Conclusione

Jungle Team Foto

OK, ragazzi non aspettatevi una bibliografia. Questo sito è senza, mi dispiace.

Mi fa piacere invece ricordare che allenare è soprattutto  comunicare, ricordatelo. Comunicare e fare scelte condivise . La comunicazione è importante, ma anche il modo con cui viene fatta, perché  vuol dire allenare meglio.

E’ solo un aspetto del rapporto coi giocatori. Nessun allenatore nasce comunicatore. Come si apprende il tiro, allo stesso modo l’allenatore sviluppa l’arte di trasmettere concetti “metacognitivi”.

Le favole sono il frutto della mia fantasia e dell’entusiasmo di Peter Pan. Sono rimasto un po’ bambino ed è il motivo per cui sono sempre andato alle elementari.

Semplicemente per aiutare ad uscire dalle “gabbie” gli animali del “Jungle Team”. Tra queste favole, una mi sta a cuore. E’ quella d’Arturo il Canguro, il giocatore “autonomo” che si allena accompagnato dal quaderno degli appunti.

La sua indipendenza,dentro il progetto dell’allenatore, lo porta alla creatività e alla imprevedibilità, il sale del basket. Non ha bisogno dell’allenatore, ma è il suo migliore collaboratore.

Sono convinto che il modo di allenare della maggioranza degli allenatori italiani, che sono bravissimi, porti alla dipendenza. Spero di sbagliarmi.

Loro sanno tutto, ma non si muove “foglia” che l’allenatore non “voglia”.

Il fatto non è contestabile, ma c’è un problema. Con più aumenta , in campo, il loro carattere di direttore d’orchestra, anche se impeccabile negli atteggiamenti professionali, spiritoso e piacevole… fa calare in modo direttamente proporzionale la personalità del giovane che subisce. La sua centralità è messa in discussione se non trova il giusto equilibrio.

Canguro

“Arturo il Canguro” è anche la favola che risolve il problema dell’inizio di un’attività sportiva, fatta coi bambini della elementare, quelli che vivono nel nostro periodo storico.

Farli giocare nell’ambiente scolastico è un bel problema da risolvere perché il basket è un gioco di contatti e le maestre non vogliono incidenti. Giocare, non fare esercizi.

C’è una grandissima incapacità motoria e devono giocare tutti, bambine, bambini, anche portatori di leggeri handicap.

“L’attacco al castello” è la grande risposta di “Ettore-l’Elefante”, allenatore del “Jungle-Team”.

Si gioca a basket 5c6 oppure 6c6, ma anche 7c7, usando pochissimi esercizi. Le idee che leggerete spero vi abbiano fatto pensare almeno un po’. E’ quello che mi attendo, è la meta di questo sito.

Insegnare e Apprendere Ho cambiato modo di allenare leggendo l’articolo che riportava la differenza tra insegnamento ed apprendimento. Lo avete letto anche voi? E’ un articolo sistemato in “Filosofia e Favole”.

Basta una scintilla per farti cambiare, anche se molti non lo sanno fare. Cercavo la mia strada e l’ho trovata. Tutto era pronto dentro di me , ma non lo sapevo.

Ho avuto la fortuna di giocare negli anni ’60, allenare dal ’70 in poi ed incontrare Dan Peterson. 

Ho avuto anche il talento di crescere come un giocatore che guarda e vede i dettagli. Servono per copiare le abilità degli altri. E’ il modo migliore per apprendere il basket.

L’auto-allenamento è sempre stato la base del mio procedere e lo sarà sempre per quelli che vogliono diventare autonomi. Ci vuole il carattere giusto che determina la motivazione ad apprendere.

E’ un concetto che a molti allenatori non piace. Non ho mai avuto un allenatore che mi dicesse  come fare per eseguire una sua precisa richiesta.

A 15 anni ho incontrato Beppe Lamberti che mi ha fatto subito giocare con quelli di 18. All’età di 17 anni ero nella Virtus allenata da E. Kucharski.

Mi chiedeva di annullare tecnicamente gli avversari migliori. Non mi ha mai detto come farlo. Altri tempi? Se faccio un flash-back devo affermare che tutti i giocatori del mio tempo storico erano così, tutti autodidatti. Qualcosa è cambiato…

LA VERITÀ È NASCOSTA.

Con questo voglio dire che l’autonomia è sicuramente una questione di carattere, ma si aiuta la sua crescita cominciando col propagandare , favorire  l’esperienza al ragazzo. Comprende la scelta tra quello che sa fare e gli insegnamenti del Coach. L’apprendimento cresce con questa regola, un concetto importante. 

E’ chiaro che l’indipendenza la si raggiunge non solo se si ha talento. Chi ce l’ha,  non ha  tanto bisogno del Coach, questo è scontato. Ma anche quelli con poca attitudine possono essere autonomi semplicemente sfruttando bene quello che sanno fare.

Gioca al Campetto

Se motivati, sarà fatto con  partecipazione mentale, che viene proprio dall’avere seguito la strada della propria esperienza da conquistare. Il Coach che comprende l’importanza della conoscenza personale è un “facilitatore”  d’apprendimento perché  permette al ragazzo di scegliere tra la propria esperienza e l’insegnamento del Coach.

Ecco come si migliora, la verità è nascosta.  Quando il ragazzo sceglie tra il suo progetto e quello dell’allenatore, fa  comunque un balzo in avanti nell’apprendimento.

La verità è nascosta perché è difficile comprendere come agisce la memoria. Se ha immagazzinato dati con consapevolezza, è diversamente efficace.

Riassumiamo per sottolineare. Per scegliere c’è bisogno dell’esperienza personale, raggiunta con quella motivazione che viene solo dal gioco, trasformata così in tracce molecolari. Occorre un punto di riferimento, quello del giocatore.

Serve per potere fare una  scelta ed è scontato il miglioramento.  Si potrà così prendere una decisione  tra quello che si sa fare  e quello che viene proposto dall’allenatore.

Soprattutto decidere  confrontando  le proprie abilità con i movimenti da “copiare”, quelli dei grandi giocatori . Se non c’è la scelta non avviene né apprendimento né miglioramento.  “Sacco vuoto non sta in piedi”, un aforisma riferito alla memoria che deve essere piena di esperienze motorie personali, costruite direttamente dal gioco.

Quello che va bene per un periodo storico non può essere proposto per sempre, allo stesso modo. Ecco l’importanza della “Didattica Metacognitiva” e della comunicazione.

Libro-Basket-Zet

Questa è una grande verità , da tenere in considerazione. Invece, mettiamo la testa sotto terra come gli struzzi , ci nascondiamo per non vederla. I tempi cambiano e con loro pure gli allievi , comprese le abitudini acquisite che ci fanno diversi dai tempi passati.

Gli allenatori di questo periodo storico (2000) sono gli allievi dei grandi maestri degli anni 60-70. Allora l’allenatore “insegnava” col fondamentale analitico in dose massiccia perché la base, il gioco, era già stata appresa sui campetti, che si consumava con la pratica giornaliera.

Mancando questa abitudine è meglio allenare pensando che “non c’è nulla da insegnare perché è tutto da apprendere”.  Attraverso il gioco, naturalmente, che diventa assolutamente prioritario.  Va da sè che non è opportuno (a mio avviso) partire dall’esercizio “piccolo” per poi arrivare progressivamente al gioco, inteso come 5c5, fatto nella metà campo e tutto campo. Tutto alle “dipendenze” del Coach. Si perde il senso e il gusto  della scoperta individuale.

La progressione didattica non è sbagliata , ma diventa oppressione se si pensa che solo per suo tramite si possa “insegnare” il Basket.

Si crea invece una “dipendenza” dal coach che non può portare all’autonomia, bensì all’insicurezza. Il Basket si apprende giocando, attraverso principi e regole, perché è nello spirito del gioco  fatto di regole e fondamentali ,dove le prime hanno la priorità.

Coach

Giocare anche  lontani dal proprio allenatore è fondamentale. In palestra occorre avere la pazienza di lasciare fare una esperienza, ognuno la raggiungerà coi propri tempi. Serve per lasciare che si sviluppi l’apprendimento e la creatività dell’allievo dentro il progetto dell’allenatore.

La consapevolezza è raggiungibile in diversi modi, ma soprattutto con l’auto allenamento.

Solo chi sopravvive e osserva l’evoluzione di 50 anni di storia può affermare: “L’unico allenatore degli anni ’70 che potrebbe ancora allenare in questo periodo storico è Dan Peterson perché è stato sempre un allenatore che utilizzava, fin da quel periodo storico, la “didattica metacognitiva”, basata sulla comunicazione figurata.

Grande trascinatore di uomini, psicologo e amante della storia, ha sempre agito pensando di comunicare bene per allenare meglio, comunicare con la metafora per toccare  sentimenti  e offrire insegnamenti  semplici e costanti nel tempo. Come una goccia che cade sul sasso…per far crescere il fiore del basket.