Tutti Cercano Il Playmaker

Il motivo? Semplicemente per demandare al N°1, il migliore, la responsabilità dell’organizzazione del gioco. Una prassi con radici profonde.

Gestire le rimesse, organizzare il 5c5 leggendo la difesa e la partita, portare avanti la palla in palleggio contro il pressing ,fornire assist, cambi di ritmo al gioco e quant’altro.

Tutto in mano ad un solo giocatore, il migliore, chiamato per questo, nella organizzazione di tipo gerarchico, il Playmaker, l’allenatore in campo.

Questo tipo di impostazione sportiva sembra non avere alternative. Infatti, a livello nazionale, europeo e mondiale, da sempre, tutti cercano di fare la stessa cosa col playmaker, grazie al suo impegno e capacità eccellenti. Risultato? Gli Under 12-13 giocano come i professionisti e questo è un dramma.

Ecco come si arriva rapidamente alla specializzazione. Perché aspettare? Ve lo siete mai chiesto?

Va da se che tutti gli allenatori cercano il playmaker e quando lo trovano sono felici. Se si tratta di una squadra professionista, nulla da ridire, ma non possono cercarlo allo stesso modo allenando i giovani.

Sembra cosi logico e scontatamente facile che pensare contro corrente da l’impressione di andare anche contro natura, al punto da far nascere ai più ragionamenti pieni di pregiudizi e diffidenza: “Why?”, chi te lo fa fare?

Le mete giovanili non possono dipendere dalla ricerca del playmaker, perché tutti lo devono diventare. Non ci possono essere Coach, ma educatori, maestri per insegnare lo spirito del gioco. A nostro avviso, tutti devono organizzare il gioco, tutti saper giocare con spalle a canestro. Tutti, tirare e andare a rimbalzo.

Why? Perché quando tutti diventano bravi, al massimo delle loro possibilità, si vincerà di più. Scontato. Al punto che quando si inizia questo camino gli avversari vengono spazzati via. Va da sè che l’allenatore-istruttore anche quando lavora per i suoi ragazzi, lo fa per se stesso.

Si possono realizzare, tradurre queste mete in un sistema di gioco? Questo è il problema. Si può, ma non bisogna scimmiottare nessuno, non può essere copiato quello (sistema) usato dai professionisti.

La conoscenza delle mete giovanili è un punto di partenza. Tutti devono apprendere il gioco. Lo spirito del basket risiede nella sua comprensione e tutti lo devono fare, organizzare per assimilare questo tipo di esperienza. Ognuno coi suoi mezzi, poco o molto che siano.

L’allenatore, facendo fare “tutto a tutti” cerca una strada nuova , adatta all’età , perché per ogni livello , per ogni fascia si sceglie l’educazione tecnica adatta. Non si passa dalla scuola elementare direttamente all’università. Fino a prova contraria , naturalmente. Non si riempe un sacco vuoto con una montagna.

Come costruire un nuovo sistema di gioco? Basta sostituire il concetto del playmaker “che-fa-tutto”, con quello della squadra, che risolve ogni problema, impegnata totalmente in ogni situazione di gioco. Semplicemente perché il basket è uno sport di situazioni.

Va da sé che l’individualità eccessiva, specialistica,  lascia il posto, nelle giovanili, al lavoro di squadra. Tutti insieme in ogni momento del gioco. Tranquilli, non mancherà il momento dell’1c1, con palla , senza la stessa e a rimbalzo, arriva senza fretta, ma dopo aver coinvolto tutta la squadra. Non va rallentato il lavoro sui fondamentali , ma tutto va fatto con la giusta priorità.

Tutti i componenti della squadra agiscono, insieme , in ogni situazioni di gioco, senza specializzazione individuale, in modo tale che “nessuno” sappia chi è il predestinato nel “gioco del playmaker”. Ci sono i mezzi, le idee tecniche, prese dal cimitero dei fondamentali dimenticati. Noi usiamo il “ragno” che è il giocatore più lontano dalla palla che si muove per riceverla in mezzo alla ragnatela dei passaggi. Alleniamo al movimento “Chicken”, il modo per sentire l’avversario giocando spalle a ceanestro. Fondamentali e abitudini conosciuti da sempre.

Trattasi solamente di un problema organizzativo che va contro corrente rispetto quello che si è sempre fatto con l’aiuto “specializzato” del giocatore migliore. Questo non toglie nulla al più bravo che si realizzerà ugualmente.

Il vantaggio lo avrà però l’intera squadra che , col tempo , migliorerà nel rendimento, soprattutto individuale. Non è un controsenso, basta pensarci un attimo.

Tutti playmaker vuol dire inseguire una capacità di gioco per raggiungere un livello tecnico più alto. Il più bravo lo farà meglio, ma tutti sono chiamati , usando la semplicità tecnica, ad esibirsi. E’ l’evoluzione del basket che parte dagli Under13.