La Didattica Metacognitiva

Ovvero, apprendere con consapevolezza

Driscoll e Roche

C’è stato nella storia della pallacanestro italiana un solo allenatore che aveva nella sua didattica l’idea di far apprendere con consapevolezza. Dopo 45 anni il suo “verbo” è ancora attuale.

Trattasi di Dan Peterson. Da lui viene l’idea di ripetere la pratica dei fondamentali secondo la metafora della “Goccia ed il Sasso”.

Ogni settimana , il martedi e mercoledi erano dedicati ai fondamentali individuali, offensivi e difensivi. Una goccia costante che cadeva sulle abitudini tecniche dei giocatori.

Una grande lezione con al centro il giocatore che può crescere coi suoi tempi di apprendimento.

Non solo. L’insegnamento donato allo stesso atleta procedeva ricercando l’accessibilità del messaggio tecnico, nel rispetto della persona.

Una attenzione didattica che vale per tutti i livelli, dalla scuola elementare alla serie “A”.

Non tutte le didattiche devono essere necessariamente uguali.

Per esempio Peterson aveva una didattica opposta a quella di Aza Nicolic, basata sull’insegnamento che viene dall’alto.

Due personalità e culture diverse, entrambe di successo in un certo periodo storico (allenavano a Bologna negli anni ’70).

Tuttavia , quella di Dan Peterson si è rivelata vincente in ogni periodo storico ed è ancora attuale. Questa la grande differenza.

LA DIDATTICA E’ L’ARTE DELL’INSEGNAMENTO

Aforismi

Dipende dalla propria cultura anche se i libri di scuola ce ne hanno proposta una, quella classica.

Non bisogna però seguire quello che dicono gli altri, ma solo tenerne conto.

Va da sé che ne conosciamo l’esistenza da sempre, appresa da tutti gli allenatori , che segue le regole della: “chiarezza”, “accessibilità”, “evidenza”, “progressione didattica”, “divertimento”.

Niente da ridire, un ottimo punto di riferimento.

Ne esiste però un’altra, più profonda , che tende alla consapevolezza, quindi all’autonomia.

E’ basata sulla ricerca del perché, quindi della “comprensione” che noi chiamiamo “spirito del basket”.

Coach e Pick-Roll

Diversa dalla didattica che fa dei giocatori degli esecutori, sfruttando solo il fisico.

Infatti, il termine “metacognitivo” significa oltre la conoscenza normale, una percezione più profonda che induce a chiedersi il perchè di quello che succede in campo. Faremo alcuni esempi per l’accessibilità del termine.

Va da sè che la didattica e il suo modo di procedere sono un aspetto personale della cultura. Oltre ad essere “elastica”, adattata cioè al gruppo di allenamento , si prenota per dire la sua riguardo un tema importante: insegnamento e apprendimento.

INSEGNAMENTO E APPRENDIMENTO

Poiché è l’insegnamento che si avvale della didattica (Progressione Didattica), va da sé che insegnare ed apprendere non sono per niente la stessa cosa. Se c’è un insegnamento, come viene appreso? Con consapevolezza? Qui, di solito, nascono i disaccordi.

Si può sicuramente insegnare , ma anche apprendere con superficialità e insicurezza. Scontato? Forse. Sono sicuro che molti insegnano pensando che attraverso la “progressione didattica” l’allievo apprenderà con consapevolezza. Non è così.

Cosic coach

Ci troviamo in una situazione veramente ingannevole perché, in effetti, con la progressione didattica s’impara indiscutibilmente con facilità, ma anche con dipendenza psicologica.

Un pensiero che mi ricorda la frase famosa di Kresimir Cosic: “Giocatore, allenatore dipendente, tristo-che-puzza!”

Nello sport occorre essere consapevoli, sicuri di se e avere la forza di superare da soli gli ostacoli. Si chiama “autonomia”.

Quindi, occorre andare “oltre” l’uso massimale della “progressione didattica” e limitarla.

Bisogna assicurare agli allievi un apprendimento che lasci una traccia consapevole nella memoria. Va da sè che è necessario invitarli all’auto-allenamento.

UN TERMINE POCO GRADITO

Avere Talento

Auto-allenamento? Arricciano il naso gli allenatori aggrappati alla “procedura didattica”. Eppure loro stessi affermano che l’autonomia è la grande meta del dell’allenatore in generale o del Preparatore in particolare. Una contraddizione.

Si va dal piccolo al grande, dal semplice al complesso e l’allievo ha un apprendimento apparentemente facilitato. E anche comodo, senza però essere un vantaggio perchè produce insicurezza di fronte ad ostacoli non contemplati precedentemente.

Nelle situazioni imprevedibili se la cava sempre e solamente il ragazzo autonomo. I giovani giocatori argentini e spagnoli sembra che nascano con questa caratteristica. Sarà un caso?

Ci si trova nella situazione di quei genitori che danno tutto ai propri figli, togliendo però il gusto della conquista, fatta con sofferenza e sacrificio ,che porta però ad un’esperienza consapevole.

5c5 attacco al pressing

E’ la fisiologia della memoria che insegna. Ci dice che l’apprendimento consapevole lascia una traccia molecolare perenne. Una base, una pietra angolare per costruire movimenti più complessi.

Deve essere però fatto come un’esperienza personale, giocando. Soprattutto in allenamento, come si può vedere dal video.

Va da se che i ragazzi si muovono liberamente con principi di gioco, leggendo la difesa e la conclusione è istintiva.

LA CONSAPEVOLEZZA

La “didattica metacognitiva”, dunque, mira a rendere consapevole l’allievo dei suoi processi conoscitivi e a metterlo in grado di sceglierli, controllarli e migliorarli.

Allo scopo consigliamo l’auto-allenamento per tiro-rimbalzo. Non solo.

Tutti devono provare l’organizzazione del playmaker e solo in un secondo tempo , tutti giocano nel ruolo del pivot. Due soli ruoli, ma inizialmente uno solo, il playmaker.

Mi sembra importante mettere in bella evidenza alcuni modelli che riguardano l’apprendimento consapevole. Sono esempi interessanti.

Esercizio autovalutazione

1-La consapevolezza viene quando una persona è immersa in un problema che deve risolvere da solo.

Come guardare e vedere per copiare, riproducendo esattamente il movimento di un compagno. Copiare e realizzarlo esattamente in partita. Inizialmente la montagna è troppo grande da scalare, ma non per tutti.  Copiando a scuola si diventa “asini”, ma nel basket “campioni”.

2-La consapevolezza è come il giovane pittore che prende i colori per mescolarli e scegliere la tonalità giusta.

Vuole illustrare un sentimento che è partito da dentro ed arriva a sognare la risoluzione. Si sveglia per scriverla sul libretto degli appunti. Lo fa per non dimenticare la decisione. Se avrà successo, a livello molecolare, una traccia di memoria si insedierà per sempre.

Se il suo maestro gli avesse costruito, con progressione didattica, la modalità risolutiva, non sarebbe stato la stessa cosa, non avrebbe costruito nella sua memoria una sicurezza, un ricordo per sempre.

Metterlo in condizione di eseguire quel processo con motivazione, dicendogli che avrebbe dovuto raggiungere il risultato da solo, il maestro è sceso sul campo dell’insegnamento fatto con didattica metacognitiva.

3-La consapevolezza assomiglia al giovane disegnatore di fumetti che ha una sceneggiatura scritta da trasformare in immagini.

Devono diventare una storia sulla base di una narrazione attenta, precisa e costruita con realismo. Dopo grandi difficoltà, se riuscirà a risolvere il problema, farà un’esperienza da memorizzare positivamente, una base stabile per nuovi apprendimenti e risoluzioni.

Se avesse avuto il maestro pronto a fargli seguire un’idea passo-a-passo, una strada percorsa con didattica dettagliata, senza stress e facilitata, il giovane fumettista sarebbe diventato un insicuro operatore. 

Solamente un buon esecutore, ma dipendente.

1-La conquista

4-La consapevolezza è ciò che risulta da un allenamento individuale di “tiro a canestro” dove però l’allievo, allenato precedentemente dal maestro insieme agli altri, ora è solo.

E da solo deve migliorare i difetti che l’allenatore ha rilevato. Se riesce nell’intento, se corregge le carenze della “meccanica del tiro”, quelle relative al “controllo della parabola”, “regolazione della distanza”, delle “spinte” che partono dai piedi fino alle dita della mano, diventerà consapevole, sicuro e autonomo.

Completerebbe la capacità di correggersi se usasse anche la correzione “fisica”, andando a rimbalzo.

La sua memoria immagazzinerà tutto con consapevolezza e farà agire il giocatore in un modo diverso.

Diverso da quello che avrebbe fatto se il risultato finale fosse stato raggiunto con la sola “progressione didattica” e sempre in presenza dell’istruttore, suggeritore delle correzioni.

Va da sé che questi agisce con “didattica metacognitiva” se induce l’allievo a completare il suo insegnamento  convincendo il giocatore ad allenarsi anche da solo.

Andare a rimbalzo dopo il proprio tiro è solo una questione di “comprensione”. Un ragazzo intelligente comprende che l’avversario è battuto, senza scampo.

REPETITA IUVANT

Chi insegna non può avvalersi solo della “progressione didattica”, ma riconoscere che con la “metacognizione” si arriva alla consapevolezza di quello che l’allievo apprende, l’inizio del percorso che conduce all’autonomia.

Si comprende questo concetto solo se si conosce il funzionamento della memoria, la sua reazione fisiologica di fronte all’esperienza personale, fatta con partecipazione mentale.

IL GRANDE LAVORO DELL’ISTRUTTORE

Coach

Va da sé che la didattica metacognitiva si avvale dell’auto-allenamento come uno dei tanti modi per espletarla. Pensate forse che l’allenatore non sia ugualmente importante?

E’ semplicemente indispensabile quando indica la strada della consapevolezza che si raggiunge facendo anche scrivere, su un quaderno, il programma dell’allenamento.

Con gli scopi degli esercizi, naturalmente.

La consapevolezza per apprendere il Gioco-del-Basket può realizzarsi solo giocando nei tantissimi modi che l’allenatore conosce per la pratica di campo, ma anche stimolando il giocatore verso il Play-Ground e giocando insieme a giocatori di altre squadre.

Quando dico “giocare” intendo la pratica del 5c5 fatto nella metà campo oppure tutto campo.

E’ nettamente diverso che apprendere il gioco con gli esercizi in progressione didattica, che comunque vanno usati senza esagerare.

Contropiede.2

Il “gioco” ha bisogno di essere interpretato dai soli “principi” per lasciare fare un’esperienza.

Un esempio dei principi da osservare? Non c’è solo “leggi la difesa” e la partita. Costringi il difensore a fare quello che vuole l’attaccante è un bella meta da conquistare.

Con l’idea prioritaria, rispettando gli spazi da sfruttare,  di battere l’avversario quando c’è il possesso della palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Ovviamente occorre un’idea che leghi e sviluppi questi principi, non si può pensare che tutto nasca spontaneamente. L’allenatore ed il suo lavoro… sono fondamentali.

SOLO PER CONCLUDERE

A nostro avviso, questa è la “metacognizione” che va oltre la conoscenza normale delle cose. 

Didatticamente, si parte dal “lasciare fare una esperienza” che è uno dei nostri segreti più importanti , anche questo è un insegnamento “metacognitivo”.

Lo si raggiunge dedicando molto tempo al gioco. Gioco libero  per  scegliere quelle idee che dovrebbero pian piano sostituire le abitudini pregresse dei giocatori. Innanzitutto tiro-rimbalzo e non solo tiro. Se i professionisti non seguono il loro tiro, non possono essere imitati dei giovani. Coi giovani non bisogna mai usare le procedure con tiro senza rimbalzo.

Occorre allenare con costanza formando abitudini giuste, valide sempre.  Tiro-Rimbalzo è valido sempre.

Il fiore nella roccia

La “goccia e il sasso” ci guida sempre. La continuità fa nascere il fiore del basket. Dan Peterson docet.

I miglioramenti partono dalla esperienza personale e avvengono quando il giocatore deve scegliere, in modo consapevole , la nuova strada.

Solo così il ragazzo impara. Non tutti scelgono di cambiare, solo i migliori lo fanno per migliorare.

L’apprendimento è una vittoria della motivazione individuale.

Passa attraverso le correzioni personali e quelle delle scelte, dopo l’intervento tecnico dell’allenatore, poi realizzate perché comprese. La comprensione stimola la decisione del cambiamento.

La comprensione è lo spirito del basket.