Identità Individuale

Cos’è l’identità?

Trattasi della “consapevolezza” di sè come giocatore, di quello che si può fare da solo e coi compagni. Questo implica una capacità d’iniziativa che parte da dentro , grazie ad una forte motivazione, per  voler fare qualcosa.

C’è anche la carta d’identità che ci aiuta. Che suggerisce? Che ognuno è diverso dall’altro, col proprio nome e cognome, il proprio fisico, tecnica e personalità. Nel basket seniores si dovrebbe giocare rispettando l’identità tecnica dei giocatori , che significa farlo in modi diversi. Questo è il compito dell’allenatore.

Diverso è il comportamento dell’istruttore che aiuta a costruire una identità tecnica dei giovani che va sviluppata su una base della loro natura.

L’identità è migliorabile dal tipo di esperienza sul campo.

Ci si può specializzare in alcuni fondamentali e avremo una certa identità tecnica, oppure fare, provare “tutto” quello che il gioco comporta, realizzandolo ognuno col proprio talento (poco o molto che sia) e avremo un cambio deciso di identità.

Di solito, gli allenatori coltivano, fanno crescere i talenti in modo che ognuno sappia fare le stesse cose, nei diversi ruoli. Usando lo stesso sistema di gioco, quello della “risonanza”, il più famoso. Adattando le identità tecniche individuali  al sistema di gioco risulterà efficace a seconda delle diverse capacità. 

Val la pena ripetere e discutere su un argomento opinabile. In una squadra giovanile, come già detto, tutti ripetono gli stessi fondamentali che, appresi, vanno applicati al gioco nelle varie situazioni, interpretandolo, con capacità diverse, ma sempre dentro la propria identità.

Spesso trattasi di pochi movimenti appresi quasi sempre senza partecipazione mentale e circoscritti al ruolo, differenziato, per il rendimento sicuro.

Ruolo scelto in base all’altezza,che non è una capacità fisica. Tutto questo deve esprimersi attraverso un sistema di gioco, quale? Quello utilizzato tutti.

Questo è il primo punto del nostro disaccordo. Un tipo di scelta, caratteristica degli anni ’60, ma fortunatamente si può pensarla diversamente. Durante il periodo del mini-basket tutti i giocatori imparano a fare tutto. Non ci sono ruoli. Giocando come? Con idee adatte al loro livello. Mi sembra un buon modo di procedere. Si esprimono cosi diversamente uno dall’altro, secondo il loro talento, provando però a fare tutto.

Quando  si arriva al periodo Under, tutto cambia. Non si potrebbe continuare su quella strada didattica? Semplicemente per completezza del percorso a favore della crescita del giocatore e non alla ricerca del rendimento rapido di squadra. Dopo 60 anni di “ruoli” abbiamo mai provato a realizzarlo?

Succederebbe qualcosa di catastrofico, continuando su quel percorso didattico, sperimentato nel Mini Basket? Tutti continuerebbero a provare di fare tutto, magari introducendo un valore, per l’approccio con l’organizzazione. Tutti proverebbero ad organizzare il gioco, ovvero fare il playmaker. Un pensiero troppo controcorrente? Per alcuni allenatori è una bestemmia.

Eppure ha molti vantaggi. Un accorgimento didattico che mira a salvaguardare il futuro tecnico del ragazzo perchè fa sicuramente apprendere lo spirito del gioco. Impensabile? Solo quando un istruttore non ha come metà il futuro del giovane.

Si dividono, invece,  i ragazzi in ruoli , scelti in base all’altezza che non è una caratteristica fisica. Si realizza l’identità del gruppo come se fosse la prima squadra, per un rendimento immediato. Si inizia il processo di specializzazione .

Non mi è mai piaciuto, ecco un altro punto di disaccordo. Tuttavia, questo è abitualmente il metodo per utilizzare gli Under. Si procede  con le mode e imitando la prima squadra. Pochi organizzano, pochi tirano da 3pt, tutti usano il “penetra e scarica”, guai non saper giocare col “pick&roll… anche se “fare” il blocco non è da tutti.

Naturalmente tutti lavorano sui fondamentali, ma senza crederci più di tanto.

E’ doveroso farlo, lo dicono tutti. Quali, come e perchè? Alcuni sono dimenticati e il “come” non è mai da trascurare, far partecipare mentalmente è importante. Il lavoro è centrato se colpisce l’interesse del giocatore che comprende, sente l’importanza di lavorare per se stesso e collabora attivamente.

E il “tiro-rimbalzo”? Missing, scomparso come prima abbiamo sottolineato. Fin dalle  prime fasce degli Under si imita la prima squadra, dove il  “tiro-rimbalzo” è escluso dal programma, fin dall’inizio . Solo tiro, seguito dal rientro in difesa. Inguardabile, non proponibile ai giovani.

Potete immaginare una “identità” tecnica  con abitudine al “tiro-rimbalzo” ed un’altra senza? Conoscere le tecniche descritte sopra non è sbagliato, siamo d’accordo, ma perchè escludere un fondamentale? La risposta è spesso terribile. Perchè non lo fa più nessuno, dicono quasi tutti. Che direbbe Vittorio Sgarbi se fosse anche  un critico del Basket? Noi, invece meditiamo, senza meravigliarci più di tanto perchè il mondo dello sport  segue soprattutto i dettagli di successo, segue la “risonanza”.

Per essere diversi , come dice l’identità, bisogna fare qualcosa di più, o di diverso da quello che si vede in giro. Pensando al futuro del ragazzo, per esempio, come indirizzo del proprio lavoro. Lo fa solo chi ci crede, chi ha quel tipo di predisposizione, cioè chi allena gli Under per costruire giocatori partendo dalle loro caratteristiche.

Uno spettatore che vede giocare lo capisce subito, l’identità nuova sale sulla ribalta, non si nasconde dentro la monotonia delle copiature. Le partite, di solito, sono delle fotocopie una dell’altra, monotone. L’identità nuova le risveglia.

Perchè poi bisogna far giocare in modo diverso? Perchè diverse sono le caratteristiche dei giocatori e della squadra. Sono le due identità di cui bisogna tener conto.

Farlo,  dipende dal Coach, dal programma tecnico , ma anche dal ragazzo se ha personalità. I giovani possono crescere dentro i ruoli, ma anche seguire un altro indirizzo tecnico che li utilizza diversamente. Come facciamo noi, con gli Under? Prima tutti devono avere la possibilità di giocare come playmaker, poi tutti come pivot.

Il vantaggio? Fuori dai ruoli classici i giocatori devono imparare a fare tutto, come si procedeva nel mini-basket, secondo il proprio talento poco o molto che sia.

D’accordo sul rischio di perdere e sulla fatica per l’insegnamento. Importante non avere fretta e ci saranno vantaggi a lungo termine. Diventeranno, come Under, imprevedibili se il talento lo permetterà ed affronteranno meglio i problemi individuali, durante la gara. Sono pronti per i livelli di gioco superiore. Che fare? Bisogna scegliere bene e cominciare subito. Non è come lavorare su una “risonanza” che ha avuto successo. Anzi, ci sono dei rischi e si procede contro corrente.

Ecco come l’abbinamento “tiro-rimbalzo”, che non presenta controindicazioni, offre una possibilità di  identità particolare , di grande efficacia. Lo potrebbero fare tutti, grandi e piccoli, compreso il Playmaker, l’altezza non conta. Si recupererà la palla per correggere l’errore al tiro, oppure si faranno  altre scelte.

L’idea da portare avanti è quella di iniziare gli “Under” continuando col procedere tecnico del Mini Basket inserendo il fondamentale principe per acquisire una identità precisa: tiro-rimbalzo. Andare a rimbalzo con “mentalità” è una abitudine, come lo è tutto il basket, sport di abitudini giuste. Come pensate che si formi quella del rimbalzo?

Pronti tutti a migliorare la propria identità? In questo modo, non solo il playmaker apprenderà il gioco, perchè tutti  proveranno tutto. Non solo i lunghi andranno a rimbalzo, ma tutti lo faranno e soprattutto dopo il proprio tiro, se il Coach è d’accordo , naturalmente.

Così si giocherà in un modo completamente diverso perchè gli “scopi” sono cambiati. Niente imitazione della prima squadra, ma seguiamo concetti di “identità” mirati al futuro del ragazzo. Se tutti saranno in grado di fare tutto, quale sarà la loro identità e quella della squadra? Avere una squadra di giocatori pronti al rimbalzo d’attacco è come vedere i combattenti d’assalto dei vecchi films di guerra , americani.

IDENTITA’ TECNICA DI SQUADRA

Anche la squadra ha la sua identità, giusto? Da fuori lo si vede subito. Il concetto è lo stesso, occorrono idee innovative, altrimenti tutte le squadre giocano allo stesso modo.

Le idee individuali per l’identità nascono, vengono fuori  dal giocatore e si mettono in mostra anche con la consapevolezza della pratica fatta “da solo” , ma soprattutto guardando gli altri per imitarli. Copiare a scuola si diventa un “asino”, ma farlo nel basket è il modo migliore di apprendere e migliorarsi.

Per l’identità tecnica di squadra è diverso. Non si può “copiare”, ma anticipare, giocando sulle abitudini pregresse dei difensori avversari, essendo questo sport, per definizione, uno sport di abitudini giuste. Appunto per questo motivo tutti i buoni difensori hanno abitudini pregresse. 

Sono iniziative particolari scelte dal Coach per sfruttare le abitudini difensive “giuste” degli avversari e le diverse capacità dei propri giocatori. Prerogative dell’istruttore che sceglie di non usare i “ruoli”, per esempio, perchè ha in mente di sviluppare un sistema dove tutti possono giocare come playmaker.

Purtroppo, invece di cercare la propria identità, si continua a  giocare tutti “uguale”. Con quale sistema? Il più popolare, quello che ha avuto maggiore “risonanza”.  Piu’ comodo sicuramente, si tratta di  affidarsi a quello che che da più sicurezza.

Bisognerebbe seguire una grande regola che consiglia di costruire sempre un sistema di gioco  adatto alle caratteristiche psicologiche , fisiche e tecniche dei propri ragazzi.

Poichè questi cambiano col il divenire storico e il succedersi delle squadre da allenare, ecco risolto il problema dell’identità tecnica di squadra. Praticamente si è costretti a giocare in un modo diverso da quello precedente. E’ un modo corretto di agire, ma non è il solo.

Rispettando le capacità dei propri giocatori si possono mettere in difficoltà quelle degli avversari mettendo in tavola il discorso della fisicità. Possedendola , naturalmente. E’ scontato che affrontare 5 giocatori di grande fisicità è  un dato di grande svantaggio. Questi devono essere in grado di giocare in attacco e in difesa in modo imprevedibile. Non per tutta la gara, naturalmente.

Va da sè che è bene sapere che l’identità, individuale e di squadra, si rinforza con le idee tecniche innovative, o quelle ripristinate come “tiro-rimbalzo”. Non c’è bisogno di giocare con l’ultimo sistema dei “Golden State Warriors”, che hanno avuto una buona risonanza dopo la vittoria.

Mettere un vestito nuovo alla propria squadra con questo genere di novità è deleterio. Per questo, ricordiamo sempre che, se l’allenatore pensa al presente, non dovrebbe allenare i giovani e questo è lo scoglio più arduo da superare.

Non ci crederete ma, pensando alla proposta di procedere dopo il Mini Basket con la la stessa filosofia che “tutti fanno tutto”, si va in una direzione che lavora per il futuro dei giocatori e della squadra. Non giocheranno nel ruolo del playmaker solo i “piccoli”, ma tutti quelli che hanno le capacità psicologiche, fisiche e tecniche per farlo.

I giovani , per la loro crescita non possono essere ingabbiati, apprendendo il minimo per un rendimento sicuro.

Nell’ Under-dei-ruoli l’unico giocatore che sicuramente  apprende per il suo  futuro è il Playmaker perchè impara a conoscere  il gioco con lo spirito giusto. Trattasi della comprensione dello stesso, per offrire l’assistenza agli altri. 

Gli altri giocatori, non tutti, rimangono limitati e, nel futuro, si perderanno. Rimasti fedele al ruolo assegnato giocheranno nelle categorie inferiori. Ci sono  “Nazionali Giovanili” che vincono il titolo mondiale come “squadra” , ma giocatori che si accaseranno in serie A? Pochi. Di sicuro il Playmaker, se ha le caratteristiche fisiche giuste. Con la trafila fatta ha appreso la conoscenza del gioco.

LA RISONANZA

Per l’allenamento, il basket si è sviluppato verso l’infinitamente piccolo, cercando il dettaglio. Tutti sviluppano lo stesso tipo di idea e pochi pensano, invece, che bisognerebbe cominciare dal gioco.

Tutti copiano , uno dall’altro. Perché ,quando le esperienze hanno successo producono una risonanza particolare  su tutti gli allenatori di basket. In questo modo, la risonanza presa da tutti, non va perduta perché passa ai giocatori ed allenatori di ogni squadra. Bisogna tenerne conto.

A volte capita di essere vincenti ed il motivo è legato alla novità della “identità”. Non si può essere vincenti, sempre allo stesso modo, perchè la risonanza ha sistemato, equilibrato, le abitudini di tutti. Offensive e difensive.

Il dettaglio, individuale o di squadra, che ha avuto successo si sviluppa con l’esercizio. Tutti si riempiono la bocca col termine “fondamentali”, fare i fondamentali. Ma quali? Quelli relativi ai ruoli? Ma, tiro-rimbalzo è generalmente adatto a tutti i ruoli. E’ una abitudine vincente, ma la “risonanza” non gli ha mai dato ragione. Non è mai stata una “moda”.

Quando lo si considerava un fondamentale da non perdere, si è genialmente creato un esercizio a coppie meraviglioso: “Il two-ball”. Dov’è finito? Missing, ma non per tutti.  Gli allenatori saggi hanno conservate le pedane di tiro. Vi ricordate? Erano rosse e numerate.

Ecco su cosa non siamo d’accordo. Non ci va bene andare avanti con i ruoli che iniziano subito dopo il mini-basket, non fa più per noi. Anche la favola del “Jungle Team” va cambiata. Era la favola scritta con lo scopo della scelta del ruolo, in modo libero da parte del bambino.

Occorre pensare al futuro dei giovani e i “ruoli” diventano gabbie tecniche.  Eccetto la pratica del playmaker e del pivot.  Sufficiente considerare l’ identità individuale e di squadra? Non basta.

Occorre ricercare  un discorso sui fondamentali che migliori la propria identità di giocatore, da esprimere giocando. Bisogna ricercare una idea vincente di squadra per determinare una nuova risonanza.

Suggerisco di abituare a combattere senza paura. Molto viene da “tiro-rimbalzo”, mi piacerebbe farlo diventare una risonanza che però nasce solo dalla vittoria. Avere questa “identità” , credetemi, è un successo individuale, una grande vittoria.

Vincere non solo le partite ma anche il titolo, grazie e tiro-rimbalzo, è il mio sogno di vecchio allenatore-istruttore, in pensione.

ALLENARSI DA SOLI

Tutti gli allenatori sono affascinati dalle statistiche che sono il punto di riferimento nei fondamentali. Le statistiche in allenamento sono una cosa, in gara un’altra. Sono comunque e sempre indicazioni. Infatti non dicono mai il perché della prestazione.

Guardando le statistiche il Coach sceglie i fondamentali che hanno bisogno di allenamento, e la correzione? Il tiro da fuori non va? Rinforziamolo con una bella seduta di tiro, dicono. Male non fa, ma anche non risolve il problema col tradizionale allenamento.

E’ risaputo che “tiro-rimbalzo” rinforza la “fiducia” nelle proprie possibilità? Va da sè che dovrebbe essere recepito come “risonanza”. Non mi risulta. Anzi. Andare a rimbalzo vuol dire che non si ha fiducia nel proprio tiro, dicono. Non corrisponde alla mia esperienza che ha percepito esattamente il contrario.

L’identità individuale nel basket è la consapevolezza nelle proprie possibilità,  emerge soprattutto se ci si allena da soli, avendo l’idea , magari nascente subito dopo la proposta del Coach, ma eseguita  da soli. Il ragazzo comprende, anche senza statistiche che il suo tiro migliora con la certezza del rimbalzo. “Certezza” è una grande sostantivo che ha un valore profondo se non si copia dagli altri.

Da soli vuol dire senza Coach che magari guarda e solo alla fine consiglia. Perché senza di lui? Allenarsi da soli vuol anche dire avere una certa mentalità ,occorre volontà e convinzione, ovvero, consapevolezza. Quindi avere uno spazio per andare al campetto è importante , della serie io-palla-canestro, senza l’istruttore.  Si realizza l’auto-allenamento ma anche la ricerca di un sogno che tutti non cercano, ma solo quelli che ci credono e vogliono migliorare la propria identità tecnica.

L’identità non teme di essere sola, se è efficace mette in crisi la difesa. Anche se la maggioranza dei giocatori  non va a rimbalzo dopo il tiro, la convinzione è tale che non viene scalpita.

Il ragazzo fa fatica su questa strada e ha bisogno di essere aiutato. Se tutti vanno verso una strada, significa che è giusta per forza? Lo è solo statisticamente. Cosa voglio dire?

Se nessuno usa il fondamentale “tiro-rimbalzo”, significa che si è sulla strada giusta perché lo fanno tutti? Ci vorrebbe Vittorio Sgarbi per dare la giusta risposta.