Il Jungle Team

Comunicare

Le verità del basket possono essere tramutate in favole. Saranno percepite meglio,con consapevolezza, tutte le problematiche. E’  un esempio di  “didattica metacognitiva”. 

Alle elementari di Budrio abbiamo sfruttato la favola non solo per l’approccio coi bambini, ma anche come “programma” da seguire per raggiungere, col basket, la meta della socializzazione.

La favola, inizialmente, era stata costruita per la scelta dei ruoli, in modo libero, da parte dei bambini, in previsione di una attività svolta di pomeriggio presso società di basket. Va da sè che la scelta ha un punto di riferimento psicologico e fisico , non tecnico.

DUE PAROLE  SULLA FAVOLA

zet-elefanteLa favola é un modo eccezionale per trasmettere messaggi perché non forza la comprensione dei contenuti e lascia liberi i soggetti di far propria una eventuale morale intrinseca.

Spesso la sua comprensione non é immediata, ma rileggendola o riascoltandola può illuminare e lasciare un segno nella mente di chi rimane incantato. Anche se un genitore indovinasse alla perfezione perché un bambino si è lasciato prendere emotivamente da una qualunque storia, farebbe meglio a tenere per se questa intuizione.

Infatti spiegare ad un figlio perché una favola sia cosi appassionante per lui, distrugge l’incanto della stessa che dipende in misura considerevole dal fatto che il bambino non sa assolutamente perché gli sia piaciuta tanto.

Questo perché le più importanti esperienze e reazioni del bambino sono in larga misura inconsce, e dovrebbero rimanere tali finché egli non arrivi ad una età e a una capacità di comprensione molto matura.

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La caratteristica più importante della favola é che la storia riesca realmente a catturare l’attenzione del bambino per divertirlo e suscitare la sua curiosità.

Perché possa comunicare appieno i suoi messaggi, i suoi significati simbolici, soprattutto, i suoi valori morali una favola dovrebbe essere raccontata piuttosto che letta. La narrazione é preferibile alla lettura perché permette una maggiore flessibilità.

Infatti ciascun narratore, nel raccontarla, sopprime ed aggiunge degli elementi per arricchirla di significati che soddisfano se stesso e gli ascoltatori. Migliora la favola di quei contenuti che fanno parte del suo repertorio.

Noi abbiamo fatto una scelta precisa nel trasmettere i racconti a scopo educativo e didattico. Lo abbiamo fatto quando abbiamo pensato, tempo fa, che i bambini del mini-basket avrebbero dovuto scegliere autonomamente un ruolo “cestistico” da interpretare in campo e che comprendessero quanto fosse pericoloso l’egoismo per una squadra.

Questo è il motivo per cui, coi bambini di Budrio abbiamo raccontato loro la favola del “Jungle-Team”. Nel racconto i protagonisti sono gli animali della giungla che vivono rinchiusi nello “zoo” di Roma.

I bambini, in qualsiasi periodo storico si racconti questa favola, potranno identificarsi nelle qualità psicologiche, fisiche e morali dei vari personaggi e scegliere il ruolo. Non abbiamo mai pensato al ruolo “tecnico”.

ECCO LA FAVOLA:

Jungle Team Foto

“Nello zoo di Roma, il guardiano permetteva sempre ai suoi animali di giocare a basket nel “bosketto”, per distrarsi dallo stress delle visite. Unica condizione, che non litigassero.

Quelli più adatti formarono una squadra e cominciarono a prepararsi per il campionato europeo degli zoo. Come detto, non tutti gli animali potevano partecipare, ma solo quelli in possesso di caratteristiche particolari, simili all’uomo:

1- Il Delfino, per la sua intelligenza e capacità organizzative, ma soprattutto per la sua attitudine ad aiutare gli altri; 2- La Volpe, per la sua astuzia e capacità di ingannare gli avversari; 3- Il Cavallo, per l’intelligenza e la sua propensione alla corsa; 4- Il Leone, per la sua potenza e combattività; 5- La Scimmia , per l’agilità e capacità di copiare i movimenti tecnici “vincenti” degli avversari e farli suoi.

Il guardiano aveva loro concesso la possibilità di utilizzare due recipienti dell’immondizia che accuratamente incastravano fra due rami degli alberi “a mo’ di canestro” e come palla usavano quella presa dalla scimmia ad un bambino che avventatamente aveva lanciato dentro la gabbia.

Mancava solo l’allenatore che potesse aiutarli negli allenamenti e gestire le situazioni speciali della partita. Inizialmente scelsero il “Cane” del custode perché col suo abbaiare dava l’illusione di poter guidare il gruppo.

Presto però si accorsero che il suo carattere scontroso era incompatibile con la sensibilità degli animali della squadra e lo sostituirono con l’Elefante molto più rassicurante per la sua prestanza fisica e per la nota capacità di tolleranza e sensibilità ai problemi della squadra.

Il gruppo andava d’accordo anche perché la presenza dell’allenatore garantiva la pace tra gli animali e, in campo, l’armonia era foriera di risultati sportivi eccellenti: dopo sole cinque partite erano primi in classifica nel campionato europeo ed erano già stati invitati a cena dal presidente dello zoo di Roma.

L’intelligenza del Delfino e del Cavallo era messa a disposizione della squadra, il coraggio del Leone garantiva la supremazia della lotta per i rimbalzi sotto gli alberi, mentre l’agilità della Scimmia e la furbizia della Volpe venivano trasformate in un rendimento veramente elevato sotto il profilo delle realizzazioni.

Ognuno aveva un talento (psicologico e fisico)  da offrire alla squadra ed il primato in classifica sembrava irraggiungibile per gli avversari. Alcuni giornalisti della “Jungle-Gazzette” si erano anche sbilanciati nell’ammettere che tutto era dovuto all’intelligenza e perseveranza del “super-coach”, considerato ora come un mago.

Volpe.1

Ma un giorno la Volpe, non soddisfatta dai successi di squadra, si lasciò sopraffare dal proprio egoismo che si insinuò perversamente nei suoi desideri.

Se avesse segnato più canestri avrebbe avuto maggiori attenzioni dalla stampa ed anche i suoi tifosi personali le avrebbero tributato grande interesse. E così in campo era pronta a prendere il primo passaggio dalla rimessa dal fondo e, con forzati “slalom”, si esibiva in solitari “tiri della disperazione”.

Il primo compagno ad arrabbiarsi fu la Scimmia che tentò subito di sgambettare la volpe per impedirle i suoi individualismi, ma anche per farle un dispetto. Ne approfittarono subito gli avversari che recuperando la palla, avevano facili occasioni per realizzare canestri indisturbati.

Il Leone, istintivamente, si arrabbiò e scatenò la sua collera mordendo ingiustamente gli avversari e “ruggendo” vistosamente contro gli arbitri che furono indotti ad espellerlo e squalificarlo.

Senza il Leone la squadra perse tre incontri consecutivi, i tifosi si arrabbiarono, la stampa specialista incolpò l’allenatore che ora rischiava il licenziamento da parte del presidente dello zoo di Roma.

Delfino-Elefante

Il Delfino ed il Cavallo, notoriamente più intelligenti e sensibili andarono a parlare con l’Elefante per cercare di risolvere questo problema nato per una questione di egoismo ed invidia.

L’Elefante invitò a cena tutta la squadra per parlare insieme del problema e sentire da ogni animale quale fosse la sua versione sulla situazione precaria della squadra e le proposte per uscirne.

Alcuni animali dissero che erano preparati male fisicamente, altri che gli schemi erano vecchi, ma la Volpe, paradossalmente disse che si sentiva fuori dal gioco di squadra e non aveva soluzioni tecniche per esprimere il suo talento.

Il solito vittimismo del colpevole. Quando fu il turno del Delfino, disse che l’amicizia era uscita da quella famiglia e, per farla tornare, occorreva che ogni animale si ricordasse dell’armonia iniziale ed abbandonasse la voglia di glorie personali.

Cena nella Jungla

L’Elefante, saggiamente, ricordò che era bene non leggere troppo la “Jungle-Gazzette” e che i tifosi non erano dei veri amici perché rovinavano, senza volere, la concordia della squadra.

Disse anche che si trovava perfettamente d’accordo col Delfino e, allo scopo, propose di ripetere quella cena una volta al mese facendola a turno “in casa” di ognuno e con la squadra al completo.

Il rivedersi più spesso e lo stare insieme rinsaldò lo spirito di squadra momentaneamente logorato ed il gruppo con l’amicizia ritrovò il piacere di giocare insieme e la vittoria.”