Premessa

Sono “Ettore l’Elefante” un nome che i bambini della scuola elementare mi hanno affibbiato dopo la favola del “Jungle Team”.

Scrivere è il mio gioco preferito. L’unico argomento che posso trattare è il basket perché l’ho praticato ai massimi livelli del mio periodo storico (anni ’60) e allenato negli anni successivi.

Scrivere è una magia, un desiderio da appagare che mi affascina. Che sensazione mi provoca? Gioia, poi libera la mente, rilassandomi.

Mi rendo conto dell’avventura che si affronta quando si scrive. E’ una strada piena di difficoltà, più adatta ai letterati. C’è la possibilità di subire la critica per forma e contenuti.

Affronto l’incognita perché ho uno scudo che mi protegge. Quale?
Scrivo soprattutto per me stesso, per soddisfare un bisogno personale, per emulare chi ammiro.

Libro-Basket-Zet

Lo “scrittore” è sempre stato il mio mito. Il mio preferito? Jorge Valdano, ex calciatore ed opinionista sportivo.

Mi piacerebbe scrivere  con la sua ironia cercando di trasmettere solo le mie idee, con una prosa elementare accessibile anche ai bambini, proprio come quando si narra una favola.

Per scrivere bisogna avere delle idee che nascono dentro la propria testa. Come? La cultura è la base per tutto. Magari hai letto o sentito qualcosa, “in giro”,che ti ha interessato e  poi  coinvolto.

Sei stato quindi fagocitato “involontariamente” dall’informazione, proprio perché c’era un’affinità coi tuoi pensieri.

Va da sè che il punto di riferimento principale delle idee è l’esperienza di gioco. Ho giocato, prima che le ginocchia cedessero, in serie A  negli anni ’60 e in Nazionale e mi sono fatto un’idea del basket molto personale.

Succede. Soprattutto  se si è abituati a pensare ed agire da soli, per interpretare quello che vedi.

St. John's Un

Sono andato nel 1976 negli USA, alla St. John’s University per presenziare gli allenamenti del grande Lou Carnesecca. Ho riempito un quaderno d’appunti senza mai chiedere nulla. Scontato?

La mia interpretazione valeva più d’ogni spiegazione del lavoro del Coach. Potevo fare come fanno tutti, ma per partecipare mentalmente al lavoro degli altri c’è bisogno soprattutto della propria opinione ed interpretazione. Senza presunzione. Ci sono dei rischi ad agire in questo modo? Sicuramente.

Si possono  prendere cantonate, ma non ci sono alternative. Che senso avrebbe copiare oppure interrogare il Coach sugli scopi? Possono essere  solo i suoi perché riferiti ai ragazzi che allena.

Il basket è uno sport che non ha bisogno di “traduzioni”. Bisogna comprendere ed interpretare, andare avanti il più possibile da soli, con la propria conoscenza. E’ molto utile agire in questo modo, è la strada per l’autonomia.

Andare avanti da solo è stato sempre la mia scelta . Se sei un giocatore non sarai mai un “esecutore”, un “soldatino” del Coach. Come allenatore farai di tutto per non “copiare” gli altri. In entrambi  i casi percorrerai la strada dell’imprevedibilità che è il sale del basket.

Libro zet

E’ la seconda volta che  elaboro questo libro. Lo riscrivo per  migliorarlo. Perseverare è diabolico, lo so, ma è più forte di me. E’ il mio divertimento.

La prima volta non mi ha soddisfatto. C’è qualcuno che, leggendolo, possa dire di avere appreso qualcosa di interessante? Me lo dica per favore. Ho dei forti dubbi. 

Rifarlo è un buon progetto, ma da dove si parte? Sicuramente dalle idee che però bisogna definirle per poi concretizzarle col percorso didattico. Ora le idee mi sembrano più chiare.

L’esempio è un “Vademecum” che serve per l’insegnamento. Poiché si parla un po’ di filosofia, per favore non arricciate il naso. La filosofia non è un palliativo è la base per concretizzare quello che si pensa.

Bisogna valutare  il periodo storico in cui viviamo che impone la conoscenza del cambio della società. Attenzione ai segni del tempo che cambia. I ragazzi non sono quelli di una volta ed è obbligatorio il rapporto coi genitori.

Scordatevi la meritocrazia, il periodo del minibasket lo esclude e i genitori lo sottolineano. Tutti devono giocare con gli stessi tempi. Mi sembra giusto.

C’è un piccolo problema. Non si dovrebbe permettere che ci siano  più di 10 giocatori per ogni squadra. Con 12 bambini  del Mini-Basket, quattro di loro giocano un solo tempo perché i “cambi” sono esclusi. Magari, in futuro, qualcuno penserà a cambiare qualcosa. Almeno un “cambio” è necessario. Oppure bisognerà cambiare le regole riguardo  i tempi di gioco in modo che tutti possano giocare con le stesse possibilità.

Blade Runner

Per scrivere ci vuole uno scopo. Siete d’accordo?

Lo si fa, innanzitutto, per se stessi  ma anche per lasciare una traccia a vantaggio degli allenatori che verranno, quelli del mio paese. Ormai il mio “tempo” sta per scadere.

Mi sento un po’ come il “replicante” di Blade Runner , quello con la colomba bianca in mano. Quando lascia la presa, l’uccello vola verso il futuro, un segno di amore e pace.

Vorrei che il mio libro fosse come il bianco volatile che viaggia nel tempo per essere letto da tutti quelli che lo desidereranno. Un messaggio trasmesso di cultura, un’esperienza da donare. Una possibilità che solo internet può dare.

Cosa troveranno i lettori?

Articoli dettati dalla mia esperienza di gioco e utilizzati per la fascia Under. Il filo conduttore è dettato dalla speranza che tutti i ragazzi possano apprendere lo “spirito del gioco” rappresentato dalla comprensione dello stesso. L’unico modo per realizzarlo è costruire un sistema dove tutti possano fare l’esperienza del playmaker e solo dopo quella del pivot. Quindi, due soli ruoli conosciuti però con questa progressione didattica, primo il playmaker.

zet2013

Negli ultimi 50 anni, io ho iniziato nel 1972, la preparazione del basket giovanile, l’insegnamento offerto ai giovani è stato basato sulla gabbia dei ruoli, quindi la specializzazione per gli stessi.

Ruoli scelti in base all’altezza che non è assolutamente una capacità fisica, ma una caratteristica morfologica. Subito, nella prima fascia degli Under i ragazzi vengono divisi in due gruppi: guardie e play, da una parte e pivot e ali dall’altra.

Questo ha sempre prodotto un solo tipo di giocatore “valido sempre”, il playmaker. Uno solo per ogni squadra. E gli altri?

Il ruolo del Playmaker è valido sempre e sempre in grado di coprire , con efficacia nel gioco ,ogni tipo di parquet, anche col passare del tempo, perchè ricoprendo quel ruolo si apprende, con consapevolezza, il gioco. E gli altri?

Allenare per il futuro dei propri giocatori vuol dire quanto detto sopra. Invece quasi tutti gli istruttori delle giovanili lo fanno per se stessi, allenano gli Under imitando l’allenatore della prima squadra. Sono cosi pronti per il grande salto.

Poichè allievi e allenatore cercano sempre la vittoria si può pensare che ognuno svolge il proprio compito per se stesso, ma c’è modo e modo per farlo. Elevando il livello tecnico di tutti , senza sfruttare negli Under la specializzazione limitante dei singoli, si raggiungono ugualmente le mete con la soddisfazione di tutti.

Tutti devono provare il ruolo del playmaker non significa obbligarli a farlo, ma predisporre tecnicamente il sistema di gioco per favorirli nel tentativo. E non può essere una pratica per il solo allenamento.

 

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