L’Avv.Porelli Chiama, Domani Alleno

E’ capitato a me, poi a Dan Peterson, quindi a Terry Driscoll in mia compagnia, di nuovo al sottoscritto con  Asa Nicolic, a Kresimir Cosic , ad Alberto Bucci ed infine ad Ettore Messina.

L’ombra del “Boss” sulla vita di molti personaggi che interpretano in modo diverso la stessa scena del film, che inizia col telefono che suona. Tutti possono raccontare la “storia” durante la loro proiezione del film, tutti con lo stesso regista.

La mia filosofia di allenatore è tutta rinchiusa in questo articolo che cerca di descriverla.

Prima di addentrarci, devo dire che non sono mai stato un allenatore, ma solamente un giocatore che ha fatto un tentativo.

Non sono nemmeno una persona adulta di 75 anni, perché sono ancora un bambino con un entusiasmo infinito che contempla la decadenza del proprio fisico.

ENTUSIASMO?

Una caratteristica psicologica che non appartiene ai vecchi, ma solo ai bambini. E’ l’incontenibile spinta ad agire e operare dando tutto sé stesso. Si può trasmettere applicata alla tecnica.

L’entusiasmo è contagioso e l’aveva compreso soprattutto l’Avv. Porelli. Correva l’anno 1972 quando mi chiamò. La squadra Juniores (Under18) è tua, mi disse.

I ragazzi provarono l’entusiasmo applicato alla difesa che è qualcosa di coinvolgente per i giocatori e sconvolgente per gli avversari. Col loro impegno, gli Under18 della Virtus vinsero subito il titolo. Correva l’anno 1972, a Castelfranco Veneto.

L’entusiasmo ? E’ il risvegliarsi di una forza che ci invade, tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano.

Per questo motivo ragazzi giovani, ma anche i giocatori seniores stavano volentieri con me , perché ho sempre comunicato concetti importanti, destando l’entusiasmo, con la metafora. Ovvero, il mio linguaggio per comunicare è preso dalle favole e questo contribuisce a caricare l’ambiente d’entusiasmo.

Mi venivano fuori istintivamente, quando trovavo uno ostacolo alla comprensione nel trasmettere la tecnica. Una spontaneità che veniva dall’insegnamento alle elementari dove sono approdato a 20-40-60 anni.

Con questo tipo di comunicazione i ragazzi si entusiasmano , gli uomini mi guardano con occhi “basiti”, increduli ma soddisfatti perché tutti sono stati bambini. Correva l’anno 1972, ma non solo.

Tutti ragazzi “correvano” in quell’anno perché l’entusiasmo applicato alla tecnica motivava allora, ma incentiva ora e sempre tantissimo. Difesa pressing e 1c1 in attacco, con palla, senza la stessa e a rimbalzo.

Come già detto , l’avv. Porelli mi telefonò. Domani alleni, mi disse. Domani?

Ripensandoci, oltre alla specialità dell’anno e il “correre” dei ragazzi, “corre” anche una verità assoluta. La vita dipende dagli incontri che si fanno. Non avrei mai allenato se non ci fosse stato Porelli, a me piaceva giocare.  Tuttavia, pensavo che avrei potuto anche allenare , perché già lo facevo alle scuole elementari e reclutavo giovani per il Basket Budrio “desaparicido”.

Attenzione però, l’entusiasmo non basta, perché non c’è solo la tecnica. Nella gestione di un gruppo , la tecnica è l’ultima ruota del carro.

Va da sé che bisogna comprendere quando arriva il proprio livello di incompetenza. Prima o poi arriva. Per allenare bisogna avere la consapevolezza della gestione di tutte le problematiche del coaching …e la tecnica ha un valore marginale.

Così, pur vincendo, ho capito che allenare è gestire gli uomini. Non fa per me, ho pensato.

Ci vuole molto più della tecnica e ,queste cose, ho pensato che fosse meglio lasciarle a Dan Peterson, col quale sono stato molto tempo, oppure ad Alberto Bucci che ha un approccio psicologico da leader per le persone.

Il mio entusiasmo si scatenava solo durante il gioco. Io amavo e amo la tecnica e le favole. E, ancora di più, la mia famiglia. Dan e Alberto, pensateci voi, ho esclamato, quando la sentenza di Peter mi ha chiamato.

Solo per dare due grandi esempi. Esempi per coloro che hanno veramente le capacità di guidare gli uomini, gestendo le loro motivazioni positive e gli atteggiamenti negativi. Non basta saper giocare a basket, per vivere dentro una squadra, e non basta conoscere la tecnica per allenarla.

Il basket, il gioco e l’entusiasmo per la tecnica. Ecco la mia filosofia, ma soprattutto amo la famiglia e, quando si allena, la propria famiglia non può essere nessuna “prima squadra” sportiva. A mio avviso, naturalmente…

Un conflitto che ho risolto andando via, fuggendo dalla strada maestra, quella del Coach professionista.

Sono rimasto però con i giovani perchè ho sempre pensato che, allenandoli, occorre guardare oltre il presente e “vedere” il loro futuro. Sarà frustrante se si fanno crescere tecnicamente dentro le “gabbie” della specializzazione.

IL FUTURO DEI RAGAZZI

Nel mio modo di allenare non c’è il riferimento per nessuno allenatore, perché istintivamente è sempre prevalsa la mia mentalità di giocatore.

Sono quindi un “giocatore” che ha anche allenato, dalla scuola elementare alla serie A, ma Dan Peterson è il Coach di riferimento. Sogno ancora di giocare, nessuno sogno come allenatore. Eppure ho vinto, anche molto.

Quando allenavo , istintivamente, non lo facevo per il presente del giocatore ma per il suo futuro. Scontato? Non so da dove venga questo pensiero, forse dalla negatività intrinseca dei “ruoli” e dalle relative “gabbie tecniche”, dalle quali bisogna fuggire. Penso che tutti gli istruttori dovrebbero contribuire.

Alla fine del mini-basket si gioca col “penetra-e-scarica”, come i professionisti, quindi un gioco specialistico.

I bambini già indirizzati verso la specializzazione? Non va. Cresceranno dentro una costruzione tecnica di tipo gerarchico e i ragazzi più “alti” arriveranno presto al loro livello di incompetenza. Il loro futuro sarà molto compromesso.

Dal 1972, anno di inizio dell’esperienza di Coach, tutti i miei giocatori hanno provato la strada del Playmaker. Non ho mai guardato alla loro altezza, una caratteristica che spedisce il giocatore dentro la gabbia tecnica del Pivot.

Nella “favola”, l’altezza appartiene alla “Giraffa” che non si presentava agli allenamenti del “Jungle Team” perché consapevole di essere in possesso di una falsa capacità fisica.

Trattasi di una caratteristica morfologica, descrittiva. Per questo motivo la “Giraffa” comprendeva che non sarebbe riuscita a giocare.

Con la sola altezza non si va da nessuna parte, pensava. Allo stesso modo non può essere un motivo di scelta principale per il ruolo tecnico. Al massimo si può tollerare come “contorno”, qualcosa in più, rispetto le altre caratteristiche fisiche. Solo così sarebbe utile.

Quando penso che il metodo di attribuzione dei ruoli si basa proprio da scelte derivanti solo dall’altezza, urlo di rabbia. Va da se che per il futuro dei giovani, tutti dovrebbero fare esperienza come playmaker, ma non perché sia la strada per diventare organizzatori, ma provarci è propedeutico per migliorare .

Il playmaker è una creatura divina che solo Dio può creare. Però è l’unico ruolo per poter comprendere lo spirito del basket, ovvero giocare acquisendo la conoscenza del tutto, ma non solo.

Sposta in avanti il momento della incompatibilità, i limiti di gioco rilevati dalla legge di Peter. “Tutti giocano playmaker”, non toglie nulla ai più bravi, ma il gioco di supporto non può essere “penetra e scarica”.

I miei ragazzi mi ricordano per questo motivo. Nessuno ha mai giocato nel ruolo del pivot, prima di aver provato quello del Playmaker. La maggioranza degli allenatori della prima fascia Under gioca già coi ruoli e quelli “alti” sono sacrificati.

Andare controcorrente si prende il raffreddore, come allenatore, ma anche tanti sorrisi dai propri allievi che, giocando, apprendono lo spirito del basket, nel ruolo del playmaker. Molti complimenti dai presidenti, “competenti”, che vedono le loro speranze soddisfatte per i giocatori “fatti in casa”.

Dopo i l periodo col Fernet Tonic, mi richiama l’Avvocato Porelli per allenare insieme a Discoll che ha appeso le scarpe al chiodo. Vuole accontentare i tifosi facendo allenare il loro prediletto.

Nel Fernet Tonic c’erano stati ragazzi stupendi, dei veri professionisti, facili da gestire. Tuttavia la tecnica ci aiutò moltissimo perché non giocavamo secondo la “gerarchia” dei ruoli, bensì sul disagio tecnico sviluppato dalla fisicità. Sempre contro corrente.

Meo Sacchetti , arrivato come Pivot, diventò Guardia-Play e voi potete immaginare la fisicità espressa da Masini (2,08m), Ghiacci (2,04m), Canciani (2,02m), insieme a Romeo?

Ecco che arriva la seconda telefonata “a las cinco de la tarde”. L’avvocato è, in un certo senso, come il “postino” che suona sempre due volte.

LA RIVOLUZIONE TECNICA

Correva l’anno 1979, ma stavolta non dovevo fare molto perché il playmaker era li, alto 2,11m. Il più grande giocatore della storia della Virtus.

Non un playmaker tradizionale alla Caglieris, ma organizzava prendendo sempre il primo passaggio, andando in mezzo alla “ragnatela dei passaggi”,col movimento senza la palla.

La “praxis” si rovescia, come nelle grandi rivoluzioni. Le gerarchie non sono più rispettate perché chi comanda in campo è il N°5, di solito dipendente degli esterni.

Sono passati quasi quarant’anni, ma non si può dimenticare Kresimir Cosic. Giocava insieme a Caglieris, ma era lui che forniva assist per tutti.

Usava i fondamentali, tutti , a seconda delle necessità della squadra, ma soprattutto pensava che era meglio far fare un passaggio , piuttosto che un tiro. Giocava per gli altri, ma le situazioni difficili erano tutte sue, come fanno i grandi giocatori. Risolveva così tutte le necessità della squadra.

Quando cominciava la partita, serviva il passaggio a tutti, ma si ripeteva solo con chi aveva realizzato il canestro, continuando poi fino a quando sbagliava. Così, fece fare 26Pt. in un tempo a Jim McMillian, a Belgrado (1980).

Immaginate la situazione? Dopo il primo canestro, si muovevano tutti , ma tirava solo Jim.

Pochi sanno che era stato scartato dai Boston Celtics perché lo consideravano un pivot senza peso. A Varese e Milano, non lo vogliono, mi disse l’avv.Porelli. Noi che facciamo?

Da noi ,nessuno giocava Pivot. Era il tempo della Sinudyne-Virtus 1980-81. Villalta partiva interno , ma era un “finto attacco”.

La storia si ripete, simile a quella del Fernet Tonic. In campo dominava ancora la “fisicità”, giocando con un attacco adatto alle loro caratteristiche, un “gioco” fuori dalla moda, non allineato con le abitudini del periodo storico. Una vera sorpresa.

Il “finto attacco” è la base di ogni attacco di squadra . Trattasi di una finta, ma non fine a se stessa.  quindi occorre essere sempre pronti a fare quello che si finta.

Kresimir Cosic, giocando come esterno avrebbe preoccupato seriamente Meneghin, la sua bestia nera. Kreso era felice per questo.

La chiave è sempre stata la fisicità. Ho sempre vinto, per questa idea, eppure nessuno si è mai accorto della sua importanza. Con i “ruoli” si sfuttano soprattutto le capacità tecniche.

La fisicità domina anche contro la filosofia dei “ruoli”. Con quattro lunghi in campo ci vuole sempre un “piccolo” veloce, ma non  è detto che sia il giocatore più importante del gruppo. Non si può giocare tutta la gara, ma la sorpresa e sempre stata devastante.

Va da sé che le caratteristiche dei giocatori vanno utilizzate per quello che ognuno sa fare, senza copiare necessariamente il sistema vincente . E’ legittimo farlo, ma chi copia quelli più forti può solo fare delle belle prestazioni, senza vincere mai.

Val la pena dire che non bisogna giocare come fanno tutti, la fisicità potrebbe essere più redditizia del gioco “gerarchico” fatto coi ruoli, dove il Playmaker e gli esterni guidano i “lunghi”, che collaborano come “dipendenti”. E’ solo la mia opinione.

Torniamo nell’estate del 1979. L’avv. Porelli mi chiama per “assistere” Driscoll, responsabile e Coach della squadra. Mi occupo solo della tecnica, perfetto.

Driscoll è d’accordo , ma soprattutto il grande “Kreso” è felice. Nessuno gioca Pivot perché, come detto, Villalta lo fa , ma in modo speciale, un concetto a quei tempi forse non compreso e considerato.

Eppure giocavano contemporaneamente : Cosic (2,11m), Generali (2,09), Villalta (2,05), Jim McMillian (2,00m), ovvero giocatori che avrebbero potuto essere utilizzati nel ruolo di pivot. Giocavano invece esterni, dentro un attacco che accoglieva le loro caratteristiche come un vestito da festa.

Il grandissimo Kresimir Cosic orchestrava tutto. Se fosse rimasto con noi avremmo vinto ancora per anni.

La sua dote migliore? Riusciva a far giocare in modo intelligente tutti i giocatori e a far passare come geniali gli allenatori .

Il destino non ha voluto che rimanesse, ma dentro il mio cuore e la mia mente c’è sempre un posto per sempre.

Il mio sito è dedicato a lui.