionate” non c’è mai stata una roba del genere, siete d’accordo? Trattasi di una nuova definizione del basket?

Infatti, l’ho coniata,inventata, con ironia guardando il basket in TV.

L’anno scorso nessuno tirava  seguendo la palla a rimbalzo, per una eventuale correzione del gesto. Ora le cose stanno cambiando grazie alla zona.

Difesa Zona 3-2

Chi vuole può continuare , in Europa, col Basket del corri-e-tiro. Avrà delle sorprese.

Non diciamo per favore che non esiste il problema del rimbalzo perchè si potrebbe risolvere andandoci con  gli altri, quelli del lato debole.

Una risposta politica, perchè esclude il vero problema. Solo col Tiro-Rimbalzo di costruisce un’abitudine vera e valida sempre.

Con la politica e senza il lavoro individuale, pian piano non ci andrà nessuno a rimbalzo.

La pallacanestro è “Uno Sport di Abitudini Giuste” fatte per il gioco di squadra, che si conquistano col Tiro-Rimbalzo, un allenamento fatto da soli.

La consapevolezza è importante per questo genere di abitudine.

A nostro avviso, “Tiro-Rimbalzo” è una pietra angolare per il gioco di squadra anche se può sembrare un paradosso l’abbinamento di una squadra con un fondamentale.

Meglio dire che “Tiro-Rimbalzo” è la bandiera del gioco di squadra.

Gianni Malavasi, Il Pressing

 

Basketball Coach.1

Quando un tecnico si pone il problema di come far giocare la propria squadra, quello che proporrà ai ragazzi sarà automaticamente in stretta relazione con la sua mentalità.

Negli atleti evoluti è possibile riconoscere il tipo d’espressione che il tempo e la pratica sportiva hanno reso più adatto a valorizzare le capacità del singolo, e sarà compito del Coach adattarvisi;

Libro-Basket-Zet

Nei giovani atleti, come accennato prima, è il tipo di gioco di prestazione ad esprimersi in modo prevalente.

L’istinto ha quasi sempre la meglio sulla riflessione, e qui iniziano i problemi per gli istruttori che debbono ricercare un metodo tale da sviluppare la capacità di ragionamento dei giocatori in campo;

La strada del gioco di comprensione, in questo caso, sebbene più lunga e difficile, è a mio avviso la più sicura per garantire risultati a lunga scadenza: quando un atleta capisce il perché di quello che fa, dovrebbe avere la capacità in seguito di adattarsi ad ogni tipo di organizzazione.

 CAPIRE LA DIFESA

Difesa posizione

Il gioco in difesa esprime molto bene il livello di “comprensione” di un gruppo.

Le collaborazioni ben difficilmente possono nascere da forme d’organizzazione esclusivamente esecutive.

Né ci si può sempre affidare, specie nelle squadre giovanili, solo alla capacità  “prestativa”  di quello più in gamba, che stoppa tutti, prende rimbalzi e corre in contropiede. 

 

Contropiede rapido

Occorre che tutti sappiano vedere quello che succede, riconoscere le situazioni preparate in allenamento, sapere come ci si deve comportare e reagire di conseguenza, in tempi strettissimi.

Quando aiutare ? Come ? Quando cambiare la marcatura ? Sono domande che i giovani giocatori ci pongono (e si pongono) con l’intento di cercare una chiave di lettura generale, e non singole interpretazioni caso per caso.

Da questo punto di vista, l’istruttore-allenatore può predisporre, attraverso adeguate progressioni di esercizi, i presupposti per interpretare le diverse situazioni difensive con sufficiente efficacia e rapidità, al fine di aumentare “l’intensità” del gioco espressa in campo.

COMINCIAMO DALLA DIFESA TUTTO CAMPO

Molti recenti esempi, anche ad altissimo livello, confermano come la formazione delle squadre (in particolar modo quelle molto rinnovate) possa trovare giovamento dalla esasperazione del gioco a tutto campo, con difesa pressing e ricerca continua del contropiede e della transizione.

Le squadre giovanili, anche quelle più affiatate, possono essere paragonate a questi gruppi in via di formazione, per il loro bisogno di mettere alla prova i propri limiti e per la necessità di elevare il livello di gioco di tutti.

ECCO L’ALLENAMENTO

A) Due-contro-Due Con “Fuorigioco”

Malavasi PressingIl concetto di raddoppio viene facilitato dalla regola del “fuorigioco”: nessun attaccante può superare la metà campo prima della palla. In altre parole si può attraversare la metà campo solo in palleggio e non col passaggio.

Riduciamo così le distanze per il recupero difensivo.

L’obiettivo è raddoppiare quando il palleggiatore volta le spalle o anche se cambia solamente mano, e cambiare marcatura quando chiude il palleggio.

S’inizia con l’attaccante (1) in palleggio. Oppure è il Coach che passa la palla, dalla rimessa, a uno dei due attaccanti.

 B) Tre-Contro-Tre contro col “portiere”

Malavasi pressing.1La terza coppia completa il gioco, non serve più la regola speciale del “fuorigioco”.

Il terzo difensore è un vero e proprio “portiere”, che deve decidere se “uscire dai pali” per intercettare un passaggio o se arretrare assieme all’uomo che fugge, aiutando i compagni sul palleggiatore e recuperando sul proprio avversario. S’inizia con l’attaccante (1) in palleggio.

C) Tre-.contro-Tre con il “portiere” nella metà campo lunga
Malavasi pressing.3
E’ una variante del 3c3 precedente  in spazi ridotti, che serve per meglio esercitare il gioco del portiere.

Il raddoppio, se c’è, arriva da una direzione anomala.

Il portiere ha meno margine di errore e deve essere molto attento a coprire il passaggio lungo.

E’ evidente che, in questa situazione il “portiere” è il difensore di (3).

Serve molta pressione sul palleggiatore, e qui si verifica con mano che non si può mai ruotare in 3 difensori. Ci vuole l’intervento del quarto difensore. Si inizia con l’attaccante (1) in palleggio.

Difesa Anticipo.1

Nella sola metà campo il pressing va allenato soprattutto se gli avversari usano il palleggio.

Oppure, col difensore che opera sul palleggiatore cercando di  indirizzarlo di lato, senza farsi battere.  Un lavoro che comincia a tre quarti campo,  per far attraversare la metà campo in palleggio.

Con la progressione didattica, possono essere ricostruite le situazioni di 2c2, 3c3. 4c4 e 5c5. Un allenamento “frazionato”, sotto forma di gioco.

(Continua…)

 

Il Jungle Team

Comunicare

Le verità del basket possono essere tramutate in favole. Saranno percepite meglio,con consapevolezza, tutte le problematiche. E’  un esempio di  “didattica metacognitiva”. 

Alle elementari di Budrio abbiamo sfruttato la favola non solo per l’approccio coi bambini, ma anche come “programma” da seguire per raggiungere, col basket, la meta della socializzazione.

La favola, inizialmente, era stata costruita per la scelta dei ruoli, in modo libero, da parte dei bambini, in previsione di una attività svolta di pomeriggio presso società di basket. Va da sè che la scelta ha un punto di riferimento psicologico e fisico , non tecnico.

DUE PAROLE  SULLA FAVOLA

zet-elefanteLa favola é un modo eccezionale per trasmettere messaggi perché non forza la comprensione dei contenuti e lascia liberi i soggetti di far propria una eventuale morale intrinseca.

Spesso la sua comprensione non é immediata, ma rileggendola o riascoltandola può illuminare e lasciare un segno nella mente di chi rimane incantato. Anche se un genitore indovinasse alla perfezione perché un bambino si è lasciato prendere emotivamente da una qualunque storia, farebbe meglio a tenere per se questa intuizione.

Infatti spiegare ad un figlio perché una favola sia cosi appassionante per lui, distrugge l’incanto della stessa che dipende in misura considerevole dal fatto che il bambino non sa assolutamente perché gli sia piaciuta tanto.

Questo perché le più importanti esperienze e reazioni del bambino sono in larga misura inconsce, e dovrebbero rimanere tali finché egli non arrivi ad una età e a una capacità di comprensione molto matura.

Logo Laura InBin.3

La caratteristica più importante della favola é che la storia riesca realmente a catturare l’attenzione del bambino per divertirlo e suscitare la sua curiosità.

Perché possa comunicare appieno i suoi messaggi, i suoi significati simbolici, soprattutto, i suoi valori morali una favola dovrebbe essere raccontata piuttosto che letta. La narrazione é preferibile alla lettura perché permette una maggiore flessibilità.

Infatti ciascun narratore, nel raccontarla, sopprime ed aggiunge degli elementi per arricchirla di significati che soddisfano se stesso e gli ascoltatori. Migliora la favola di quei contenuti che fanno parte del suo repertorio.

Noi abbiamo fatto una scelta precisa nel trasmettere i racconti a scopo educativo e didattico. Lo abbiamo fatto quando abbiamo pensato, tempo fa, che i bambini del mini-basket avrebbero dovuto scegliere autonomamente un ruolo “cestistico” da interpretare in campo e che comprendessero quanto fosse pericoloso l’egoismo per una squadra.

Questo è il motivo per cui, coi bambini di Budrio abbiamo raccontato loro la favola del “Jungle-Team”. Nel racconto i protagonisti sono gli animali della giungla che vivono rinchiusi nello “zoo” di Roma.

I bambini, in qualsiasi periodo storico si racconti questa favola, potranno identificarsi nelle qualità psicologiche, fisiche e morali dei vari personaggi e scegliere il ruolo. Non abbiamo mai pensato al ruolo “tecnico”.

ECCO LA FAVOLA:

Jungle Team Foto

“Nello zoo di Roma, il guardiano permetteva sempre ai suoi animali di giocare a basket nel “bosketto”, per distrarsi dallo stress delle visite. Unica condizione, che non litigassero.

Quelli più adatti formarono una squadra e cominciarono a prepararsi per il campionato europeo degli zoo. Come detto, non tutti gli animali potevano partecipare, ma solo quelli in possesso di caratteristiche particolari, simili all’uomo:

1- Il Delfino, per la sua intelligenza e capacità organizzative, ma soprattutto per la sua attitudine ad aiutare gli altri; 2- La Volpe, per la sua astuzia e capacità di ingannare gli avversari; 3- Il Cavallo, per l’intelligenza e la sua propensione alla corsa; 4- Il Leone, per la sua potenza e combattività; 5- La Scimmia , per l’agilità e capacità di copiare i movimenti tecnici “vincenti” degli avversari e farli suoi.

Il guardiano aveva loro concesso la possibilità di utilizzare due recipienti dell’immondizia che accuratamente incastravano fra due rami degli alberi “a mo’ di canestro” e come palla usavano quella presa dalla scimmia ad un bambino che avventatamente aveva lanciato dentro la gabbia.

Mancava solo l’allenatore che potesse aiutarli negli allenamenti e gestire le situazioni speciali della partita. Inizialmente scelsero il “Cane” del custode perché col suo abbaiare dava l’illusione di poter guidare il gruppo.

Presto però si accorsero che il suo carattere scontroso era incompatibile con la sensibilità degli animali della squadra e lo sostituirono con l’Elefante molto più rassicurante per la sua prestanza fisica e per la nota capacità di tolleranza e sensibilità ai problemi della squadra.

Il gruppo andava d’accordo anche perché la presenza dell’allenatore garantiva la pace tra gli animali e, in campo, l’armonia era foriera di risultati sportivi eccellenti: dopo sole cinque partite erano primi in classifica nel campionato europeo ed erano già stati invitati a cena dal presidente dello zoo di Roma.

L’intelligenza del Delfino e del Cavallo era messa a disposizione della squadra, il coraggio del Leone garantiva la supremazia della lotta per i rimbalzi sotto gli alberi, mentre l’agilità della Scimmia e la furbizia della Volpe venivano trasformate in un rendimento veramente elevato sotto il profilo delle realizzazioni.

Ognuno aveva un talento (psicologico e fisico)  da offrire alla squadra ed il primato in classifica sembrava irraggiungibile per gli avversari. Alcuni giornalisti della “Jungle-Gazzette” si erano anche sbilanciati nell’ammettere che tutto era dovuto all’intelligenza e perseveranza del “super-coach”, considerato ora come un mago.

Volpe.1

Ma un giorno la Volpe, non soddisfatta dai successi di squadra, si lasciò sopraffare dal proprio egoismo che si insinuò perversamente nei suoi desideri.

Se avesse segnato più canestri avrebbe avuto maggiori attenzioni dalla stampa ed anche i suoi tifosi personali le avrebbero tributato grande interesse. E così in campo era pronta a prendere il primo passaggio dalla rimessa dal fondo e, con forzati “slalom”, si esibiva in solitari “tiri della disperazione”.

Il primo compagno ad arrabbiarsi fu la Scimmia che tentò subito di sgambettare la volpe per impedirle i suoi individualismi, ma anche per farle un dispetto. Ne approfittarono subito gli avversari che recuperando la palla, avevano facili occasioni per realizzare canestri indisturbati.

Il Leone, istintivamente, si arrabbiò e scatenò la sua collera mordendo ingiustamente gli avversari e “ruggendo” vistosamente contro gli arbitri che furono indotti ad espellerlo e squalificarlo.

Senza il Leone la squadra perse tre incontri consecutivi, i tifosi si arrabbiarono, la stampa specialista incolpò l’allenatore che ora rischiava il licenziamento da parte del presidente dello zoo di Roma.

Delfino-Elefante

Il Delfino ed il Cavallo, notoriamente più intelligenti e sensibili andarono a parlare con l’Elefante per cercare di risolvere questo problema nato per una questione di egoismo ed invidia.

L’Elefante invitò a cena tutta la squadra per parlare insieme del problema e sentire da ogni animale quale fosse la sua versione sulla situazione precaria della squadra e le proposte per uscirne.

Alcuni animali dissero che erano preparati male fisicamente, altri che gli schemi erano vecchi, ma la Volpe, paradossalmente disse che si sentiva fuori dal gioco di squadra e non aveva soluzioni tecniche per esprimere il suo talento.

Il solito vittimismo del colpevole. Quando fu il turno del Delfino, disse che l’amicizia era uscita da quella famiglia e, per farla tornare, occorreva che ogni animale si ricordasse dell’armonia iniziale ed abbandonasse la voglia di glorie personali.

Cena nella Jungla

L’Elefante, saggiamente, ricordò che era bene non leggere troppo la “Jungle-Gazzette” e che i tifosi non erano dei veri amici perché rovinavano, senza volere, la concordia della squadra.

Disse anche che si trovava perfettamente d’accordo col Delfino e, allo scopo, propose di ripetere quella cena una volta al mese facendola a turno “in casa” di ognuno e con la squadra al completo.

Il rivedersi più spesso e lo stare insieme rinsaldò lo spirito di squadra momentaneamente logorato ed il gruppo con l’amicizia ritrovò il piacere di giocare insieme e la vittoria.”

Gianni Giardini, Il Tiro

Giardini, il filosofo dei fondamentali, ama il tiro come “la sete l’acqua” oppure “come la vela il mare”, perché , a suo dire, è di gran lunga il fondamentale più importante. Leggendo questo articolo comprenderete che è anche un poeta.

Gianni Giardini.1

Essendo l’allenatore che ha sempre e solamente allenato giovani ,ha fatto dei fondamentali la sua ragione di vita in palestra , per farli apprendere con partecipazione mentale. Di lui , allievi e genitori parlano con la luce del sentimento, col cuore in mano, consapevoli della grande fortuna di averlo incontrato. Non ci credete?

LA RETINA E LA STELLA

Giardini TiroGiardini Tiro.1“Ovvero, Il grande fascino delle stelle cadenti.

Rappresentano il tentativo etereo e velleitario di svegliare l’attenzione, di fare chiarezza o almeno di non creare ulteriore apatia o confusione sul fondamentale “Tiro”, che anni di luoghi comuni, equivoci, approssimazioni hanno offuscato e confinato da “novella cenerentola” ai margini della nostra attenzione e del nostro impegno.

Relazionarvi sul tiro credevo fosse molto più semplice, ma dopo alcuni momenti di riflessione mi sono accorto di trovarmi in mezzo in un insieme di argomentazioni che spero di avere organizzato secondo qualche criterio di logica e comprensibile chiarezza.

E di interesse comunicativo. Comunque sono qui e mi riferisco al tiro dai bambini agli adulti.

 RICHIAMANDO L’ ATTENZIONE SU:

1. ALLENAMENTO = Viaggio nell’energia umana;
2. TECNICA = Il Massimo con il Minimo;
3. PERIODIZZAZIONE = Magico incontro (Flirt)
4. TIRO = Lampo dall’Istinto;
5. PARABOLA = Collegamento con l’Aldilà

ALLENAMENTO

“E’ un viaggio attraverso l’Energia Umana che , partendo dalla fisiologia rincorre l’incanto del Sogno”

Una riflessione  un po’ paternalistica e provocatoria rivolta in particolare ai giovani allenatori. Ma poi esistono i giovani allenatori? Oppure sono gli allenatori dei giovani?

“Se l’allenamento è un percorso, ascoltami! , giovane allenatore. Se ti accorgi di essere da tempo fermo sulle tue posizioni, se la tua curiosità di conoscere e proporre il gioco si è attenuata, se il tuo impegno sta declinando verso la “grigia routine”, attento! Perché può iniziare il tuo lento decadimento che presto intaccherà il tuo entusiasmo, le tue motivazioni, la tua passione. Reagisci! Riparti! Rituffati nel gioco! Ti accorgerai che c’è sempre qualcosa di nuovo e sconosciuto da scoprire”

Domanda:
“L’allenamento tecnico del tiro migliora le percentuali di realizzazione?”
Risposta:
“Assolutamente, no!!!” “Bisogna distinguere l’allenamento tecnico dall’allenamento competitivo”

Tiro belinelli tecnica

1. L’allenamento tecnico è l’attività che mira ad impostare , migliorare, affinare, correggere e tenere pronto (memoria muscolare) il gesto tecnico.

Stimola elementi “propriocettivi” (interni) dell’atleta, come la coordinazione, l’equilibrio, la sensibilità ( allungamento e padronanza del gesto), la memoria muscolare (capacità di reperire e riprodurre rapidamente il gesto acquisito).

I parametri fisiologici sono minimamente sollecitati. La partecipazione emotiva è pressoché nulla.

Sintetizzando l’allenamento tecnico si scrive con il corpo e s’identifica nel gesto. L’allenamento tecnico più corretto e redditizio a livello evolutivo è a secco , cioè:

Esecuzione del gesto tecnico senza palla;
• Esecuzione mentale del gesto in stato di rilassamento

Entrambi, meglio farli dopo che il giocatore si è auto-osservato nell’esecuzione del gesto tecnico in esame.

2. L’allenamento competitivo è l’attività di preparazione che ha lo scopo di migliorare la prestazione dell’atleta.

Stimola elementi “extracettivi” dell’atleta nel caso del tiro (parabola, distanza, direzione, lateralità) anche propriocettivi (cuore, anima) perché l’interessamento emotivo deve essere elevato e crescente.

Tiro belinelli

Sintetizzando, l’allenamento competitivo deve coinvolgere gli strati più profondi della personalità dell’atleta, si scrive col cuore e con l’anima e s’identifica nella prestazione. E’ facile riprodurre l’allenamento competitivo in palestra

Per adesso, distinto l’allenamento tecnico dall’allenamento competitivo, mi preme affermare che l’allenatore ,che deve intervenire con esercitazioni tecniche , laddove la prestazione del giocatore scade , è fuori strada e sta perdendo tempo!!!!

A meno che il giocatore non sia fuori di testa, ma in questo caso più che l’allenatore dovrebbe intervenire lo psicologo.

TECNICA

Tiro cieco

Il massimo con il minimo, cioè la realizzazione ottimale, massima di un gesto con l’impiego minimo delle risorse.

Domanda: “Chi sono i giocatori in possesso di una tecnica migliore nei fondamentali?

Risposta: “Essendo i fondamentali del basket essenzialmente coordinativi risultano migliori tecnicamente i ragazzi meno dotati di forza che, a parità di coordinazione hanno appreso i fondamentali, sfruttando “millimetricamente”  le loro scarse risorse di forza per conseguire quel gesto.”

Domanda: “E’ giusto correggere tecnicamente all’infinito un giocatore e innervosirsi di fronte ai suoi miglioramenti inadeguati rispetto alla nostra richiesta?”

Risposta: “Assolutamente no!!!” Perché alla base del gesto tecnico dell’atleta c’è, nella sua mente, una personale immagine ideo-motoria e così pure nella mente dell’allenatore.

Le due immagini ideo-motorie non sono simmetricamente né riproducibili , né sovrapponibili, né realizzabili (anche per una diversità fisiologica) quindi l’allenatore deve avere una equilibrata determinazione alla correzione.

Il giocatore stesso, inoltre, se ha la possibilità di vedersi, rimane sorpreso dalla sua diversità esecutiva.

Le migliori e più efficaci correzioni sono quelle visive che comportano una presa di coscienza e un conseguente aggiustamento dell’immagine ideo-motoria nell’atleta stesso. L’uso della videocamera, nell’allenamento a secco è un’operazione saggia.

PERIODIZZAZIONE

Magico incontro (flirt) tra grande prestazione (femminile) e grande evento sportivo (maschile), quindi si possono naturalmente combinare, direi “sposare”. Una delle caratteristiche fondamentali dell’allenamento è la “progressività” intesa come graduale progressione:

Dal leggero…..all’intenso
Dal facile…..al difficile

Tiro NBA

L’esperienza ha dimostrato come non sia possibile procedere con un innalzamento, tendente all’infinito, dei carichi di lavoro (difficoltà e intensità) ma i risultati migliori si ottengono con una programmazione ciclica quando l’allenatore è abile nel programmare intervallando nel tempo il più esattamente possibile. 

Negli sport di squadra la “Periodizzazione” è molto difficile (ma non impossibile) da realizzarsi, dovendo riferirsi a più atleti impegnati, si contemporaneamente, ma avendo caratteristiche fisiche molto diverse (play, pivot) ed anche impieghi molto diversi.

Pensare  alla corsa del Pivot e a quella del play.

Il tiro , a mio parere, è l’unico fondamentale programmabile con più precisione ed esattezza perché “questo è, e questo rimane”, nel senso che “bisogna buttarla dentro!” 

La realtà attuale d’allenamento al tiro , purtroppo, è molto approssimativa nel nostro movimento. I sintomi evidenti di un cattivo allenamento sono:

1. Grande variabilità di prestazione durante l’annata sportiva
• Buone percentuali quando il giocatore è in buona forma;
• Cattive percentuali quando il giocatore scade atleticamente.

2. Difficoltà  di mantenere una buona prestazione quando gli impegni agonistici sono elevati e ravvicinati. Se si allena il tiro da Agosto (inizio attività) a Maggio (conclusione attività) sempre allo stesso modo, talvolta aggiustando solo nella quantità e varietà degli esercizi si ottiene uno scadimento di prestazione. Programmando ed alternando con ragione “quantità” e pressione psicologica (bisogna allenarla) sul tiratore si può invertire la tendenza e cioè mantiene un buon livello di prestazione.

LA MIA PROPOSTA

Il mesocolo, ovvero il periodo mensileConsiderando il periodo agonistico di una squadra Settembre-Maggio , di nove mesi (megaciclo) e supponendo gli impegni agonistici massimi siano sul finire della stagione: imposto:

Settembre-Ottobre-Novembre= Perodo Elegance (chiamatelo come volete): cura del gesto tecnico nella “quantità” e “pressione psicologica minima
Dicembre-Gennaio-Febbraio: periodo “Armony” con cura della prestazione nella “qualità”:
-Realizzazioni definite;
-Realizzazioni definite con Pressione Psicologica Media
Marzo-Aprile –Maggio= Periodo Competition : cura della prestazione nella qualità:
-Pressione psicologica elevata
-Realizzazioni in Serie
-Realizzazioni in Serie e a Tempo

Nei Mesocicli impostare i Microcicli (le settimane) con due-tre allenamenti. Con gli stessi ceriteri dei Mesocicli: 2 settimane oppure 3 con carichi a crescere e 1 a scaricare. Esempio di 2-1 Esempio di 3-1

PARABOLA

Collegamento con “l’Aldilà”. Si può anche intendere con il Paradiso (realizzazione del canestro) oppure Inferno (errore)

Parabola e mira

Fin dai primi allenamenti è importante sensibilizzare e allenare i ragazzi alla “Scoperta” e “Padronanza” della “Parabola” prevedendo esercitazioni di tiro con parabola Bassa-Media-Alta e anche centri perseguibili in “linea retta”.

Definire con vigore che il punto di mira su cui concentrare l’attenzione e riferirsi: è il punto mediano posteriore sul cerchio e non come ho sentito consigliare da alcuni allenatori il punto mediano anteriore del cerchio.

Perché? Nella nostra millenaria evoluzione il concetto di parabola è stato acquisito in tempi secondari e relativamente recenti e ci trasmette nell’immaginario in concetto di andare “aldilà” , di scavalcare qualcosa che si frappone  tra noi e l’obiettivo.

Il fare centro, per i nostri avi, ai primordi, era scagliare una freccia, un dardo in linea retta sul bersaglio. Solo successivamente abbiamo acquisito il concetto di fare centro con l’uso della parabola.

E’ bene suggerire ai ragazzi il punto di Mira sul canestro: dietro , non davanti, perché sarebbero stimolati nel loro primordiale concetto di “mira” nel senso rettilineo ed ,attratti, tirerebbero senza parabola.

Tiro Bird Inizio

Curiosita’: perché i grandi tiratori da lontano colpiscono così tanto la nostra fantasia e rimangono così indelebili nella nostra memoria? Perché a fine partita chi ha tirato da lontano ci fa pensare che abbia realizzato maggiormente rispetto a chi ha realizzato da vicino?

E’ la grande magia del basket, del tiro, delle sue parabole (Stelle cadenti).

Lo spettatore che assiste alla gara, appoggia e viaggia con la sua ansia e la sua immaginazione sulla parabola di tiro. Il tempo che intercorre fra il rilascio della palla da giocatore e il raggiungimento del canestro è eterno e sofferente.

Nella nostra memoria i ricordi vengono ingigantiti ed indimenticabili. Sono quelle traiettorie. I gradi tiratori, un mito.

FINALMENTE , IL TIRO

Ovvero, “Lampo dall’istinto” per riaffermare un dominio su:

1- Se stessi (sentimento);
2- Sul canestro ( Spazio);
3- Sull’avversario (Tempo);

A- Realizzare un canestro da fuori è molto più facile del previsto, se si pensa che:

1- Il canestro ha un diametro di 46 cm ed è fermo!!! Risulta quasi 2 volte il pallone (Adulti)
2- Il pallone “Mini” ha un diametro di 22 cm e pesa 400g. circa
3- Il pallone per adulti ha un diametro di 24 cm e pesa 600g circa

B- Motivazioni

Perché una persona impegnata nel tentativo di fare centro attira la nostra attenzione? Perché, poi, quando fa centro ci sentiamo emotivamente coinvolti partecipando con un senso di inconscia gratificazione?
Il tirare ed il conseguente fare centro, che sia nello sport od altra attività è un “gesto simbolico” che fa riemergere dall’inconscio  della nostra memoria storica, il “senso antico della sopravvivenza” che rappresentava allora il far centro e ci gratificava perché:

1. Era garantita la provvista elementare;
2. Era garantita la nostra incolumità dall’assalto di qualche aggressore.

ALCUNE CONSIDERAZIONI IMPORTANTI

1. Evitare che i ragazzi tirino abitualmente con indifferenza o sufficienza (esempio nell’attesa dell’inizio dell’allenamento);
2. Non inserire esercizi di tiro come pausa tra esercizi intensi di allenamento in modo da evitare il messaggio: tirare0tempo di recupero;
3. L’allenamento di tiro va inserito all’inizio dell’allenamento quando le strutture fisiche e nervose del giocatore sono ancora intatte e particolarmente recettive;
4. E’ corretto suggerire il tiro al giocatore; E’ giusto che il giocatore pensi di tirare e fare canestro? Assolutamente no!!!

DEFINIZIONE CONCETTI

Il tiro non è un’azione razionale ma un gesto istintivo da “pescare” in quella zona “grigia” al limite della consapevolezza dove l’istinto si può fondere con Sicurezza,determinazione,cuore e anima.

Sono i tiri “ignoranti” di Basile , tanto per intenderci. Attenzione perché i bambini, bombardati di divieti non sempre opportuni, sono pieni di paure di sbagliare.

Questo però è un discorso generale che bisogna cercare di superare educando ad una mentalità più positiva. Nei ragazzi, molto spesso, la buona prestazione al tiro deriva dal successo dei primi tentativi, cioè hanno bisogno di una conferma, di rassicurare se stessi.

5. Il tiro dipende dal talento? Assolutamente no!! Certo , non tutti siamo uguali, una differenza nella predisposizione naturale, psicologica e fisica ad una attività esiste, ma oggi con i “carichi”, la “specificità”, “l’intensità di allenamento”, “la buona attitudine” di un atleta, se correttamente allenato, supera di “gran lunga” la prestazione di un talento male allenato e comunque le differenze fra talento e il “normodotato” si possono e si devono ridurre nettamente. Il buon allenamento fa miracoli!
6. Apprendimento e velocità di esecuzione del gesto tecnico. Ogni ragazzo ha una velocità di esecuzione nell’apprendere che deve essere rispettata. Una volta accertato che il livello di apprendimento è soddisfacente, occorre stimolare ad esecuzioni al massimo della loro possibile velocità. Questo perché, ad ogni livello di velocità, vengono assimilati degli apprendimenti che devono essere “resettati” ogni volta che si eleva la velocità di esecuzione. Non c’è alcun collegamento tra i diversi livelli di velocità esecutiva. Il giocatore, inoltre, è poco disponibile mentalmente a “frantumarsi” un proprio fondamentale per ricostruirlo ad un livello superiore di velocità (vive di rendita).
7. Consideriamo più propriamente il tiro in senso “tecnico-tattico”. Il tiro non è solo un fondamentale (il più importante) , ma una “strategia”, una “filosofia” del gioco di attacco. Se parliamo di tiro, richiamo con fermezza l’attenzione sui dettagli.

DETTAGLI

La ricezione della palla in termini di:

1. Spazio= Più vicino, più alte le percentuali e con un minimo di affaticamento;
2. Tempo= Riguarda il passatore che deve sapere di non fare aspettare il tiratore. Buona circolazione di palla=Buone percentuali di tiro
3. Il corpo del tiratore è: correttamente posizionato a canestro e particolare attenzione alla mano Dx con le dita rivolte verso l’alto, pronto al tiro (mani in agguato)

Il Rimbalzo. Per quanto bravi al tiro, ci saranno (speriamo pochi) rimbalzi, su cui bisogna lottare accanitamente per giocarsi la partita. Attenzione ai movimenti suggeriti ai giocatori. “Lato debole”, MAI in allontanamento da canestro! Il rimbalzo è la sintesi del gioco di squadra, la massima espressione di “coesione” della “compattezza” esistente tra i giocatori. E’ l’esaltazione della “umiltà” , della “collaborazione”, della “disponibilità” agli altri. (Recuperare una palla per concedere un altro tiro alla propria squadra, rimediare ad un errore per far tirare, magari, un compagno).

Tecnica Del Tiro. Sorvolo su : a)-Tecnica, che tutti conoscete; b) Punto di partenza del pallone. Alto o basso, per me è ininfluente. Direi alto solo nel tiro in sospensione.

Sensibilità-Sensazioni. La sensibilità del movimento è molto importante per potersi ripetere e auto-correggersi e dipende dalla padronanza che il giocatore ha della propria catena cinetica (successione e qualità delle contrazioni dei gruppi muscolari che intervengono per determinare il movimento) .

Il tiro è “un’onda contrattile” che da tonica di sollevamemnto sale dalle gambe (piedi) in rapida continuità lungo tutto il corpo divenendo sempre più morbida e leggera di “accompagnamento” fino al rilascio della palla dai polpastrelli. Ricordo le tre “S” del giocatore di basket:

1. Mente=Sveglia
2. Gambe=Solide
3. Braccia=Sciolte

Sensazioni= Allenarsi al tiro è anche impadronirsi e memorizzare quel senso gratificante di “armonia-leggerezza” che invade il giocatore al momento del rilascio della palla per cui avverte di avere realizzato prima ancora che la palla sia entrata a canestro.

Lettura psicologica del tiro
1. Gambe= sono sede della decisione;
2. Braccia= sono sede della decisione+fermezza

ALLENAMENTO PRATICO

Materiale occorrente
1. Palloni 20-25 anche da MiniBasket e Pallavolo
2. Contenitore di palloni
3. Coni segnaposto
4. Cronometro e cordella metrica
5. Videocamera (se possibile)

S’inizia con un test di 50 tiri , 10 per ogni posizione del “5 fuori”. Posizioni fisse , misurate esattamente.

• Il test è ripetuto a distanza di un mese;
• I risultati vengono esposti e comunicati a tutta la squadra;
• Premio (da stabilirsi) al migliore in assoluto, oppure al miglior “incremento”, oppure al “più continuo” come somma di risultati mensili.
• Lo scopo è creare “motivazioni” e “competitività” sul tiro

ESERCIZI 
1. Velocità da fermo;
2. Direzione in movimento con arresto a 2 tempi;
3. Distanza in movimento con arresto 1 tempo;
4.Lateralità con movimento e arresto 2 tempi;
5. Memoria Muscolare con slalom in libertà ma con l’obbligo di alternare tiri da vicino , lontano, destra e sinistra

PROGRAMMAZIONE: Mensile 2-1 (Due mesi in crescita e uno in scarica)

1. Elegance
2. Armony
3. Competition

PROGRAMMAZIONE: Settimanale 3-1 (Tre settimane a crescere , una scarico)

FUORI PROGRAMMA

1. Allenamento al tiro libero. Non è più facile perché manca il difensore. E’ un tiro difficilissimo perché speciale. Non si può presentarsi e tirare senza avere verificato la posizione dei piedi, le mani sulla palla, la posizione di partenza. Il respiro è importante: inspirare , ma espirare non completamente. Deve essere fatto tutto come nell’attuazione di un rito.
2. Il tiro da vicino in corsa , ma anche con arresti.

“Termino con la speranza che una “stella” (…almeno una…) entrando nelle “retìna”, si sia impressa nella vostra “rétina” (dell’occhio); se così non fosse , è stata, comunque, una bella serata di basket con tutti Voi. Grazie . Gianni”